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Il responsabile nazionale casa Fi “Il Governo non rinuncia al piano”

marzo 30, 2009 di Redazione 

Piano-casa, l’on. Vincenzo Gibiino sul provvedimento: “Ci siamo dati una settimana per raggiungere l’accordo con le Regioni. Probabilmente non si userà lo strumento del decreto bensì o legge delega o legge quadro. L’importante è che trovino il modo di applicarla al più presto”. Cosa prevede la legge del 2008. Le ragioni del progetto del Governo. Il colloquio, di Valentina Di Nino.

Nella foto, l’onorevole Vincenzo Gibiino

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di Valentina DI NINO

Il piano-casa è uno dei grandi temi del momento. Un progetto che ha suscitato e continua a suscitare frizioni tra Governo e opposizione e tra governo centrale ed enti locali.
Il Governo vede nel “piano casa” un disegno irrinunciabile per questioni economiche e sociali e si era proposto di utilizzare lo strumento del decreto legge per il carattere di urgenza che riteneva avesse la materia.
L’opposizione, dal canto suo, solleva due tipi di obiezioni: il primo concerne il merito del provvedimento nella sua parte riguardante il “piano edilizio”, considerandolo una minaccia per l’ambiente e una misura che porterebbe alla costruzione selvaggia e al deturpamento delle aree urbane. Il secondo tipo di obiezione si basa sulla presunta “incostituzionalità” del provvedimento sulla base di uno scontro di competenze con gli enti locali e, in particolare, le Regioni.
E qui, in effetti, la tensione esiste, tant’è vero che la presentazione del piano-casa è slittata di una settimana per consentire un’ulteriore trattativa tra Governo e Regioni e lo stesso Governo pare che ormai abbia rinunciato allo strumento della decretazione d’urgenza per ripiegare sulla legge quadro.

GIBIINO - “Di sicuro c’è che il governo non rinuncia al piano edilizio perchè è una misura troppo importante sul piano economico e su quello sociale e siamo sicuri che le Regioni ne abbiano ormai compreso l’importanza. Ci siamo dati una settimana per raggiungere l’accordo. Probabilmente non si userà lo strumento del decreto bensì o legge delega o legge quadro a patto che le Regioni trovino modo di applicarla prima possibile”.
A parlare è l’on. Vincenzo Gibiino, responsabile nazionale di Forza Italia per la casa, che si è reso disponibile ad illustrare a il Politico.it in tutti i suoi punti il contestato piano-casa.

La legge del 2008. Partiamo da quello che si è già fatto, l’anno scorso, con la legge quadro. “Alla base di tutte le misure prese in materia ci sono importanti motivazioni sociali ed economiche. Nel dopoguerra in Italia si è assistito alla corsa alla costruzione per andare incontro alle necessità concrete di un paese in espansione. Questa possibilità di costruire viene frenata nel 1998 dall’abolizione della tassa Gescal, che gravava sulle buste paga dei lavoratori dipendenti e veniva trasformata in un fondo destinato alla costruzione e manutenzione di immobili nelle città, in funzione della richiesta e delle graduatorie. Per dieci anni questi fondi sono mancati, ma la domanda continuava a crescere.
Nel 2008, quando questo governo si insedia, si trova di fronte a una richiesta di case popolari, stimata intorno a 600mila domande, mentre quello che poteva garantire l’edilizia popolare, allora, era una media di duemila appartamenti l’anno. Nel frattempo il passaggio all’euro aveva allargato il numero di famiglie “in difficoltà”, i cosidetti “nuovi poveri”.
Il nuovo piano cambia impostazione e si apre a questo “target”, non coinvolto in precedenza dall’edilizia popolare: giovani, anziani, famiglie monoreddito, famiglie monogenitoriali, immigrati regolari e aumenta anche i soggetti attuatori coinvolgendo Comuni, Province, Regioni e cooperative con la spinta alla costituzione di casse depositi e prestiti e la creazione di strumenti finanziari irregimentati e concordati per la realizzazione di immobili sul territorio.
Si introduce anche un principio di defiscalizzazione dell’area edificabile. Secondo i nostri dati il costo dell’area incide nella misura del 40% sul valore finale dell’immobile. Per offrire case anche a metà prezzo abbiamo pensato che si può adoperare un cambio di destinazione d’uso di terreni agricoli statali attraverso un atto del Comune senza il passaggio attraverso la Regione. Oltre a ciò può prevedersi una premialità per i costruttori: se un privato realizza case ma contemporaneamente pensa all’urbanizzazione della zona (sgravando di tale onere il Comune interessato) può essere premiato con un alleggerimento fiscale”.

E alleggerimenti fiscali sono previsti anche per favorire la formula dell’affitto e andare incontro ad una richiesta sempre crescente: “Sono misure che rientrano nella novità della cosidetta “finanza di progetto” – spiega ancora l’on. Gibiino – Pur nel rispetto della norma comunitaria che vieta gli aiuti di Stato, è prevista la possibilità per privati che vogliono costruire nelle grandi aree metropolitane (Roma, Napoli, Milano, Torino) di realizzare immobili per la locazione che possono essere venduti solo dopo 25 anni. Lo Stato non impegna somme, le impegnano i privati che hanno poi un ristoro dall’affitto o dalla rogazione ma soprattutto sulla base della defiscalizzazione.
Quest’idea sopperisce anche a un problema tutto italiano: quasi l’80 per cento degli italiani vive in case di proprietà. Questo influisce sulla rigidità sociale del Paese: se qualcuno vuole spostarsi in un’altra area per lavoro, la casa di proprietà rappresenta un freno”.

Per quanto riguarda l’iter, a che punto siamo? “Il piano è stato approvato dal Cipe, manca l’accordo con le Regioni con cui si è trovato un momento di frizione relativo ai fondi destinati a Comuni e Iacp per la realizzazione di case da realizzarsi entro 8 mesi, un anno. Ma si trattava di 12mila alloggi l’anno: solo una piccola boccata d’ossigeno rispetto alle 600 mila domande. Ora si è arrivati su questa parte del piano ad un accordo di massima tra il Rappresentante Regioni e il ministro Fitto”.

Una seconda parte della legge del 2008 riguarda la vendita degli immobili dei Comuni e degli enti di edilizia popolare: “In questa materia il governo non ha competenza perchè non si parla di immobili di proprietà statale ma di proprietà di enti locali e Iacp”. Prosegue Gibiino: “La vendita è regolata dalle Regioni e ognuna sceglie come: la Sicilia nel piano vendite ha messo il 70 per cento dei suoi immobili, la Lombardia solo il 20 per cento. Potrebbe trovarsi un accordo tra Regioni e Federcasa (che riunisce tutti gli Iacp d’Italia) per stimolare la vendita attraverso una legge quadro che consenta a chi attualmente vive negli alloggi popolari di convertire l’attuale canone di locazione (in media 70 euro al mese) in un canone di riscatto (140 euro). Però per fare questo è necessario andare incontro alle famiglie interessate ed applicare un tasso fisso di interesse. Sarebbe opportuno fare un cartello con le banche e garantire con un fondo statale o con una cassa depositi e prestiti il pagamento di queste rate. Il passaggio di proprietà avverrebbe solo al pagamento dell’ultima rata. Certo, rispetto alla vendita degli alloggi di edilizia popolare, deve portarsi avanti anche un progetto di riqualificazione dei quartieri interessati”.

Il piano-casa. Fin qui, dunque, i contenuti della legge quadro che si è fatta l’anno scorso: una legge che si propone di raggiungere obiettivi di medio-lungo termine a differenza del contestatissimo piano edilizio o “piano-casa 2″, al centro delle polemiche di questi giorni.
“Il piano-casa 2, a differenza delle misure contenute nella legge quadro del 2008, va ricondotto ad una necessità di rilancio economico che è tutta momentanea e contingente. Le misure del piano edilizio sono incentrate sul breve periodo e puntano a riavviare l’economia dal basso spingendo ogni singolo proprietario di immobile ad aumentare il proprio volume di casa attraverso facili interventi. Anche qui, si è partiti dalla considerazione di dati razionali e questi ci dicono che, oggi, il 50 per cento degli italiani vive in piccoli comuni e non nelle aree metropolitane, in villette mono o bi-familiari. Quindi la possibilità di aumentare il volume della propria abitazione del 20 per cento, come previsto dalla nostra proposta, si concretizzerà in piccole misure: la chiusura di una terrazza o di un patio. Questa cosa, se correttamente fatta (e diamo per scontato che nessuno voglia rovinare il proprio patrimonio immobiliare per fare un vano in più), concordata tra Stato, Regioni e singoli comuni, non va a deturpare il territorio ma potrebbe andare addirittura a tutelarlo.
Un dato in nostro possesso che si legge poco sui giornali e su cui noi invece abbiamo ragionato è il nuovo aumento delle nascite: molti ragazzi che abitano in monolocali quando serve spazio in più per il bambino si spostano fuori perchè le case costano meno e sono in media più grandi ma questo alla lunga presenta conseguenze, per esempio sulla mobilità: il mutuo è basso ma si spende molto negli spostamenti casa-lavoro. Avendo la possibilità di aumentare il volume del proprio immobile del 20 per cento sarebbero meno le persone costrette a spostarsi in zone molto lontane dal posto di lavoro e quindi si abbatterebbe il costo economico ed ecologico determinato da questi spostamenti. Quindi con il nuovo piano edilizio si raggiungono tre obiettivi: si aiutano le famiglie, si protegge il territorio e soprattutto si rilancia l’economia. Subito. Oggi come oggi le somme pubbliche vengono erogate in quattro anni. La possibilità di aumentare il volume dell’immobile del 20 per cento ma anche possibilità di abbattere e ricostruire è importante per far circolare denaro e lavoro”.

Questi dunque gli obiettivi principali del piano casa governativo. Rimane lo scoglio dell’accordo con le Regioni. “Il problema è di competenza. Di sicuro c’è che il governo non rinuncia al piano edilizio”, ribadisce Gibiino. “Stiamo lavorando per trovare un accordo con le Regioni. Sull’opposizione che riguarda il silenzio-assenso da parte degli organismi di tutela del territorio il Governo, per esempio, propone una Conferenza di servizi a cui partecipino tutti i soggetti controllori, dai Vigili del fuoco in su per evitare di far perdere tempo ai proprietari e alle imprese in inutili lungaggini burocratiche. Su questo e su gli altri punti di frizione con le Regioni ci siamo dati una settimana per trovare un punto di incontro”.

Valentina Di Nino

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