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Forum al Centro Studi Americani sulla crisi di capitalismo mondiale

marzo 31, 2009 di Redazione 

La presentazione del libro “Oltre lo shock. Quali stabilità per i mercati finanziari”, di Emilio Barucci e Marcello Messori, è stata occasione per una tavola rotonda sul tema. Oltre agli autori e all’ex presidente del Consiglio erano presenti e hanno dibattuto Marcello De Cecco, Ignazio Visco e Giuseppe Zadra. Umberto Profazio era là e ci racconta.

Nella foto, il pubblico del CSA

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di Umberto PROFAZIO

Mentre Obama si lancia al salvataggio del suo Paese, sull’orlo del crack, da questa parte dell’oceano si discute se la crisi sia già passata oppure deve ancora arrivare. Tra accuse di catastrofismo, e previsioni troppo ottimistiche, si moltiplicano i volumi che spiegano cause, sviluppi e possibili vie d’uscita dalla crisi economica. La tavola rotonda organizzata presso il Centro Studi Americani (CSA), ha avuto come oggetto la presentazione del libro “Oltre lo Shock. Quale stabilità per i mercati finanziari”, edito da Egea. Alla presenza degli autori, Emilio Barucci e Marcello Messori autorevoli economisti, e professionisti della politica, come il Presidente del CSA, Giuliano Amato, insieme a Marcello De Cecco, Ignazio Visco e Giuseppe Zadra hanno discusso sul grave momento economico del capitalismo mondiale.

La fine del ciclo economico? - Giuliano Amato ha sottolineato come si siano presi rischi eccessivi nei mercati finanziari, che hanno creato notevoli pericoli per il corretto andamento delle contrattazioni borsistiche. Le responsabilità ricadono tutte sull’ex Governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, colpevole di sostenere la tesi della ormai avvenuta fine del consueto ciclo economico, vale a dire di quell’andamento ondulatorio che seguirebbero le economie capitaliste attraverso la storia. Tutti i manuali di economia politica infatti disegnano l’andamento delle economie attraverso fasi di espansione, che spostano verso l’alto l’equilibrio economico grazie allo sviluppo ed al progresso nella produzione e nella allocazione delle risorse, e fasi di recessione, contraddistinte da un calo improvviso della stessa produzione dovuta a crisi: sarebbero quindi shock positivi e shock negativi a governare l’andamento delle economie, in maniera costante ed imperturbabile. Ma la new economy ed i progressi tecnologici degli ultimi anni avevano portato negli Stati Uniti un ottimismo spropositato sulle “magnifiche sorti e progressive”dell’economia, che aveva contagiato anche chi doveva sorvegliare il corretto andamento degli scambi economici e finanziaria, vale a dire Greenspan. Egli credeva infatti che il ciclo economico fosse finito, e che ormai il progresso continuo e lo sviluppo impetuoso impresso dalla globalizzazione non avesse fine. Il primo segnale dell’ingiustificato ottimismo di Greenspan venne però dallo scoppio della bolla speculativa dei titoli tecnologici all’indomani del nuovo millennio, con il crollo del Nasdaq, e successivamente dalla crisi di Wall Street derivante dall’attacco alle Torri Gemelle del 2001: fattori esterni si era detto, che non avrebbero intralciato lo sviluppo della globalizzazione verso l’espansione economica. Ma il mancato controllo delle transazioni finanziarie, moltiplicatesi sempre di più e divenute sempre più complesse, ha fatto perdere progressivamente il contatto con la realtà. Si è infatti diffusa l’idea che il rischio suddiviso tra vari titoli, con il fenomeno della cartolarizzazione e dei titoli derivati, sviluppatisi con il metodo delle scatole cinesi, sia un rischio che scompare come per magia. Ed invece i fatti dello scorso anno hanno dimostrato che il rischio è ritornato indietro come un boomerang.

“Cambiare tutto per non cambiare niente” - L’intervento di Marcello De Cecco, professore ordinario di Storia della Moneta e della Finanza alla Scuola Normale Superiore di Pisa, e considerato tra i più grandi economisti italiani, si è invece incentrato sulle azioni messe in campo dagli Stati Uniti, Paese originario della crisi. Secondo De Cecco i provvedimenti messi in campo dagli USA stanno ricalcando quelli già effettuati durante l’altra crisi che viene spesso paragonata a quella attuale, vale a dire quella del 1929, di cui quest’anno sembrano festeggiarsi gli 80 anni. Lo scoppio della crisi ha portato al salvataggio di diverse società che rischiavano di scomparire per sempre, ma sono state giudicate troppo grandi ed interconnesse per fallire: perciò lo Stato è tornato di prepotenza quale attore soggetto dell’economia, dopo essere stato per decenni relegato in un angolo con l’accusa di essere un fattore di distorsione e di inefficienze. Soprattutto il settore finanziario ha guadagnato dalla scomparsa dello Stato e delle regole dall’economia, grazie al fenomeno delle cartolarizzazioni, che in un primo momento sono state il motore del settore finanziario, ma che successivamente hanno creato una crisi di liquidità record. Si può forse affermare che lo sviluppo del settore finanziario, a discapito dell’economia reale, sia stata una politica industriale messa in atto da Stati Uniti e Gran Bretagna, i mercati finanziari più sviluppati, e non a caso quei paesi che stanno soffrendo di più per la crisi. Per politica industriale strategica si intende la preferenza accordata da un Governo ad un settore economico considerato strategico e di primaria importanza per lo sviluppo nazionale, come poteva essere la politica militare negli anni’60 per gli USA. La perdita di competitività nell’economia reale dei Paesi anglosassoni, resa evidente dallo sviluppo impetuoso di Cina ed India, e di tuti quei paesi che godendo di un minor costo del lavoro e delle materie prime stanno emergendo molto più rapidamente dei vecchi Paesi industrializzati, ha spinto l’Occidente a concentrarsi sui mercati finanziari, che hanno creato ricchezza senza produrla realmente. I subprimes, i titoli tossici e le azioni sono divenute rapidamente carta straccia quando ci si è resi conto che le garanzie poste su di essi non esistevano, ma i guadagni precedenti sono stati ingenti ed hanno favorito banchieri ed assicuratori.

Le azioni intraprese dagli USA, vale a dire il salvataggio delle banche e dei colossi finanziari, sono volte a mantenere le cose come stanno, favorendo le banche di investimento a discapito di quelle commerciali: niente più, niente meno insomma che la battuta finale del Gattopardo, dove si dice che “cambia tutto per non cambiare niente”.

Una crisi autoprodotta per salvare il dollaro? - La parola è successivamente passata a Ignazio Visco, Vicedirettore Generale della Banca d’Italia, che ha contestato ai due autori una mancata, se non superflua attenzione al tema della macroeconomia della crisi. L’intervento di Visco ha sottolineato come la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la vittoria del mercato che ne è conseguita, abbia scatenato la globalizzazione e la new economy, che con le nuove tecnologie ha favorito l’ottimismo sul futuro. Ma già alla fine del millennio le preoccupazioni erano forti: i disavanzi cronici della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti infondevano grosse preoccupazioni sugli economisti, che predicevano come gli USA avessero bisogno di un graduale deprezzamento del dollaro per favorire le esportazioni e scoraggiare le importazioni, al fine di far ritornare all’equilibrio Washington. Ciò poteva essere possibile solo se fosse aumentato il tasso di risparmio medio delle famiglie americane, ma si sa ormai che al di là dell’Atlantico si è sempre preferito consumare più di quanto si guadagnasse, ed il sistema ha favorito che gli americani consumassero sempre al di sopra delle loro possibilità. “Lo standard di vita degli americani non è negoziabile” tuonò una volta l’ex Presidente Gorge W.Bush.

Ma il crollo della Borsa del 2008 ha forse fornito l’occasione tanto attesa per l’economia americana: a causa della crisi il tasso di risparmio degli americani sarà costretto ad aumentare, favorendo così il progressivo riequilibrio della bilancia commerciale USA. E’stata quindi una crisi spontanea generata autonomamente dal sistema ormai malato di Wall Street, oppure qualcuno ha deciso di far scoppiare la bolla immobiliare per secondi fini, vale a dire il deprezzamento del dollaro? E l’Europa farà la parte dell’agnello sacrificale per favorire il riequilibrio della bilancia USA? Oppure tutto questo è solo dietrologia? Sembra quasi di parlare dell’attentato del 2001 alle Torri Gemelle, e della tesi per cui i servizi segreti hanno favorito gli attentati? Sia così o meno, il risultato è stato lo stesso: grossa commozione di massa e grossa inversione di rotta nella politica estera ed economica degli USA Sarà proprio così? Se le nazionalizzazioni, attualmente necessarie per salvare i colossi finanziari, da momento purificatore temporaneo lasceranno lo spazio al ritorno del mercato, oppure se resteranno in vigore per molto tempo. Da questo dipende la sopravvivenza stessa del modello capitalista americano.

Nuova Bretton Woods, o istituzioni di vigilanza globali? - Giuseppe Zadra, direttore generale dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) ha insistito sulla necessità di una macroregolamentazione globale, in linea con i tempi che corrono. Quello che Zadra vuole dire è che se esistono istituzioni sovranazionali in tutti i campi dello scibile umano, è necessaria anche una istituzione sopranazionale finanziaria che aiuti a fissare le regole per evitare le crisi a cui stiamo assistendo oggi. Non necessariamente una nuova Bretton Woods, ma un organismo che si incarichi di vigilare sul rispetto delle norme volte a garantire il giusto e corretto scambio finanziario. Ma l’opposizione degli Stati rende questo percorso impervio.

La crisi finanziaria è passata: adesso tocca all’economia reale - La parola è infine andata ai due autori, che hanno ringraziato i presenti ed hanno risposto alle critiche sollevate. Emilio Barucci, professore di Matematica Finanziaria al Politecnico di Milano, ha sottolineato che gli interventi di nazionalizzazioni sono avvenuti spesso in modo opaco, non trasparente, sollevando dubbi sulla corretta gestione della crisi, mentre Marcello Messori, professore di Economia all’Univeristà di Tor Vergata, ha affermato che le nazionalizzazioni non devono essere troppo intrusive. Proprio Messori però spezza una lancia nei confronti del sistema precedente: le banche mondiali (vale a dire quei colossi finanziari che hanno una componente commerciale ed una di investimento, e che sono state responsabili della crisi) hanno avuto un certo successo che non va dimenticato. I margini dei titoli finanziari infatti hanno consentito molti guadagni, superiori a quelli dei titolo commerciali, ed è solo la complessità dei prodotti che deve essere oggetto di intervento e di vigilanza.

Ci sarebbe da controbattere che se le banche mondiali hanno avuto successo, non possiamo di certo immaginare cosa sarebbe successo se non l’avessero avuto, visto che abbiamo toccato il fondo. Anzi, non ancora, dato che come ricordato da Messori nelle sue ultime battute, la crisi finanziaria è ormai passata, adesso tocca alla crisi reale, quella fatta di produzione, di merci, di posti di lavoro. Ed i dati diffusi dalle istituzioni statistiche nazionali (Istat, ma anche Confindustria) non lasciano certo speranze a breve per il nostro Paese. No, qui non siamo al catastrofismo: perché la catastrofe ancora deve arrivare.

Umberto Profazio

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