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Domani il congresso Pdl. Addio a Fi e An Pronto a nascere il Popolo della Libertà

marzo 26, 2009 di Redazione 

Mentre continua lo scontro – lieve ma dai toni istituzionali a tratti drammatici - tra il presidente della Camera e il capo del Governo, Fini e Berlusconi si preparano a battezzare fra ventiquattrore il nuovo, primo grande partito italiano. Un colosso dal 40%, una cosa nella storia della Repubblica vista solo (in alcuni periodi) con la Dc. La penna del nostro vicedirettore traccia quindi uno spaccato di quella che sarà la nuova formazione, della fusione tra Forza Italia e An, delle ansie e delle prospettive di quest’ultima nel momento della “concessione” al Cavaliere. Ci prepariamo al gran momento di domani, con questo bell’articolo di Luca Lena.           

Nella foto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini, leader del nuovo soggetto

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di Luca LENA

Come un mostro che fagocita la preda, dove però non esistono vittime né cacciatori. Almeno in apparenza è questo ciò che vuol far credere l’assorbimento di An in Forza Italia, per la creazione del nuovo partito offerto all’altare di Berlusconi. A Roma i vertici di Alleanza Nazionale hanno proclamato in cerimonia sacrificale le spoglie di un partito verso una rigenerazione, con gli adepti di Fini che si ritrovano ad accettare – di buon grado o meno – una nuova evoluzione ideologica e culturale.

Evoluzione. La crescita di An, affluente purificato dal canale ingrossato del Msi, ha piegato verso un accentramento politico sempre più deciso nel corso della storia, seguendo le direttive del leader Fini che, all’ombra di Berlusconi, ha avuto modo di rendere fertile la terra ai suoi piedi. Oggi che forse prova a saggiare il frutto di questo lavoro oscuro, si trova a dover ingoiare l’ennesimo boccone amaro, forse l’ultimo, ma certamente quello del quale non può fare a meno se realmente un giorno vorrà aspirare alla presidenza del Consiglio.
Ma nel passaggio, in questa auto-annessione in un terreno incolto, il palco romano è stato avvolto da pollini primaverili, quando in realtà a terra sembra depositarsi l’odore acre della polvere antica. Nella politica odierna tradire, spostarsi, confluire, metabolizzare e conformarsi appaiono sinonimi di una stessa necessità, di un bisogno che bisogna celare all’opinione pubblica, quasi fosse il disvelamento di una verità incoerente, o lo spiraglio di luce in un intimo meccanismo da preservare alla lindezza di ragionamenti logici.

Componimento. An e Forza Italia, dunque, formeranno il 30% e il 70% rispettivamente del nuovo partito. A gestirlo saranno tre coordinatori: Denis Verdini, Ignazio La Russa e Sandro Bondi, a capo dei quali ci sarà Silvio Berlusconi. Talmente ovvia l’attribuzione della leadership che l’aggettivo stesso a identificarla, al di là dell’ingombro morfologico, finisce per essere lessicalmente inutile.
L’ufficio di coordinamento sarà composto da ventuno persone, rappresentate per partito secondo la logica proporzionale sopra citata. Per tutti gli organismi di rappresentanza territoriale, dai comuni alle regioni, varrà il principio di maggioranza, attraverso il quale prendere decisioni definitive in caso di discordanze o divergenze d’opinioni. Il nuovo partito dovrebbe essere attivo dal 29 marzo, ovvero, poco dopo la fondazione ufficiale programmata per domani.

Riferimenti ideologici. Quel che verrà fuori dal parto assistito di due branche politiche molto più diverse di quanto non possa sembrare, al momento è difficile da dire. Forse non avverrà nulla in superficie, dove sorrisi e decisionismo copriranno il lavoro sporco sotterraneo. Ma anche alla base, la percentuale di rappresentanza reciproca, nettamente inferiore all’equità partecipativa, renderà pressoché inutile qualsiasi controversia interna. I timori delle fronde più estreme di An, dei “colonnelli” e di chi rivendica una sopravvivenza autonoma almeno per le associazioni giovanili, contribuiscono a creare un moto d’incertezza e complicare il nuovo corso. Ma ogni minimo tentativo di far valere una sovranità partitica è mosso con la timidezza orgogliosa ma remissiva di chi ha ormai superato il punto di non ritorno.
La vecchia etichetta post-fascista estinta a Fiuggi nel 1995 creò malumore e sconcerto tra chi ancora rifletteva vecchi ideali, oggi in gran parte anacronistici, vista la deriva centrista della democrazia moderna. Questo ulteriore balzo a sinistra non solo strappa definitivamente le radici del passato, ma finisce per diluire la linfa vitale di un movimento in uno nuovo, già contaminato irreversibilmente dall’imprinting del capo Berlusconi. Si spiegano anche così le titubanze supinamente accettate con qualche impavida frase di rivalsa, in sediziosi plausi e con dichiarazioni di identità da parte di esponenti come Giorgia Meloni, Salvatore Verrillo e Roberto Menia. Ma, nello specifico, anche i proclami di quest’ultimo somigliano alle vane lamentele di chi va incontro ad una scelta obbligata dalle logiche politiche, cercando di salvare il passato in un girigogolo di senso e significato che giustifichi a tutti i costi la scelta.

Leadership. Per Gianfranco Fini, che con grande eleganza sta evitando l’anonimato che piove spesso su chi non gestisce ruoli governativi, potrebbe essere l’occasione per percorrere il palcoscenico che conta. Accusato di essere il “delfino” di Berlusconi stavolta decide di gettarsi tra le sue reti definitivamente, per essere raccolto trascinando su di sé il resto del proprio gruppo. L’esca Fini potrebbe essere fine a se stessa nel tentativo di raggiungere, in un futuro non troppo lontano, una leadership che ormai insegue da troppi anni, ma che difficilmente gli sarà assegnata di diritto. Quando Berlusconi dovesse decidere di abdicare per età (73 anni) o per altri interessi (Quirinale), il vertice del nuovo partito lascerebbe un solco difficilmente colmabile. L’incontenibile ego del premier potrebbe stabilire una sorta di passaggio ereditario oppure la volontà di congelare un partito che ormai incarna unicamente il suo nome, e lasciare le eminenze in cerca del suo scettro con un cumulo di macerie su cui rifondare un ulteriore partito. Ma oltre a queste logiche, non c’è solo il nome di Fini nelle possibili candidature per la leadership. Il nome di Tremonti, ad esempio, non è da sottovalutare, in considerazione anche delle strette alleanze con la Lega che, nella coalizione, avrebbe ovviamente un’ingombrante voce in capitolo. La questione, dunque, si fa complicata in quanto non sembra scontata l’attribuzione della guida a chi oggi accetta di sfagliarsi nel nuovo movimento.
Se attualmente le primarie nel centro-destra rappresentano motivo di dileggio verso l’opposizione, alludendo all’improbabile limpidezza del voto interno, in futuro con Berlusconi fuori dalla scena politica diverrebbero essenziali. E all’interno di un partito con una maggioranza interna ben definita e sotto il consiglio del sempre influente Premier è chiaro che nulla possa dirsi già scritto.

Dichiarazione d’intenti. Ciò che rimane ad An poco prima di definirsi – o sciogliersi come annuncia Menia – tra le braccia di Berlusconi è la forza di un ideale da difendere tra le ragnatele intessute da Forza Italia. Sarà la ricerca di un’etica comune, fondata sui valori imprescindibili della Costituzione, in uno Stato in cui le leggi dovranno fornire non solo una deterrenza morale ma anche riflettere la giustezza di un percorso comune da perseguire con naturalezza. “Sì ad un partito unitario, ma no al pensiero unico” ha detto Fini durante il congresso a Roma, rivendicando la multi-identità del futuro partito. Poi ha aggiunto: “Il presidenzialismo non può essere un Parlamento messo in un angolo al quale si chiede di non disturbare il manovratore”. Tante dichiarazioni, propositi, speranze, incitamenti. In molti di An ancora si guardano attorno sperando di riconoscere qualche volto, qualche sguardo comune, poiché il timore che tra un po’ possa drasticamente cambiare tutto si risolve, almeno in parte, in un pianto commosso di Fini.

Luca Lena

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