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Elezioni in Montenegro, rivincono i popolari socialisti di Djukanovic

marzo 30, 2009 di Redazione 

Il partito del premier, erede della sciolta Lega dei comunisti del Mon- tenegro, governa il Paese ormai dal 1989. Le elezioni di ieri gli hanno consegnato una nuova, larghissima maggioranza. Proseguirà quindi il processo di adesione all’Unione Europea, obiettivo per il quale il primo ministro montenegrino è sostenuto più o meno esplicitamente dalle stesse istituzioni del Vecchio continente. Ma rimangono i problemi di corruzione, la criminalità organizzata e le accuse e i sospetti nei confronti dello stesso Djukanovic, che venne indagato anche dalla procura di Napoli per mafia. Ci racconta le elezioni e la situazione nel Paese la nostra Luna De Bartolo.

Nella foto, il Primo Ministro del Montenegro Milo Djukanovic

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di Luna DE BARTOLO

La coalizione di Milo Djukanovic ha ottenuto, con il 50,8% delle preferenze, la maggioranza assoluta nelle elezioni tenutesi ieri, domenica 29 marzo. Il premier montenegrino, al potere da vent’anni, guadagna così 47 seggi parlamentari su 81. Alle spalle della lega di Djukanovic, Per un Montenegro europeo, si collocano il principale schieramento d’opposizione, il Partito popolare socialista, con un misero 16,2% e 15 seggi; seguono i pro-serbi della Nuova democrazia serba, con il 9% di preferenze ed 8 mandati parlamentari, e la dura opposizione del Movimento per il cambiamento che ha riportato il 6,1% delle preferenze con i relativi 5 seggi. L’affluenza alle urne è stata soddisfacente, con il 65,8 % degli aventi diritto.
La vittoria della coalizione guidata dal leader del Partito socialista democratico era prevedibile, considerando la forte frammentazione dell’opposizione. “Avevamo messo in guardia la gente dal non sparpagliare i loro voti tra i piccoli partiti” ha dichiarato alla televisione montenegrina un abbattuto Andrija Mandic, guida della Nuova democrazia serba. Gli risponde il primo ministro: “Gli elettori hanno chiaramente scelto di votare per una via sicura, per la prosperità economica ed un avvenire europeo”.
Dopo le elezioni del 2006, anno della separazione montenegrina dalla Serbia con la quale formava l’ultimo scampolo federativo dell’ex Jugoslavia, gli scrutini successivi erano stati programmati per la fine del 2009. Djukanovic ha scelto di anticiparle, mettendo in evidenza la necessità di poter contare su un mandato chiaro allo scopo di continuare le trattative per l’ingresso nell’Ue.
Secondo i partiti d’opposizione, Djukanovic avrebbe invece giocato la carta delle elezioni anticipate nel timore di perdere consensi per l’accentuarsi della crisi economica. La Kombinat dell’Alluminio di Podgorica (KAP), principale impresa del paese, è vicina al tracollo; nella stessa situazione la Prva Banka, il secondo istituto di credito del paese, di proprietà del fratello di Djukanovic. Nelle prossime settimane il governo potrebbe essere costretto a chiudere la KAP: ciò equivarrebbe alla perdita di 10.000 posti di lavoro; la Prva Banka potrebbe invece essere nazionalizzata. La Repubblica del Montenegro è in attesa di 220 milioni di crediti dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca europea per gli investimenti e dalla gruppo bancario tedesco Kfw al fine di evitare la bancarotta dello Stato, le cui casse sono pericolosamente vuote. Secondo il leader del Partito Popolare Socialista, Sr?an Mili?, “tutto questo è poco ed insufficiente”, considerando il buco nel bilancio statale pari ad un miliardo di euro. Il Montenegro, pur non appartenendo all’Ue, ha adottato l’euro come valuta ufficiale: a causa della passata entrata in vigore del marco tedesco – scelta suffragata dalla volontà di attuare una politica economica indipendente dalla Serbia all’epoca di Milosevic – il passaggio all’euro è stato conseguente.
Il Movimento per il cambiamento denuncia inoltre la forte corruzione del governo e la scarsa democrazia. Il loro leader, Nebojsa Medojevic, ringrazia comunque “la gente che ha avuto il coraggio di votare per noi, la gente che non accetta che il Montenegro sia uno Stato privato retto da contrabbandieri di sigarette. Molto presto si dovranno fare in conti con la recessione e la bancarotta, perché si sta portando avanti una politica sbagliata”. Nel maggio 2002, la Dda di Bari indagò Djukanovic accusandolo di associazione mafiosa finalizzata al traffico internazionale di sigarette di contrabbando e, nel 2005, il procuratore di Napoli emise un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti. Mandato che divenne nullo con l’indipendenza del Montenegro dalla Serbia, poiché fornì a Djukanovic l’immunità diplomatica in qualità di premier del nuovo stato. L’indagine aveva portato alla luce gli stretti rapporti della criminalità organizzata montenegrina con la mafia italiana: un traffico florido e redditizio che porta sulla coscienza la morte di numerosi giornalisti, sia montenegrini sia di altri paesi dei Balcani, oltre a contare moltissime vittime tra le forze dell’ordine.
La domanda di adesione della Repubblica del Montenegro all’Europa dei 27 è stata consegnata dal Primo Ministro, nel dicembre 2008, nelle mani del presidente di turno, il francese Sarkozy. “Da una parte l’Ue e l’intera comunità internazionale rimproverano al Montenegro la presenza di criminalità organizzata e corruzione, la mancanza di capacità amministrative e altro, e dall’altra parte li hanno sostenuti per tutti questi anni” dichiara il presidente del Centro Democratico, Goran Batri?evi?. La sensazione è che l’Unione stia “proteggendo” Djukanovic in virtù del suo contributo alla stabilità della regione e per l’intenzione dichiarata dal paese di entrare nella Nato. Inoltre, l’opposizione locale non ha la forza e l’autorevolezza per imporsi come partner di Bruxelles; ciò anche a causa del ricordo delle sue non lontane posizioni nazionaliste filo-serbe.
Milo Djukanovic governa il paese dal 1989 e il Partito Popolare Socialista, erede della sciolta Lega dei comunisti di Montenegro, non ha mai abbandonato il potere. Un unicum nell’Europa postcomunista.

Luna De Bartolo

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