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Lettera al Direttore della nostra De Bartolo sullo stupro di Capodanno

marzo 31, 2009 di Redazione 

Luna De Bartolo, corrispondente da Bruxelles e responsabile per l’Eu- ropa del nostro giornale, scrive una lettera aperta dedicata a come alcuni media, alcuni commentatori hanno trattato il caso della ragazza stuprata alla nuova Fiera di Roma la notte del primo gennaio. Un’opinione che è importante ascoltare. Ecco la lettera.

di Luna DE BARTOLO

Caro Matteo,

Non ho seguito la puntata di Porta a Porta con ospiti la madre dell’uomo denunciato per lo stupro di Capodanno e il suo avvocato difensore, senza alcun contraddittorio. Non l’ho voluta vedere. Il mio stomaco non avrebbe retto. Ho letto l’articolo di Filippo Facci pubblicato il 23 marzo sul Giornale. Lo stomaco non ha retto.
Siamo alle solite. Ne ebbi già il sentore quando i giornali riportarono, qualche giorno prima della scarcerazione di Franceschini, che la ragazza sopravvissuta era stata fermata dai carabinieri per modico possesso di sostanze stupefacenti. Il dubbio iniziava ad insinuarsi nella coscienza collettiva degli italiani: mi è bastato fare un giro tra i forum di discussione sulla rete per accorgermene. Poi è arrivata la scarcerazione dell’indagato.
Non sono tra quelli che hanno urlato all’ingiustizia quando la gip Marina Finiti confermò il fermo e concesse gli arresti domiciliari al Franceschini in attesa di giudizio. Ricordo bene che la giudice riconobbe la “rilevante capacità criminale, sintomatica di evidente pericolosità e inaffidabilità del soggetto” che si è accanito sulla ragazza “con modalità talmente violente da suscitare particolare allarme nella collettività e turbare finanche il suo autore, come dallo stesso dichiarato”. Ricordo anche Finiti sottolineare che “il consenso eventualmente prestato dalla vittima, peraltro mai ammesso, potrebbe sussistere solo nella fase iniziale della vicenda, e comunque non riveste alcuna efficacia scriminante alla luce del drammatico epilogo della vicenda”; e come “il rischio di recidiva specifica, desumibile dalle modalità fattuali della condotta, che denotano una specifica propensione dell’uomo alla violenza fisica e un’incapacità di contenere gli impulsi” rendevano concreto e rilevante “il pericolo di reiterazione specifica e il rischio di nuovi atti di violenza alla persona”. Quindi, la giudice confermò il fermo nella misura cautelare degli arresti domiciliari, considerando l’incensuratezza e la confessione dell’indagato, rilevando poi nella famiglia, che aveva stigmatizzato l’accaduto, “un valido referente”. Questa è la prassi; nulla da eccepire: i domiciliari sono comunque una misura coercitiva in attesa del processo nelle aule di tribunale.
Ma il violento processo mediatico è arrivato prima: un decreto “antistupri” varato in fretta dal governo ha riportato l’indagato in carcere -ricordiamolo, sempre preventivamente. E, come tutti sappiamo, qualche giorno dopo è arrivata la revoca dell’arresto ad opera del gip Guglielmo Muntoni. Revoca non dannosa in sé, considerando io il carcere preventivo illiberale se non accompagnato da elementi che lo rendano irrinunciabile, ma nelle sue motivazioni: Muntoni dichiara che gli indizi nei confronti dell’indagato “appaiono assai meno gravi non potendosi escludere che la versione fornita sia sincera e che lesioni più gravi non fossero volute, ma siano state invece frutto di un gesto violento, compiuto durante un rapporto consensuale, per un moto di rabbia e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e alcoliche che rendevano lo stesso Franceschini poco in grado di valutare gli effetti del gesto”. Questo fa male.
Ma c’è di peggio. Nel suo articolo, intitolato “False verità: Capodanno senza stupro”, Facci ha già deliberato. E vari organi di stampa con lui. L’editorialista del Giornale riporta, senza riguardo alcuno per una persona non imputata di alcun crimine, che la vittima “alle 4 e mezzo era ubriaca persa e ballava in mezzo a un gruppetto di ebeti che le si strusciava addosso, le tirava su i vestiti: tanto che un amico dovette intervenire per difenderla”. Sulla condotta “sessuale” della vittima. E ancora: “sarebbero fatti suoi, nondimeno, che lei in un momento imprecisato abbia anche avuto un rapporto sessuale con qualcuno che non fu, però, Davide Franceschini, ossia il ragazzo accusato d’averla stuprata: l’ennesima prova del Dna infatti non lascerà dubbi, quelle tracce sessuali appartengono ad altri”. Bene. C’è stato un rapporto sessuale con qualcun’altro. Sarebbero fatti suoi, scrive Facci. Ma evidentemente non lo sono, dato che vengono riportati nonostante non abbiano rilevanza alcuna rispetto alla violenza consumatasi in seguito. Continua il giornalista: “Tralasciando per quanto possibile i dettagli, successe questo: in bagno c’erano andati solo per una rapida fellatio da ascriversi al delirio di quella notte, ma lui, strafatto, non funzionava. Prese l’iniziativa, usò una mano, e qui è difficile entrare nell’ottica convulsa e alterata di chi è sovralimentato dalla cocaina: sta di fatto che a un certo punto lei gli disse che non era buono manco con la mano, e cominciò a sfotterlo, sinché lui perse la testa e ogni confine fu superato ufficialmente, droga o non droga. Lui le fece violenza, sempre con la mano, le diede anche due pugni in volto”. Questa riportata è la versione del Franceschini, considerata più credibile dal gip Muntoni rispetto a quella della vittima. Noi possiamo basarci su questa ricostruzione dei fatti, nonostante sarà il processo in tribunale a stabilire cosa sia successo quella notte. C’è stato un iniziale consenso ma lui non è riuscito ad avere un rapporto, così lei l’ha preso in giro, dichiara l’imputato. Allora, scrive Facci, “Lui le fece violenza, sempre con la mano, le diede anche due pugni in volto”.
È detestabile dover fare la conta sanguinolenta dei segni sul corpo della ragazza. È umiliante per chi sa bene come spesso lo stupro non lasci segni evidenti; per chi rinuncia a denunciare per la paura di non essere creduta, per non passare come delle bugiarde che “ci stavano”. Nonostante gli stupri “inventati” siano una percentuale assolutamente irrisoria, come dichiara Giuliana Del Pozzo, cofondatrice di Telefono Rosa, la quale sottolinea anche come “Dietro una ragazza che inventa uno stupro c’ e’ spesso un problema legato alla sfera sessuale, una storia gravissima di violenza infantile, per esempio. Ci sono bambine che si portano dietro questo dramma per tutta la vita, che divengono donne con una sessualita’ rovinata, una serenita’ praticamente distrutta. Quando non ce la fa piu’ a reggere il peso di quei ricordi, quando non riesce piu’ a gestire la situazione. La giovane lancia l’ allarme”. Ma il dubbio che la donna che denuncia sia una mistificatrice mossa dal desiderio di vendetta è un luogo comune estremamente radicato. Talmente radicato che oltre il 90% delle vittime non denuncia. Anche per questo motivo. Così insito nella nostra cultura, che esalta l’esempio della vittima santa Maria Goretti, la quale per difendere la propria castità “preferì” morire. Difficile provare uno stupro se, proprio per la paura di morire, non c’è ribellione, non ci sono segni tangibili.
Ma non è questo il caso. È avvilente doversi inserire in questo squallido reality sulla pelle di una persona. “Rape today” lo chiama il blog “Femminismo a sud”. La ragazza ha coraggiosamente scritto ieri a Repubblica (http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/violenza-sessuale-5/lettera-vittima/lettera-vittima.html?ref=search ). Pieghiamoci anche noi a questa infame logica per fare luce.
La ragazza è stata trovata in terra con i vestiti strappati, in stato evidente di shock e ricoperta di sangue, quindi portata all’ospedale San Camillo. La dottoressa riscontrò grossi ematomi sul collo, segno di un tentativo di strangolamento, ecchimosi su tutto il corpo, lividi estesi alla testa e il labbro superiore spaccato. Queste le lesioni, i “due pugni in volto” di cui parla Facci. Ma la dottoressa si accorse anche che la giovane perdeva sangue dalle parti più intime, un’emorragia interna: un prolasso uterino che ha richiesto un intervento chirurgico e venti punti di sutura. Questa la “violenza con mano”. Questo, a mio avviso, lo stupro. E il non riconoscerlo come tale trovo sia gravemente preoccupante.
L’errata percezione di cosa sia uno stupro richiede un cambiamento culturale, non una repressione legislativa.
La società si è pronunciata. Attendiamo il processo.

Luna De Bartolo

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