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Pippo Delbono. Il teatro, il cinema, la vita. Poetica d’un grande artista

marzo 28, 2009 di Redazione 

Federico Betta ci racconta le scelte di questo autore al quale l’associa- zione Teatro di Roma ha dedicato una serie di eventi e incontri in occasione della rappresentazione del suo ultimo spettacolo. Un film girato in presa diretta con il telefonino, superando così la distanza autoriale “dalla materia trattata”. Un monologo-autoconfessione. Fino appunto a ”La menzogna”, musical gotico che partendo dalla morte dei sei operai della Tyssen Krupp guarda in faccia alla realtà. Sentiamo.

Nella foto, il regista e attore teatrale varazzino Pippo Delbono

La Menzogna

Teatro Argentina di Roma dal 10 al 22 marzo 2009

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di Federico BETTA

In concomitanza con la rappresentazione romana dell’ultimo spettacolo di Pippo Delbono, La menzogna, l’associazione Teatro di Roma ha organizzato una serie di eventi e incontri per conoscere uno degli artisti più sconvolgenti del panorama italiano.
Alla Casa del Cinema, in Largo Mastroianni, alle porte del parco di Villa Borghese, sono stati presentati i tre lungometraggi che Delbono ha girato tra il 2000 e il 2006. Un cinema libero, tra narrazione, documento, inchiesta e testo poetico, energicamente sradicato dalle forme conosciute e intensamente radicato nel corpo di chi lo fa. I tre lavori sono stati introdotti da una sequenza dell’ultima opera video del regista. Un film, ancora in lavorazione, di ampio respiro, ma economico, in presa diretta, girato interamente con un telefono cellulare. Una scelta artistica fortissima, oltre che produttiva, per testimoniare l’urgenza di essere presenti, facendo sì che la macchina da presa, lo strumento di registrazione della realtà, si svincoli dall’apparato produttivo, per diventare escrescenza del corpo.
Se quarant’anni fa la nouvelle vague francese aveva teorizzato la caméra stylo, la cinepresa libera come una penna, Delbono mette in pratica la camera-arto. In una sorta di materializzazione del cyborg di Donna Haraway, prende vita la compenetrazione di uomo e macchina, creando, nel cinema, la sovrapposizione del corpo dell’autore con il corpo della realtà.
La vicinanza che impone il telefonino, infatti, la relazione diretta che instaura tra evento e ripresa, ne fanno uno strumento potentissimo, che vanifica l’insuperabile distacco dell’autore dalla materia trattata. Sembra quasi consentire, il cellulare, questo strumento che tutti usano incoscientemente, il sogno di riprendere l’immagine così com’è. Tanto che il massimo di presenza si trasforma, paradossalmente, nel suo opposto, nell’assenza di filtro, nella forza del reale che irrompe sulla scena, per il solo fatto di essere lì.
Per incidere nel sangue questa poetica, com’è carattere di Delbono, l’autore non ha definito un manifesto, non ha rilasciato conferenze stampa o indetto simposi di discussione teorica. Ma ha dimostrato il suo fare, con quella breve sequenza tratta dal suo ultimo progetto cinematografico.
I pochi minuti mostrati, in anteprima, alla Casa del Cinema di Roma, sono stati le immagini riprese durante i funerali di Abdul Salam Guibre, il ragazzo ammazzato, a bastonate, dai proprietari del bar Shining di Milano, per aver rubato un pacchetto di biscotti.
Il dolore nei volti, la forza di un’immagine, il corpo presente che testimonia ciò che non si deve dimenticare. Delbono si è calato in prima persona tra i pochi partecipanti al funerale, denunciando l’assenza delle autorità comunali e nazionali, sempre pronte a scomodarsi per ogni evento carico di pathos nazionalpopolare.
Questa presa di posizione di Pippo Delbono è il naturale proseguo della sua poetica, che ha sempre considerato il proprio corpo come mezzo necessario di testimonianza.
Un altro evento organizzato durante questa maratona, lo spettacolo I racconti di giugno, conferma quanto detto. Costruito come un monologo, narrazione a tu per tu con lo scorrere dei giorni, mette in scena i momenti più toccanti dell’esperienza umana dell’autore-attore. Dai tragici ricordi della malattia, alle vivide impressioni di un corpo che si riscatta, i racconti in prima persona sono un cuore pulsante di emozioni.
Forse, I racconti di giugno, per l’eliminazione di ogni articolata ipotesi di messa in scena, per la pulsante veridicità di una biografia che si fa spettacolo, assume la forza di una confessione che si è imposta la rappresentazione scenica, per evitare di debordare violentemente nella società.
Una società disprezzata dall’autore, come si evince dalla frase “scusaci per questo paese di merda”, lasciata sul Libro delle presenze al funerale di Abdul.
Una società di cani rognosi, di ricconi in doppiopetto che si mangiano il mondo, una società di violenza e corruzione, pronta a schiacciare i più deboli per un’oncia d’oro, per la voglia di sopraffare e primeggiare, pronta a far esplodere la vita di sei operai, pur di evitare la messa in sicurezza di un’acciaieria torinese.
Quest’immagine di violenza è condensata nel lavoro teatrale La menzogna. Partendo dalla morte dei sei operai negli stabilimenti della Tyssen Krupp, Delbono ha creato un musical gotico, di scintillanti scenografie noir, nell’intreccio di ferri roventi, nella potenza di musiche distoniche e parole offensive.
Sul palco, la menzogna è quella di un mondo che non ha paura di nulla, sicuro della sua potenza e della sua invulnerabilità. Una realtà senza scrupoli che non può essere addomesticata, e per questo va guardata in faccia. Anche se può sconvolgere.

Federico Betta

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