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I primi sessanta giorni di Obama Come cambia l’America. Eccoli

marzo 30, 2009 di Redazione 

Cos’ha fatto, e cosa si è ripromes- so di fare, il presidente Usa a or- mai due mesi dall’insediamento. In vista del prossimo traguardo dei cento giorni, in cui saranno possibili primi bilanci compiuti, scopria- mo tema per tema le scelte di Barack.

Nella foto, il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama

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di Luca LENA

Per quanto corroso dai nefasti effetti economici della crisi, il vento sembra essere cambiato. Obama sta accompagnando gli Usa in una direzione ben precisa attraverso alcuni provvedimenti che rivoltano come un calzino l’inerzia della precedente amministrazione. Se in larga parte alcune manovre non hanno ancora sortito effetti pratici la causa è da ricercare nelle problematiche che attanagliano questo scorcio di secolo. Non solo la crisi, ma anche restrizioni sociali e religiose, che spesso aggrovigliano le ruote della politica e ne frenano lo sviluppo, contribuiscono ad appesantire il lavoro di Obama, il quale continua a percorrere la sua strada, facendosi largo tra i primi sintomi di sfiducia anche tra chi due mesi fa lo osannava senza remore. I fatidici cento giorni dall’insediamento saranno dunque la prima tappa fondamentale, il varco cui l’uomo più potente del mondo dovrà obbligatoriamente attraversare a volto scoperto. Ma lo farà con la consapevolezza di aver rispettato i punti-cardine della campagna elettorale, scavalcando ideologie e costumi di un paese gigantesco, capace di alterni sensazionalismi tra gli infinitesimali strati della popolazione. Intanto Bush sembra essere dimenticato. Ci aveva già pensato il candidato McCain durante le elezioni nel ritenere deleterio qualsiasi accostamento all’ex presidente, rendendo stucchevole perfino il cerimoniale volo d’elicottero che aveva traslocato Bush lontano dalla Casa Bianca. L’ombra dell’ultimo presidente repubblicano deve rappresentare comunque un monito per Obama, che può garantirsi un percorso agevole sulla base degli errori del predecessore. Ed è sull’infausto lascito economico dell’ultima amministrazione che il leader democratico sta facendo forti pressioni, nel tentativo di rimpinguare le convalescenti casse del Tesoro.

Ripresa economica. Gli Stati Uniti, insomma, sono rivolti al futuro con i timori di dover subire l’onda anomala della catastrofe economica ma con la responsabilità di essere l’ultima diga per la ripresa dell’intero pianeta. Obama ne è cosciente ed è per questo che ha proposto una finanziaria da 3.600 miliardi di dollari, comprendendo una riduzione delle tasse per le classi meno abbienti ed un cospicuo aumento per le famiglie che guadagnano più di 250.000 dollari. Inoltre è prevista l’erogazione di un sussidio per i circa sette milioni di americani che hanno perso il lavoro in seguito alla crisi. Un impegno sociale per contrastare un crollo economico che, come dice lo stesso presidente, “è il frutto di una gestione patrimoniale irresponsabile che ha messo in ginocchio tutte le istituzioni”. A questo proposito si è adoperato per tagli alla spesa che si aggirerebbero intorno ai 2.000 miliardi di dollari.

Etica politica. Un altro obiettivo che Obama sta perseguendo è il tentativo di limitare la deregulation finanziaria che riguarda nello specifico Wall Street. In questo senso, oltre ad essersi attorniato una squadra di esperti economici – tra cui molti banchieri clintoniani – si è prodigato per togliere il bonus spettante ai manager dell’Aig, incaricando il Segretario al Tesoro di utilizzare tutte le vie legali per bloccare i pagamenti che si assicurerebbero i vertici dell’azienda.

Ma perfino la sua amministrazione non sarà esente da questa sorta di rivoluzione etica: per gli stipendi dei collaboratori più stretti di Obama sarà fissato un tetto massimo di 100.000 dollari l’anno. Inoltre, non potranno essere accettati regali da lobby americane per prevenire il rischio di conflitti d’interesse e, per una totale trasparenza amministrativa, è stato ampliato l’accesso ai documenti federali.

Assistenza sanitaria. Uno dei fattori più problematici che riguardano l’intero paese è il comparto della sanità. Con il prelievo fiscale Obama intende recuperare più di 600 miliardi di dollari nel tentativo di rivoluzionare una questione sociale di estrema importanza. Nonostante la spesa sanitaria rappresenti il 20% del PIL statunitense, ciò che ha sempre bloccato un tentativo in questo senso è la resistenza da parte delle corporazioni delle industrie farmaceutiche. Anche durante la presidenza Clinton, infatti, le lobbies fecero muro contro la creazione di un sistema sanitario nazionale. Per quanto gli esperti rimangano scettici di fronte al successo di Obama in questo campo, i vertici governativi sono consci del fatto che un impresa di questo tipo assicurerebbe al paese le fattezze di una reale democrazia sociale.

Politica estera. Il cavallo di battaglia di Obama è stato il deciso contrasto alle campagne militari di Bush. Oltre ad aver impoverito le casse sulla base di accuse rivelatesi infondate, l’ex presidente ha creato un alone di odio e acuito l’intolleranza religiosa nei confronti dei paesi mediorientali. Obama sembra voler cambiare rotta. Eloquente il messaggio-video inviato pochi giorni fa al popolo iraniano con cui auspica un superamento degli antichi dissensi, fondato sul dialogo e sul reciproco rispetto. Anche se la risposta iraniana non ha perso i toni freddi e astiosi del suo leader, Obama ha comunque dato prova di lungimiranza mediatica, affrontando con estrema razionalità uno degli aspetti più delicati della sua amministrazione.

Per quanto riguarda i contingenti militari impegnati in Medio Oriente, il presidente ha sempre manifestato il disprezzo per la guerra in Iraq – che considera sbagliata – ma al contempo ha deciso di rafforzare la presenza militare in Afghanistan. Non dimentichiamoci che Obama ha confermato nel suo team il Ministro della Difesa Robert Gates, generando le critiche delle ali pacifiste che speravano in un totale allontanamento dal governatorato Bush. A questo proposito pochi giorni fa è stato annunciato l’invio di 4 mila soldati in Afghanistan, con il compito di garantire maggiore sicurezza ai civili. In sostanza si lavora su due fronti: da una parte c’è l’obiettivo di smantellare la rete terroristica di Osama Bin Laden e tenere sotto controllo la crescente corruzione che ammorba il governo di Kabul, inoltre vi è la volontà di imbastire un esercito afgano di 134 mila unità e 82 mila per le forze di polizia in vista del clima incandescente che si prospetta per le elezioni presidenziali del 20 agosto. “Faremo di tutto per far sì che il governo afgano non cada sotto il controllo dei talebani” ha ribadito Obama. La minaccia di Al Qaeda è più forte che mai.

Guantanamo. Tra i provvedimenti più acclamati vi è la richiesta di chiusura di Guantanamo. Entro il 2009 le prigioni segrete della CIA e gli interrogatori non conformi al codice del Pentagono dovrebbero essere abbandonati. Dunque non solo verranno vietati i trattamenti che ledano i diritti fondamentali dei detenuti, ma si cancella anche la possibilità di adottare tecniche non previste dal manuale dell’esercito.

Ambiente. Una rivoluzione vera e propria riguarda la difesa dell’ambiente di cui Obama è strenuo sostenitore. Il programma del presidente democratico prevede di mettere fine, entro 10 anni, alla dipendenza dal petrolio, il 10% di rinnovabili entro 4 anni, e una riduzione del 15% in 10 anni dei consumi di elettricità. In più c’è l’obiettivo di coniugare la difesa ambientale con le problematiche inerenti la disoccupazione: si spera infatti di ridurre le emissioni di CO2 dell’80% entro il 2050 e di creare 5 milioni di posti di lavoro nel settore dell’energia pulita. Per riuscire in questa difficile impresa Obama intende limitare le emissioni di gas serra e anidride carbonica di tutti i veicoli a motore. Una soluzione già richiesta due anni fa dalla Corte Suprema all’Epa, ma completamente ignorata dall’amministrazione Bush.

Bioetica. Obama ha ribadito il sostegno alle leggi in favore dell’aborto, sbloccando i fondi federali ai gruppi che lo praticano. Una vicenda che ha suscitato scalpore, nonostante fosse stata annunciata in campagna elettorale, ma bisogna considerare che circa l’80% della popolazione americana si definisce cristiana. L’ultima vicenda di bioetica che ha smosso in particolare i vertici ecclesiastici riguarda la modifica del provvedimento di Bush sulle ricerca delle cellule staminali embrionali. Obama è deciso a sciogliere i limiti che bloccano i finanziamenti in questa direzione, aprendo le prospettive ad una visione fortemente improntata sulla laicità della vita.

Luca Lena

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