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Lo spettacolo di Sabina Guzzanti difesa della libertà di espressione

marzo 29, 2009 di Redazione 

Scopriamo Vilipendio, in scena a Roma fino al 1 aprile e poi di nuovo dal 28 al 3 maggio. Una riflessio- ne-grido d’allarme sui limiti alla libertà di dissenso. Parte dalla proposta di denuncia della Procura di Roma per le sue frasi su Benedetto XVI (vilipendio, appunto) per raccontare senza peli sulla lingua il rapporto tra l’attuale classe dirigente e la stampa, l’arte, la critica in generale. Sentiamo.           

Nella foto, Sabina Guzzanti

Vilipendio

di e con
Sabina Guzzanti

Regia Giorgio Gallione

Musiche
Riccardo Giagni
Danilo Cherni
Maurizio Rizzuto

Musicisti in scena
Danilo Cherni, tastiere
Maurizio Rizzuto, percussioni

Scenografia: Massimo Rizzato e Angelo Ciancaglini
Costumi: Antonio Marcasciano
Videoscenografo: Sergio Gazzo
Prodotto da Gruppo Ambra e F&P Group

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di Federico BETTA

La Costituzione della Repubblica Italiana comincia il suo ventunesimo articolo così: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. In base a queste poche righe ci si potrebbe sentire al riparo da ogni abuso dell’attività repressiva, ci si potrebbe convincere che la libertà di pensiero sia salvaguardata in maniera definitiva, almeno sulla carta. Ma verso la conclusione, dopo aver definito alcune eccezioni nel caso di “delitti”, lo stesso articolo ventuno introduce una frase che recita: “Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”.
Tra l’inizio e la fine dell’articolo, quindi, i fondatori della Repubblica Italiana hanno introdotto la possibilità della discrezione, si potrebbe dire, in relazione al caso, al tempo, al luogo e alla persona.
Su questo iato, su questa separazione tra l’apertura e la chiusura di una possibilità, forse necessaria in un testo d’ampio respiro come la Costituzione, i censori della cultura si sono sempre accapigliati, cavalcandola a man bassa. Per poter oscurare, vietare, cancellare e reprimere. Arrivando diretti all’obiettivo: delegittimare il come per sotterrare il cosa.
Nel caso di Vilipendio, l’ultimo spettacolo di Sabina Guzzanti, in scena al teatro Ambra Jovinelli di Roma (dal 27 marzo al 1 aprile e dal 28 aprile al 3 maggio), il problema di che cosa sia il ‘buon costume’ e dove si possa arrivare per difenderlo, è il centro della questione. Diventando un problema fondamentale di libertà.
In parole e musica, balli maori e j’accuse penetranti come bisturi, il testo è un’aprofondita riflessione sul valore della critica, sulla restrizione della libertà di dissenso, sull’esigenza di una presa di coscienza e la necessità di alzare la voce. Nel confronto serrato tra le parole della satira e la realtà del mondo, potremmo leggere la difesa di un avvocato contro accuse che perdono senso, quando la soglia, il limite, il parametro che le sorregge, s’infrange violentemente contro il ‘cattivo costume’ di chi, quelle accuse, cerca di sostenere.
L’autrice, che si dimostra ancora una volta scrittrice caustica e giornalista mordace, sciorina un’arringa che strappa risate, sparando in faccia la tragedia di un Paese che ha perso anche il senso della vergogna. In un turpiloquio senza mezzi termini, smonta pezzo a pezzo le accuse che le sono state rivolte nel corso della sua carriera, fino a quella della procura di Roma, che ha proposto la denuncia per vilipendio, per le frasi su Benedetto XVI, pronunciate l’8 luglio scorso, durante il “No Cav Day”.
Ha il coraggio, l’autrice-attrice, di dire quello che pensa, di non fare giri di parole e di proporre contenuti immersi in una melma di brutale commedia.
Riprendendosi il posto che è sempre stato dei provocatori, dei satiri, dei comici dalla lingua a stiletto, afferma ancora una volta il potere della libertà di parola, contro quello ‘stato etico’ che definisce il giusto e lo sbagliato, il buon gusto e la volgarità, che determina, con accuse e delegittimazione mediatica, il senso di ogni discorso possibile.
Per fortuna il bisturi della donna più querelata d’Italia non si ferma. E taglia la pancia lardosa che copre e infanga il dissenso, che anestetizza la critica e impone la sola visione accettabile: il pensiero unico che si scandalizza di fronte a una parolaccia e nasconde, tra i broccati dei salotti buoni, pratiche che farebbero rabbrividire chiunque, se appena si scostasse il velo.
Ne esce, da quel taglio rabbioso, l’immagine pop di una classe politica corrotta e autocelebrativa, che impugna la Costituzione per violentare le Istituzioni, interessata al mantenimento del potere e protetta da leggi che cementano lo stato delle cose.
In un’intervista, l’autrice ha precisato il senso di tutto il suo show: «Più che uno spettacolo è un programma. Cosa possiamo ancora dire in questo Paese? Cosa si può tollerare? A cosa ci siamo abituati? Mi pare evidente che stiamo prendendo una deriva autoritaria e l’idea è quella di far capire al pubblico i meccanismi con cui il dissenso viene schiacciato: in politica, nei media».

Federico Betta

Commenti

One Response to “Lo spettacolo di Sabina Guzzanti difesa della libertà di espressione”

  1. Davide on aprile 20th, 2009 20.44

    Guzzanti presidente della Repubblica!!!
    O lei o il padre, è uguale, dai :D

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