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Popolo della Libertà e Lega Nord, nuovi rapporti dentro il centrodx

aprile 2, 2009 di Redazione 

Un tema di cui poco si è discusso a margine del congresso fondativo del nuovo partito di Berlusconi è il rapporto con gli alleati leghisti. Dal palco il premier ha ripetutamente ”salutato” Umberto Bossi presente in plaeta, definendolo con calore “il nostro più fedele alleato”. Ma, al di là della diplomazia anche molto personale tra il presidente Pdl e il leader della Lega, è ragionevole pensare che qualcosa possa cambiare ora che Fi e An sono insieme e che costituiscono un partito che da solo sfiora o supera il 40%. Ci siamo chiesti cosa. Gabriele Canarini ha passato al setaccio il rapporto tra le due principali forze della maggioranza. Sentiamo.

Nella foto, Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

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di Gabriele CANARINI

Si è molto parlato e scritto in questi giorni della nascita del nuovo partito che accorpa An e Forza Italia, il Popolo della Libertà. Un argomento, però, del quale si è poco discusso riguarda i rapporti di forza che esso intratterrà con la Lega Nord, e il modo in cui si modifichino le dinamiche politiche e di potere all’interno della maggioranza, alla luce del fatto che due dei tre principali membri della coalizione di centrodestra si siano accorpati, lasciando l’altro in una scoperta condizione di minoranza.

Le elezioni politiche 2008. All’indomani delle elezioni del 9 aprile 2008, il dato politico emerso dalle urne fu un sorprendente quanto inaspettato exploit della Lega, che ritornava a farla prepotentemente da padrone sulla scena politica italiana dopo qualche anno di difficoltà, legate anche al tracollo fisico del suo leader Umberto Bossi. Tutti gli attori della politica dovettero fare i conti con quel risultato elettorale; primo fra tutti, il vincitore di quelle elezioni, Berlusconi, che dovette concedere ampio e rilevante spazio all’interno della squadra di governo ai membri della Lega. Basti ricordare, per tutti, l’importanza del ruolo ricoperto da Roberto Maroni, attuale Ministro dell’Interno. Certo, in questo non vi è niente di strano, normale gestione dei ruoli di potere all’interno della coalizione di maggioranza; ma la questione sta nel fatto che la Lega è sempre stato, per l’attuale premier, un alleato di difficile gestione, con cui non è sempre stato possibile convivere in armonia. L’esempio storicamente più rilevante di questo fu la prima esperienza governativa di Berlusconi nel ’94, da lui stesso ricordata con toni quasi messianici in un opuscolo fornito a tutti i membri del congresso di domenica scorsa; come si ricorderà, a far cadere il governo dopo circa sei mesi fu la fuoriuscita dalla coalizione proprio di Bossi e dei suoi seguaci. Inoltre fu proprio la scelta della Lega di “correre da sola”, nella successiva tornata elettorale del ’96, che condannò Berlusconi alla sconfitta nei confronti di Prodi.

Lega, partito delle autonomie. Ma più che questi precedenti, ciò che rende la Lega un partito molto spesso imprevedibile o in controtendenza, per ciò che riguarda le scelte politiche, rispetto ai suoi stessi alleati, è il fatto che essa si configuri come un partito anomalo, per certi versi non immediatamente riconducibile ai tradizionali schemi di destra e sinistra. La sua base culturale e di consenso è profondamente immersa nelle radici del Nord, nel popolo del Nord, ed è per questo che, più che una precisa caratterizzazione politica, essa ha una forte connotazione territoriale e localistica. Proprio il successo elettorale del 9 aprile ha dimostrato come la Lega sia stata in grado di parlare direttamente al popolo in senso stretto, sia di destra che di sinistra, riscuotendo larghi consensi grazie a parole d’ordine come sicurezza e ordine sociale; parole d’ordine che, in un periodo di forte crisi economica e sociale, hanno riscosso persino l’attenzione (e dunque il voto) di tradizionali basi dell’elettorato della sinistra radicale di Rifondazione Comunista, quali il distretto di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano. Da questi dati emerge come la Lega si muova su basi di consenso sempre più composite, di provenienza varia, riunite però dal comune denominatore dell’interesse locale, del benessere a partire dal proprio territorio. Ed è proprio in questa direzione che essa muove le proprie politiche a livello nazionale, promuovendo costantemente una rivendicazione dell’autonomia locale, di un più ampio potere di gestione delle proprie risorse alle regioni e ai comuni, di una distribuzione della ricchezza che non imponga un passaggio obbligato verso la tanto odiata (ma poi da tutti i membri del partito abitata) Roma, ma che consenta invece ad ogni territorio di fruire direttamente delle sostanze che esso produce. Sebbene in questo primo di anno di governo le posizioni della Lega sull’amministrazione della pubblica sicurezza e in materia di immigrazione abbiano spesso attirato critiche al governo, anche da parte della Comunità Europea, in realtà il terreno su cui più convergono le posizioni del capo del governo (e della coalizione) Berlusconi e gli alleati leghisti, sono proprio la gestione della dinamica fra intervento statale e autonomismo locale. Da una parte c’è la tendenza alla semplificazione, alla rapidità esecutiva, all’accentramento di potere voluta da un premier che, giusto a conclusione della tre giorni di congresso del Pdl, ha persino lamentato, per l’ennesima volta, la limitatezza effettuale del proprio ruolo di Presidente del Consiglio, che sarebbe, a suo dire, circoscritto alla semplice stesura dell’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri. Dall’altra c’è la gelosa attaccatura della Lega alle radici e alla cultura locali, regionali, e l’imprescindibile principio etico e politico secondo cui chi produce ricchezza, ossia le regioni (e la Lega si riferisce, com’è ovvio, esclusivamente a quelle del Nord), abbia l’inviolabile diritto di gestirla e “reinvestirla” in maniera quanto più possibile autonoma ed emancipata rispetto al governo centrale.

Il piano casa. Quanto queste due visioni siano potenzialmente in contrasto è apparso in modo chiaro non più tardi di settimana scorsa, allorché è stato presentato, sotto forma di decreto legge, il piano casa. La proposta iniziale avanzata del governo prevedeva agevolazioni in materia edilizia e catastale, andando così a toccare una materia di stretta competenza degli enti locali, senza che questi ultimi fossero stati interpellati in merito. Non appena presentato, il piano casa ha suscitato furibonde proteste, che si sono in parte concentrate sul carattere incostituzionale della legge (questo è quanto ha lamentato il segretario del Pd Franceschini), ma anche e soprattutto sul fatto che la legge scavalcava a piè pari le regioni proprio in un ambito di elevato interesse quale la gestione edilizia, e questo non poteva non suscitare l’immediata reazione della Lega. Messo alle strette dal suo stesso alleato, Berlusconi è stato costretto a prendere repentinamente le distanze dal testo fatto circolare sul piano casa, e a convocare, di lì a due giorni, una riunione di concerto fra Presidente del Consiglio e presidenti delle regioni, in cui chiarire i punti della nuova legge e definirne le linee guida. Questo veloce retro march del premier ha evidenziato come egli non possa eludere le posizioni autonomistiche della Lega, ma anzi debba muoversi con delicatezza fra le pressioni di una crisi economica-finanziaria che impone scelte rapide e decise, e le rivendicazioni di tutti quegli attori regionali e comunali su cui il suo alleato leghista ha fondato lo zoccolo duro del suo consenso.

Il referendum elettorale. Oltre a questo tema di fondo, vi è poi un tema che è stato prepotentemente portato alla ribalta dalle parole pronunciate da Fini nel suo intervento al congresso del Pdl: il referendum elettorale. Il Presidente della Camera ha ribadito il suo sostegno a favore del referendum, che semplificherebbe l’attuale sistema partitico, cancellando le coalizioni e assegnando per intero il premio di maggioranza alla lista con più voti. Se dovesse passare il sì al referendum, la Lega si troverebbe a scegliere fra una confluenza forzata nel Pdl o una fuoriuscita dalla coalizione, ed è per questo che il partito si è schierato nettamente contro la proposta referendaria. A chiarire ulteriormente questa posizione ci ha pensato il sottosegretario Castelli che, in un’intervista rilasciata martedì al Corriere, ha ribadito che, qualora dovesse passare il referendum, «ne verrebbe fuori un patatrac dai contorni imprevedibili. Perché è vero che loro sono molto forti, ma noi in alcune regioni siamo al 20%». E di questa ineludibile forza elettorale della Lega deve tenerne conto non solo Berlusconi, ma anche lo stesso Fini; è ancora Castelli a farlo capire: «C’è una sola insidia e si chiama referendum. Anche perché, non dimentichiamolo, per Fini questa è una partita importante». Ed infatti non si può certo pensare che sia stata immotivata la scelta del Presidente della Camera di dichiararsi a favore del referendum, proprio nel discorso tenuto al congresso del Pdl, in un momento, cioè, di così alta e ampia attenzione mediatica. Fini, infatti, sa bene quali siano le insidie, in termini di equilibrio politico, cui va incontro An una volta confluita nel Pdl: An rischia di perdere, soprattutto nelle aree del Nord, parte del consenso che i suoi elettori gli hanno garantito nelle ultime elezioni. Quegli stessi elettori, qualora fossero insoddisfatti di una confluenza nel Pdl, che di fatto segna una subalternità di Fini e i suoi allo strapotere carismatico e mediatico di Berlusconi, potrebbero arrivare a negare il consenso del 2008, spostandolo verso la sponda leghista. E’ stato un altro esponente di spicco della Lega, Calderoli, a mettere in luce con lucidità quest’evenienza, pochi giorni prima del congresso tenutosi questo fine settimana: «Parlo del Nord. Nelle nostre regioni la distanza culturale e politica che separa Forza Italia e An è maggiore di quella che separa quei due partiti dalla Lega. E se la fusione col Pdl non riesce, il Carroccio ringrazia». Al ragionamento, indubbiamente partigiano, del ministro leghista hanno fatto eco anche le parole di uno dei rappresentanti azzurri più vicini a Berlusconi, Mario Valducci: «Mentre al sud c’è un rapporto più stretto tra elettori e dirigenti di FI e An, al Nord la distanza è assai marcata. Il dato elettorale del Pdl alle Politiche 2008 ha dimostrato che in quell’area uno più uno non fa due, che c’è una certa ritrosia a fondersi. Perciò Berlusconi dovrà impegnarsi, tornare tra i cittadini per coinvolgerli maggiormente. E non solo con il programma di governo. Altrimenti la vedo difficile…». Ed è proprio per evitare che l’eventuale mal contento del suo elettorato sposti voti importanti verso la Lega, che Fini preme a favore della scelta referendaria. Se passasse il sì, ne uscirebbe potenziata la forza politica del nuovo Pdl, e anche i più dubbiosi fra gli elettori della vecchia An si troverebbero costretti a votare per il Pdl, ben sapendo che un eventuale voto dato alla Lega sarebbe un voto perso, così come nelle elezioni del 2008 gli elettori di sinistra sapevano che un voto dato alla sinistra radicale era un voto nullo, e sancirono pertanto, di fatto, l’esclusione di Bertinotti & Co dal Parlamento. Queste sono le insidie cui vanno incontro, semplificando per simboli, Fini da un lato e Bossi dall’altro. Ed è sulla reciproca volontà di preservare il proprio interesse e consenso politico che si stanno giocando le schermaglie verbali di questi giorni fra gli esponenti dei due partiti. In mezzo al fuoco incrociato, troviamo il Cavaliere, che dovrà essere abile nel barcamenarsi fra queste due divergenti posizioni, assicurando ad entrambi la merce più preziosa che ha, e che da ottimo venditore qual è, sa far fruttare al meglio: il suo straordinario carisma e l’ampio consenso elettorale che da esso scaturisce. Un consenso che, senza dubbio, mai come in questo periodo di pressoché sostanziale vuoto politico a sinistra, egli possiede in larga misura.

L’esempio del Pd. E proprio quanto accaduto in tempi recenti alla sinistra può fornire un’ottima lezione anche al neonato Pdl. La nascita del Pd a seguito dell’accorpamento di Ds e Margherita, e il susseguente strappo di Veltroni rispetto ai partiti della sinistra più radicale, ha portato, sì, il Pd a perdere le elezioni di fronte ad un avversario che poteva vantare un alleato, rivelatosi fortissimo, come la Lega, ma ha anche conferito al partito una (relativa) compattezza politica e strategica altrimenti irrealizzabile. Senza l’esclusione di un alleato mostratosi ripetutamente scomodo come Rifondazione Comunista, il Pd, e dunque Veltroni, sarebbe stato costretto a muoversi costantemente in bilico fra posizioni estremamente distanti e, spesso, antitetiche. La netta scelta di separazione è stata sicuramente pagata in termini di perdita del consenso elettorale, ma ha certo dato i suoi frutti in termini di coesione partitica. E’ senza dubbio prematuro stabilire un parallelo così preciso fra la sorte che ha segnato la vicenda politica fra Pd e Rc e quella che attende invece il Pdl e la Lega. Una cosa è certa però: oggi il neonato partito di cui Berlusconi è alla guida ha, più di qualsiasi altro, i numeri per poter decidere di “correre da solo”. Se dovesse muoversi in questo senso, il Pdl potrebbe, da un lato, liberarsi di un partito ingombrante e gestionalmente scomodo come la Lega; dall’altro, però, dovrebbe definitivamente rinunciare al sogno del tanto acclamato 51%, ridimensionando i propri orizzonti politici. E questo porterebbe ad un assottigliamento della distanza, in termini di consenso elettorale, fra Pdl e Pd, che passerebbe, in definitiva, da un potenziale 20% ad un 10%, lasciando in ogni caso intatto il margine di sicurezza per Berlusconi e i suoi.

Saranno, dunque, le sfide che attendono da subito il nuovo partito alla resa dei fatti, prima fra tutte la crisi economico-finanziaria mondiale, e il modo in cui la maggioranza saprà configurarsi di volta in volta davanti a queste occorrenze, oltre che lo snodo politico che accompagnerà questi mesi di campagna elettorale in vista delle elezioni europee, amministrative e, non ultimo, del referendum, a decretare gli equilibri fra il Pdl e la Lega. Certo è che la nuova realtà politica del Pdl ha cambiato le carte in tavola, imponendo un riassetto degli equilibri all’interno della coalizione di maggioranza che verranno mano a mano ridefiniti attraverso l’agone della battaglia politica quotidiana, di giorno in giorno. Il dato di fatto rimane: dopo il congresso del Pdl i rapporti di forza nella coalizione cambiano irreversibilmente. Come, però, cambieranno e si sposteranno, nel concreto, le posizioni e gli interessi in ballo, lo potranno dire solo i fatti. Se e chi, poi, si scotterà in questo incontro-scontro di idee, posizioni e convenienze personali contrapposte, sarà solo il tempo a dirlo. Staremo a vedere.

Gabriele Canarini

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