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“La Repubblica degli ingegneri”, è racconto satirico di F. Laratta

aprile 1, 2009 di Redazione 

Nuovo scritto del deputato del Parti- to democratico. Dedicato questa volta un po’ all’antipolitica, un po’ alla tentazione tecnocratica, un po’ al corporativismo. Un Paese che rinneghi la propria classe dirigente e all’improvviso si ritrovi governato solo, di volta in volta, da medici, giuristi, ingegneri, creativi… Gli esiti sono (im)prevedibili. Ed esilaranti. Da non perdere. Buona lettura.

Nella foto, Palazzo Chigi (il potere esecutivo) capovolto a testa in giù nella “Repubblica tecnocratica” del racconto

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di FRANCO LARATTA*

Da tempo i politici erano nell’occhio del ciclone.

I libri-denuncia, le inchieste giornalistiche sulle loro “cattive abitudini”, avevano contribuito ad allargare a macchia d’olio il risentimento dell’opinione pubblica verso una casta percepita sempre più come corrotta e intoccabile. Una lobby, i cui privilegi, gli agi, la dissolutezza, non erano più tollerati.

Un’anonima mattina di luglio, al grido “via i politici dal Palazzo!”, partì un rumoroso e disordinato corteo che, snodandosi lungo le strade della capitale, si fece sempre più tumultuoso e compatto, raccogliendo l’adesione spontanea di migliaia di persone. Le agenzie prontamente batterono la notizia. Le radio, le tv, si schierarono in prima linea per restituire al pubblico le cronache di un avvenimento col profumo di storia. Sedotti dagli slogan, cittadini da tutta Italia si riversarono nelle piazze di Roma per unirsi a quanti avevano avuto il coraggio di dire “basta!”, traducendo l’insofferenza in un’eclatante mobilitazione.

Dai media, per bocca delle più alte cariche dello Stato, giungevano inviti alla calma e al buonsenso. La folla, “massa amorfa, senza testa” nell’iconografia manzoniana, qui appariva tutt’altro che irrazionale. Scandiva risoluta, ad alta voce, quello che i governanti non riuscivano neppure ad articolare per il timore:”rivoluzione!”. E puntava dritta al cuore delle istituzioni.

Inutili furono i tentativi per arginare l’offensiva. Qualcuno suggerì di dispensare brioche seguendo l’esempio della regina Maria Antonietta, ma omise ai colleghi, spesso saturi di calorie e digiuni di storia, il destino della sovrana.

Nelle dispense c’era solo pane, per giunta raffermo: i rituali prelievi alla buvette eccedevano l’effettivo consumo. Le generose scorte non venivano smaltite anche per via dei molti parlamentari in età da dentiera.
<<Forse il popolo gradirà ugualmente>>, osservò uno dei più illuminati. <<In fondo, conta il pensiero>>, aggiunse un altro che non era da meno. Dalle finestre piovvero, così, tozzi di pane.

La folla interpretò il gesto come ostile e chi venne raggiunto riportò visibili ematomi. Ora che il casus belli era lievitato non restava che prendere il Palazzo. Aiutati dai militari, si consumò il golpe tanto temuto: due timide cariche e ai capirivolta l’onore di irrompere e occupare il luogo del potere.

In verità, gli inquilini, per scongiurare segni di effrazione sul prestigioso portale, aprirono senza opporre resistenza, consapevoli dell’alta pigione che lo Stato versa ai legittimi proprietari. Facendosi spazio tra le invettive dei facinorosi, gli assediati si allontanarono, sotto il peso di una cocente umiliazione e soprattutto di una valigia debordante di “souvenir”.
Stesso trasloco avvenne negli altri centri del potere e presso le televisioni.

Iniziava ufficialmente la “Terza Repubblica”.

Furono destituiti i governanti, azzerate le cariche. Ad un ristretto numero di saggi, sei, venne affidato il compito di scrivere la Costituzione e pronunciarsi su eventuali controversie: garantivano, in sostanza, il traghettamento delle istituzioni verso il nuovo corso.

Nell’attesa, norme transitorie stabilirono che ai vertici dello Stato sarebbero andati i rappresentanti eletti dagli Ordini professionali. Durata del mandato un anno, da svolgere a rotazione previo sorteggio. Fissata anche l’erogazione di risorse e mezzi straordinari per realizzare il programma entro il termine ridotto della legislatura.

Dalla “lotteria” si tiraron fuori gli uomini di scienza: troppa creatività per guidare un Paese come l’Italia. Gli altri rimasero in corsa e la sorte affidò ai magistrati l’ingrato compito: per un anno, solo toghe a capo di tutte le istituzioni del Paese.

Per dare un segnale forte, il ministro della Giustizia, Santi Licheri, appena insediatosi ingaggiò una dura lotta contro il malcostume e l’illegalità. Animato dal principio “dura lex, sed lex”, reso ancora più aspro dalla volontà di risanare celermente la società dagli abusi lesivi del diritto, il Guardasigilli varò un coraggioso pacchetto di riforme, approvato poi dal Parlamento.

Si decise – causa l’elevato numero di processi pendenti e la loro estenuante durata – di condannare d’ufficio a sette anni di reclusione tutti coloro che erano in attesa di giudizio.

La pena cresceva sensibilmente per chi aveva commesso reati contro la persona.

Il provvedimento apparentemente iniquo era necessario per rifondare una giustizia più rapida e severa. E poi, l’eccessivo ricorso al garantismo, la stucchevole quanto ipocrita presunzione d’innocenza, avevano seppellito il più valido motto secondo cui “della moglie di Cesare non si deve neppure sospettare”.

La popolazione carceraria crebbe in modo esponenziale e si palesò il problema delle strutture insufficienti nelle quali accogliere i detenuti.

L’escamotage fu quello dei domiciliari per gli autori di reati minori. In alternativa, per i medesimi, la permanenza nelle tante case adibite a reality, con possibilità di amnistia o indulto decretata attraverso televoto.

La cura produsse i suoi effetti: azzeramento dei reati. Ma anche quelli collaterali: crollo della produttività, aumento del debito pubblico ecc. Risultato: un Paese in ginocchio, coi ceci a rendere più doloroso il contatto col terreno.

All’ottavo mese di governo, i pochi a piede libero, fiaccati dall’inedia e dalla miseria, riuscirono a mettere in fuga i magistrati.

I saggi presero atto del fallimento e l’estrazione stavolta designò i Medici.

Il Presidente della Repubblica eletto, il Dr. House, concesse la grazia a quanti erano stati ingiustamente tratti in arresto. Il Paese si rimise in moto. Alla popolazione, mortificata nel corpo e nello spirito dal rigore togato, serviva un supporto psicologico. Il Primo Ministro, la dottoressa Tirone, intercettando questa esigenza, fece costruire ospedali, cliniche, ricoveri, in ciascuno dei circa ottomila comuni della penisola.
Seguirono migliaia di assunzioni per coprire gli organici. L’entusiasmo di offrire salute ad un popolo al quale stringenti regole avevano ucciso la fantasia, creò una situazione paradossale: le unità del personale presto sopravanzarono quelle degli assistiti.

Le spese per il mantenimento di strutture improduttive, spesso trasformate in circoli ricreativi per mancanza di utenza, divennero insostenibili. Le casse dello Stato sempre più vuote. Un’economia che presentava tutti i sintomi della bancarotta.

Compiere tagli era impensabile: i livelli occupazionali ne avrebbero risentito e le comunità spogliate non avrebbero subito passivamente l’impopolare decisione. E poi, mai contraddire i vecchi adagi: “Quando c’è la salute, c’è tutto!”.

Quasi tutto, per la verità. Mancava nei medici la convinzione che cambiare, seppur costoso, era necessario. Lo status quo avrebbe accelerato il proprio fallimento, del resto già in atto: inflazione schizzata a tassi importanti, potere d’acquisto della moneta precipitato, gente prostrata.

Quest’ultima, un pomeriggio afoso di agosto, circondò l’ospedale nel quale si stava celebrando un congresso “Potenziamo l’offerta sanitaria”. Fece irruzione nella sala e interruppe i lavori urlando tutto il proprio malcontento. I governanti furono costretti alla fuga. Nel panico, seminarono qua e là i progetti dei nosocomi di prossima costruzione.

Nella stessa giornata si procedette ad un nuovo sorteggio. Toccava agli ingegneri.

L’Ordine manifestò l’intenzione di attenersi scrupolosamente al programma stilato. Ignorò il suggerimento dei saggi di rimodulare la propria azione, stante la grave crisi economica ricevuta in eredità. Per i caparbi professionisti, coordinati dal celeberrimo progettista dei grattacieli di Punta Perotti a Bari, la ricetta rimaneva quella: una gran mole di lavori pubblici (strade, porti, aeroporti ecc.) mirata a garantire i livelli occupazionali. E ancora:

riconversione delle strutture ospedaliere in esubero; abrogazione dei piani regolatori e degli indici di fabbricabilità; snellimento delle procedure per il rilascio di concessioni edilizie secondo il principio del silenzio-assenso; incentivazioni all’acquisto della prima, seconda e terza casa; sanatoria per i reati di abuso edilizio, con possibilità, previo pagamento di una multa commisurata alla superficie, di terminare il manufatto e abbellirlo. E tanto altro. Gli indicatori economici nel breve periodo furono soddisfacenti. Il ricorso sfrenato al cemento, aggettivato così dai soliti integralisti dell’ambiente, portò benefici anche alla salute e alle tasche dei cittadini. La cementificazione della natura produsse subito un sensibile decremento delle allergie di stagione, con conseguente riduzione del consumo di antistaminici.

Tuttavia, a distanza di quattro mesi, quello che era stato presentato come un esuberante piano di rilancio, assunse le sembianze di un tracollo quasi irreversibile.
Geometri, imprenditori edili, muratori (stimati in quindici milioni e divenuti tutti, per decreto, dipendenti pubblici) non avevano ancora ricevuto alcuna mensilità. I fornitori, agitavano anch’essi i propri crediti.

Guardando alle finanze, difficilmente lo Stato avrebbe onorato gli impegni assunti.

Fu così che il popolo, esasperato, dette fuoco alle strutture e infrastrutture frutto del proprio lavoro.
Stessa sorte sarebbe toccata ai Palazzi della politica. A dissuaderli, fortunatamente, i saggi: appiccare il fuoco ad immobili di cui lo Stato-cicala mai aveva acquisito la proprietà; non coperti, inoltre, da assicurazione per questa tipologia di danno, sarebbe stata violenza gratuita. I sei congelarono il meccanismo del sorteggio e, in deroga alle norme, affidarono agli economisti il compito di risollevare i destini del Paese.

L’avvicendamento con gli ingegneri avvenne nella stessa notte, per consentire ai primi di allontanarsi in sicurezza, protetti dal buio.

Il governo degli economisti, diretto da Paperon de’ Paperoni e dal suo vice, Edward Manidiforbice, durò poche settimane. Chiusi nelle proprie stanze, con la calcolatrice brandita come arma e puntata contro i nostalgici del welfare, cominciarono ad operare tagli indiscriminati, ignorando i bisogni dei cittadini. Freddi calcoli, impeccabili (solo) sulla carta, tendevano la mano ad un liberismo selvaggio che trasformò già dai primi giorni la società in una giungla in cui solo i migliori sarebbero sopravvissuti.

L’egoismo e la spregiudicatezza di taluni creò una frattura tra i ceti sociali.

Altro che mano invisibile! Mano morta, semmai. E il riferimento non è erotico. Aumentarono, infatti, i piccoli furti, gli scippi. Dilagò, insomma, la microcriminalità, spesso unica fonte di sostentamento per i deboli nelle società in cui la giustizia sociale soccombe al cinico individualismo.

Dopo soli trentatrè giorni, col pallore tipico di chi sta poco all’aria aperta e una punta di agorafobia al pensiero di tornare a vivere in mezzo agli altri, gli economisti abbandonarono il posto di comando. Guadagnarono con impazienza la strada che li avrebbe ricondotti al loro mondo, ossequioso solo della sacralità del mercato e della partita doppia.

In un periodo di severa recessione, non poteva esserci esito più felice. L’urna consegnò il governo ai creativi, categoria eterogenea che includeva: uomini e donne dello spettacolo, sportivi, stilisti ecc. Dell’esecutivo, affidato a Lele Mora, facevano parte: Fede e il suo vice Pupo, assegnati all’economia (deleghe in seguito revocate e trasformate in incarichi senza portafoglio per la nota predisposizione al gioco dei due); Wanna Marchi al Commercio (sottosegretario, il Maestro Do Nascimento, delegato agli scambi internazionali). E ancora: Cannavaro alla Difesa, il Gabibbo alla Giustizia, Califano alla Famiglia (ministero ribattezzato al plurale), Del Piero all’Istruzione-Cepu, la Vento e la Di Pietro alle Pari Opportunità (un’ospitata a me, una a te), Martufello agli Affari Regionali, Bobo Vieri all’ Ambiente (delle discoteche), Costantino e la Yespica ai Rapporti col Parlamento ecc. Il loro esordio coincise con un’impennata della spesa. Moltiplicarono gli incarichi e n’escogitarono alcuni ex-novo per cooptare nel governo della Cosa Pubblica il brulicante popolo di veline, letterine, paggetti ecc.

Già dai primi atti, era chiara la volontà del Governo di puntare sul tempo libero degli italiani, riempiendolo di eventi quotidiani da fruire grazie alla concomitante riforma che accorciava a cinque ore la giornata lavorativa: lavorare meno, lavorare tutti! Significative le riforme al codice civile. Annacquata la centralità della famiglia tradizionale, equiparata a quella costituita da partner gay, fu poi introdotto l’istituto della comune: a fronte della scarsa natalità, dei divorzi in aumento (per l’ottenimento sarebbe bastato un mese), il caro-affitti, le mamme lavoratrici, la solitudine degli anziani, si pensò che riconoscere le famiglie allargate come cellula fondante e più fedele della società moderna ( modificando con procedimento di revisione costituzionale l’articolo 29), sarebbe stata un’ efficace sintesi di solidarietà e risparmio virtuoso, condivisione di servizi e distribuzione del relativo onere all’interno dello stesso nucleo.

La politica del panem et circenses esaurì presto la sua spinta. L’Italia era diventata poco operosa. I dati su Pil e disoccupazione confermavano il preoccupante trend, influenzato da uno sconsiderato esodo della popolazione attiva dai settori tradizionali a quelli dell’intrattenimento. Inefficaci furono le misure concordate e messe in campo dai vari dicasteri. Bandire settimanalmente concorsi a tempo determinato per reclutare nella Pubblica Amministrazione cubisti, tronisti, figuranti vari, era un palliativo. Con riflessi disastrosi. Lasciava scoperti i settori classici: gli unici nei quali l’offerta di lavoro superava la domanda. Ingrossava le fila della burocrazia con figure professionali poco pertinenti. Acuiva lo scontro sociale tra neo-assunti e precari di lungo corso, ingabbiati in graduatorie che tutti si guardavano bene dallo sbloccare. Conoscendo l’instabilità dei gusti del pubblico, sarebbe stato poco vantaggioso per lo Stato immettere in ruolo, e dunque iscrivere a vita nel proprio libro paga, personaggi che tramontano dopo una stagione.

Al grido “voglio fare la modella!”, con la relativa variante al maschile, un nutrito e deluso gruppo di “show-victim” si raccolse a Milano Marittima e assediò la discoteca dove settimane addietro si era trasferito l’Esecutivo. La resa fu immediata. Tempo di trangugiare l’ultimo snack al caviale, sorseggiare l’ennesimo bicchiere di bollicine, far giungere al capolinea il trenino che aveva viaggiato sulle note di Disco Samba, e la pletora di presidenti, ministri, parlamentari con valletti al seguito, prese la via dell’esilio. Dalle atmosfere degli happy hour rivieraschi a quelle glamour di Saint Tropez.

Calò il sipario anche su questa legislatura.

I sei costituzionalisti pensarono, allora, ad una sinergia tra categorie per venire a capo di questa perdurante crisi. Il caso scelse un triumvirato: banchieri, capitalisti, assicuratori. Ma si decise di invalidare l’operazione: ad un giudice scivolarono inavvertitamente nell’urna i bigliettini appena pescati e i colleghi non poterono ufficializzare il risultato. I sorteggiati avanzarono dubbi sulla buona fede dell’errore (si sussurra sia stato un atto doloso per estromettere un candidato presente in tutte le categorie: politica, affari, televisioni, sport, musica ecc.). La polemica rientrò immediatamente con la fumata bianca che annunciò l’ascesa del Clero al soglio governativo.

La restaurazione della buona creanza fu la linea ispiratrice di un programma con un’anima reazionaria e un passo riformista. Riformista, per gli strumenti innovativi adottati coi quali servire la causa conservatrice. Si mise subito mano alle fonti del diritto per compattare il substrato nel quale far attecchire l’azione di governo. La Costituzione fu modificata. Il codice civile emendato negli articoli contro natura partoriti da un governo laicista.

Nel dettaglio. I Patti Lateranensi vennero unilateralmente abrogati: non avrebbe avuto senso per la Chiesa disciplinare i rapporti con se stessa. Nella nascente Carta s’introdusse un originale presidenzialismo: il Papa, capo di due Stati e due Governi. Consapevoli dell’inutilità di certi carrozzoni, si programmò l’eliminazione di apparati fotocopia: l’Italia sarebbe stata annessa al Vaticano.

Si codificò, in altri termini, un’antica consuetudine, con buona pace del Cavour, leghista ante litteram, del quale le gerarchie ecclesiastiche non compresero mai la spinta indipendentista che anche sul punto di morte ribadì con una sua celebre frase.

Disegnato il perimetro entro il quale muoversi, i prelati e i pochi laici promossi dal Pontefice al rango di ministri, adottarono un numero eccezionale di decreti, stante l’urgenza di risollevare i cittadini dal degrado morale in cui erano caduti. La squadra (che poteva contare su una panchina lunga di teodem e teocon, non schierabili perché l’utilizzo di politici sarebbe stato sanzionato dai saggi) annoverava: tra i pali il cardinal Ruini; in difesa, il cardinal Bertone, gli arcivescovi Bagnasco e Betori e don Baget Bozzo; suor Paola, suor Germana e la Bianchetti in mezzo al campo; Vespa e Socci in appoggio all’unica punta avanzata, nonché pregevole fantasista, padre Federico Lombardi. Questo modulo offensivo (orfano dei forti don Mazzi e don Gallo, mandati in tribuna per dissapori con la “società”), permise, grazie a fraseggi limpidi e precisi, di bucare più volte la rete avversaria. Gli spalti occupati da migliaia di Papaboys s’infiammarono. I valori cristiani avevano vinto.

L’anima, dunque, aveva la precedenza su tutto. Curarla era un dovere per ogni fedele. Poche attenuanti per i trasgressori: dopo il Limbo, si stava pensando di eliminare tra i dogmi della fede soluzioni buoniste come il Purgatorio. Per cui: o dentro o fuori le liste della salvezza eterna!

L’allenamento in vista di questo traguardo cominciava al mattino presto con l’obbligo di partecipare alla Messa celebrata in latino. Continuava col divieto, per uomini e soprattutto donne, di indossare abiti sconvenienti. Il rosso era sparito dalle sobrie collezioni firmate esclusivamente da suore. S’invitava inoltre a limitare lo shopping alle effettive necessità. Questo, con sommo gaudio degli operatori commerciali, sollecitati, unitamente ai gestori di discoteche e luoghi di tentazione simili, a chiudere i locali o, in alternativa, cambiar loro destinazione d’uso: nacquero migliaia di oratori! Centoventi giorni durava la nuova Quaresima. Una settimana era concessa per le vacanze, da trascorrere in uno dei tanti monasteri già presenti sul territorio o in alberghi trasformati in strutture adatte al ritiro spirituale con vantaggiose offerte all inclusive: pasti frugali, televisione e radio in camera (sintonizzate rispettivamente su Telepace e Radio Maria), momenti di preghiera, escursioni nei luoghi religiosi circostanti con l’obbligo di recitare il Santo Rosario sul pullman. Fu, inoltre, fissato il coprifuoco alle otto di sera. Rincasare subito dopo il lavoro mise in difficoltà i tanti maschi pronti a decantare i piaceri dello stare in famiglia, salvo poi essere assenti o defilarsi con nonchalance, attirandosi le ire dei rispettivi “angeli del focolare” impegnate tutto il giorno nella cura della casa.

Fu proprio l’insoddisfazione delle donne la chiave di volta che portò al superamento anche di questo Governo. Improvvisandosi Lisistrate moderne, dichiararono lo sciopero dei “doveri coniugali” per indurre i propri mariti a disimpegnarsi dalle guerre virtuali alla playstation e spostare le attenzioni su loro stesse, già discriminate dal divieto di lavorare fuori casa.

Ventiquattrore di astinenza furono sufficienti per “sensibilizzare” gli uomini e coinvolgerli nella sommossa che scalzò il Clero e con esso l’insostenibile austerità.

I saggi, amareggiati dinanzi all’ennesimo fallimento, svuotarono l’urna e la riposero in soffitta. L’idea di un governo delle corporazioni era naufragata. Si decise, per questo, di indire regolari elezioni. La vera rivoluzione, forse, era quella che avrebbe portato ad una democrazia compiuta.

Una democrazia in cui la politica è servizio. Non una casta-diva.

FRANCO LARATTA*

* Deputato del Partito Democratico

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