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Focus. Le dichiarazioni del Papa sull’uso del preservativo. Posizioni nella Chiesa

aprile 1, 2009 di Redazione 

Torniamo sull’intervento di Benedetto XVI sul tema del contraccettivo durante il suo viaggio in Africa. Lo facciamo leggendo, anche, la varietà di posizioni che si trovano nel mondo ecclesiale, prima e dopo l’usci- ta del Papa. La difesa di Bagnasco. Le parole del teologo ufficiale di Giovanni Paolo II, Georges Cottier, nel gennaio 2005. Il pezzo è di Gabriele Canarini.

Nella foto, Papa Ratzinger

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di Gabriele CANARINI

La scorsa settimana il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, è intervenuto in merito alle polemiche sollevate dalle frasi del Papa sull’uso del preservativo. Riferendosi alle molteplici proteste che ha scatenato in tutta Europa la presa di posizione di Benedetto XVI, Bagnasco ha affermato che contro il Papa c’è stato un «ostracismo che esula dai canoni laici», e ha indicato delle responsabilità precise: «L’insistenza pregiudiziale delle agenzie internazionali» e «le dichiarazioni di alcuni esponenti politici europei o di organismi sovranazionali, cioè di quella classe che per ruolo e responsabilità non dovrebbe essere superficiale nella analisi né precipitosa nei giudizi». Il cardinale ha poi proseguito la sua arringa difensiva di Ratzinger con un’analisi, di carattere socio-teologico, di ciò che questo caso mediatico ha messo in luce: «E’ una delle tracce che ci portano a identificare la cifra più marcata del nostro tempo qual è il secolarismo»; infatti, secondo Bagnasco, al giorno d’oggi «si fronteggiano sostanzialmente due culture riferibili all’uso della religione: una che vede nell’uomo qualcosa di irriducibile rispetto alla materia, l’altra frutto di un’interpretazione esasperata e unilaterale del darwinismo che può portare ad un nichilismo gaio e trionfante».Questa dura presa di posizione del presidente della Cei, che ha deciso, per così dire, di attaccare per difendersi, puntando il dito contro l’atteggiamento pregiudiziale degli stessi detrattori di Benedetto XVI, evidenzia, per riflesso, il nervosismo serpeggiante negli ambienti ecclesiastici. Le cause di questo nervosismo sono probabilmente da ricercarsi nel modo poco efficace con cui gli stessi collaboratori del Papa hanno gestito mediaticamente le sue affermazioni. Come, infatti, ha affermato in un’intervista alla Bbc Peter Smith, arcivescovo di Cardiff e Galles, «il Papa dovrebbe essere protetto meglio dalla cerchia dei suoi collaboratori, e avrebbe bisogno di consiglieri ottimi e competenti». Per questo, secondo Smith, le polemiche sollevate dalle parole del Papa dimostrano che «qualcosa non ha funzionato in Vaticano».

Ma tutta questa serie di analisi e prese di posizione rimangono costantemente e inesorabilmente circoscritte e ancorate nell’alveo della semplice realtà europea, o tutt’al più della realtà sociale, politica e culturale dello spicchio di mondo chiamato Occidente. Resta, pertanto, nettamente esclusa, dalle parole di Bagnasco e dalla diatriba cattolico-laica nella quale egli si è così prepotentemente inserito, la realtà africana. Come sempre accade in questi casi, dalla questione iniziale legata all’uso del preservativo in una società difficile e particolare come quella africana, si è poi finiti a parlare delle tematiche strettamente inerenti all’ambito occidentale. Ci si è interrogati, infatti, su quanto questa vicenda abbia influito in maniera negativa sulla figura di papa Benedetto XVI (sempre in Occidente, anche perché in Africa egli ha anzi riscosso un enorme successo, radunando intorno a sé, durante le audizioni, milioni di fedeli). Da più parti si sono poi spese parole e buone dosi di inchiostro interrogandosi su come vada interpretato il suo pontificato e le linee di condotta che egli ha fin qui seguito, su quanto le furibonde reazioni polemiche alle sue parole siano il segno di una sempre più diffusa secolarizzazione dei costumi e del pensiero, come ha, appunto, ribadito lo stesso Bagnasco (rispolverando, in questo modo, anche una delle battaglie su cui aveva tanto insistito lo stesso Ratzinger non appena eletto al soglio pontificio, ossia la lotta al relativismo etico e culturale). Insomma, si è pian piano perso di vista il nodo centrale della questione, ossia la delicata quanto difficile lotta al virus dell’HIV in un continente immenso e dilaniato da continue guerre, carestie e povertà com’è quello africano.

Di fronte a questo tema, Benedetto XVI aveva proposto la sua ricetta: da una parte, aveva ribadito in maniera netta e decisa la propria ferma convinzione nel dettame della Chiesa secondo cui l’uso del preservativo è un atto non conforme alla morale cattolica, attirandosi così tutte le polemiche di cui sappiamo; dall’altra, aveva chiarito come, a suo modo di vedere, vi siano altri metodi più efficaci per combattere quest’epidemia, quali la riaffermazione del ruolo centrale della famiglia e del matrimonio e l’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità. Ma è proprio sulla stretta interdipendenza fra questi due filoni pedagogici che il mondo occidentale ha fondato la propria educazione sessuale degli ultimi 30 anni, ed è solo attraverso un uso cosciente della prevenzione e dei contraccettivi che si è riusciti a limitare e, in parte, superare la piaga dell’Aids.

Il problema legato alla parole del Papa non è, però, solo di carattere formale, ma ha purtroppo gravi ripercussioni a livello concreto, proprio per il peculiare carattere della realtà africana. In tanti paesi africani, infatti, la religiosità è vissuta in maniera assolutistica, totalizzante e, in definitiva, assai più conservatrice e rigida di quanto non succeda in paesi che pure hanno una millenaria tradizione cattolica come l’Italia e la Spagna. Il fatto che uomini e donne, in regioni in cui la diffusione dell’HIV coinvolge il 70% delle persone, si sentano non solo autorizzati, bensì “invitati” a non fare uso del preservativo, mette a grave rischio la salute e la vita stessa di un gran numero di individui. Ciò che forse viene sottovalutato dalle stesse voci autorevoli che hanno reagito con indignazione e rabbia alla presa di posizione di Ratzinger, è che in queste zone del mondo non succede che la Chiesa delinea una condotta di vita, e la maggior parte dei credenti vi aderiscono in maniera personale e istintiva, senza interpretare certi dettami (no all’uso del preservativo, castità prematrimoniale) come dei dogmi vincolanti. L’attenzione, infatti, con cui vengono seguite le parole del Papa e dunque della Chiesa è qui molto più forte di quanto avvenga nei paesi occidentali, ed è per questo che il peso delle dichiarazioni del pontefice va valutato non tanto nell’ottica del botta e risposta fra cattolici e laici, quanto nella concretezza delle sue ripercussioni pratiche sulla vita delle popolazioni africane.

Ed è per tutti questi motivi che la presa di posizione del Papa ha suscitato sconcerto non solo all’esterno del mondo cattolico, ma anche fra gli stessi credenti. Questo anche perché ormai da tempo il dibattito sull’uso del preservativo scuote anche dall’interno il mondo cattolico; a tal proposito basti segnalare l’esistenza di un’associazione che da anni combatte perché la Chiesa destituisca il veto sul preservativo, “Catholics for a Free Choice” (“Cattolici per una libera scelta”, che forse sarebbe più pertinente tradurre come “Cattolici per il libero arbitrio”), e che ha promosso, il 30 novembre, una giornata mondiale per la sensibilizzazione su questi temi. A quest’iniziativa hanno aderito anche importanti autorità, fra cui Peter Piot, direttore dell’Unaids (il programma delle Nazioni Unite per l’Hiv-Aids), il quale ha chiarito il senso del suo appello rivolto al mondo ecclesiastico: «Quando i preti pregano contro l’uso dei contraccettivi commettono un grave errore che costa vite umane. Non chiediamo alla Chiesa di promuovere la contraccezione, ma semplicemente di smetterla di vietarne l’uso».

Ma la fonte più autorevole in merito alla questione è stato senza dubbio il cardinale Georges Cottier, che era il teologo ufficiale di Papa Giovanni Paolo II e che ha continuato a ricoprire tale ruolo anche con Papa Benedetto XVI, solo, però, per pochi mesi, fino al dicembre 2005 (come si ricorderà, Ratzinger si è insediato al soglio pontificio nell’aprile 2005). Pochi mesi prima della morte di Papa Wojtyla, nel gennaio 2005, ecco ciò che aveva detto riguardo ad una possibile apertura della Chiesa verso l’uso del preservativo, suscitando non poco scalpore: « L’uso del preservativo può essere considerato legittimo in alcune particolari circostanze, ma solo in alcune e cioè quando la gente è prigioniera di una condizione epidemica di diffusione del contagio». In queste dichiarazioni il cardinale si soffermava proprio sull’analisi della situazione del continente africano: «In Africa ogni giorno si contano migliaia e migliaia di morti di Aids e altrettanti che si contagiano, così come migliaia di bambini vedono la luce segnati dall’HIV. Ecco, in questa situazione (e ripeto ancora una volta che la via migliore per contrastare il contagio restano la castità e l’educazione) l’uso del profilattico contribuisce a diminuire il rischio di contagio tra le persone. E’ chiaro che in questo contesto non è la permissività sessuale che si incoraggia, piuttosto si tende a preservare la vita dalla morte». Così parlava e argomentava Cottier nel gennaio del 2005, allorché si occupava della diffusione delle opinioni e dei pensieri di un Papa ormai gravemente afflitto dalla malattia che di lì a pochi mesi lo porterà alla morte. Certo, non basta questo per lasciarsi andare ai rimpianti malinconici verso il predecessore dell’attuale Papa, ma di sicuro fa effetto rileggere queste parole alla luce di quanto affermato da Benedetto XVI in merito a questo tema.

Gabriele Canarini

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