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E l’Italia dei “diversi” vive a teatro “Synagosyty”, una nostra periferia

marzo 24, 2009 di Redazione 

Giorno di sogni (o di incubi) per i lettori del nostro giornale. Accanto al pezzo di fantapolitica dell’ono- revole Laratta ecco un’altra storia, questa però vera anche se “edulcorata” nel racconto della rappresentazione teatrale. Federico Betta ci porta oggi a conoscere la vicenda (teatrata) di un ragazzo italiano nato da padre iraniano, Aram Kian (nella foto), protagonista anche sulla scena e autore del testo con Gabriele Vacis. Una storia di emarginazione, in un paese immaginario ispirato alla periferia di Milano, dove Aram è effettivamente cresciuto, che ci racconta la vita reale di tanti nostri concittadini. Lo spettacolo è andato in scena al teatro Teatro Piccolo Jovinelli di Roma dal 19 febbraio all’8 marzo 2009. Sentiamo. 

Nella foto, un momento della rappresentazione

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Synagosyty

di Gabriele Vacis e Aram Kian

Con
Aram Kian e Francesca Porrini

Scenografia di Roberto Marasco
Scene e costumi di Lucio Deiana

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recensione di Federico BETTA

Aram Kian: Aram con la emme finale e Kian con la enne finale. Un nome difficile da pronunciare, come la condizione di chi lo porta. Sì, perché Aram Kian, autore e interprete dello spettacolo Synogocity, è un ragazzo nato da una coppia di genitori misti: italiana la madre, iraniano il padre.
Questa storia di cittadino italiano, con nome straniero e carnagione olivastra, è raccontata in un testo a due. In scena, con l’autore protagonista, c’è anche la bravissima Francesca Porrini, che incalza, stravolge, recupera, rimbalza il dialogo.
Tutto comincia nel bianco. Nel banco dell’infanzia, in un limbo ovattato di gioco, in cui tutto ciò che succede rientra nella protezione della famiglia.
Un bianco che ricopre tutto come un marchio distintivo che, Aram, il personaggio principale di Synagosyty, non perderà più. Come un segno, un colore che ti macchia, che tutti vedono e non puoi fare a meno di portare.
Il testo, scritto con Gabriele Vacis e prodotto dal Teatro Regionale Alessandrino, è un continuo entrare e uscire dai personaggi: da se stessi, vivendo o guardandosi da fuori, dagli amici, dai genitori, dalla maestra incapace di comprendere l’italianità di quel nome straniero. Un entrare e uscire dai sentimenti di un romanzo di formazione, dalla vita di un diverso che inventa, cerca, scopre sempre nuove strade. Per vivere come tutti, e sperimentare la differenza.
La costruzione del testo ha rispettato i ricordi di Aram, le sue idiosincrasie, la voglia di riscatto, e porta in scena tante persone che hanno contribuito alla sua crescita. I nomi sono diversi, i caratteri mescolati. Ma nella cristallina rappresentazione della propria storia, l’attore ricorda affetti vibranti e volti amorevoli, rabbie feroci e vergogne senza limiti.
La struttura è cronologica, in un’infilata di personaggi e battute, che nella tragedia strappano la risata e dal comico affondano nel dramma. L’ambiente sulla scena è formalizzato in una scatola bianca, dalle pareti che si sollevano per aprirsi al mondo. Un mondo da esplorare, che però ci rischiaccia dentro, coi suoi pregiudizi, nel nostro angolo, protetti da chi ci vuole bene. Un mondo che prende le sembianze della fredda e nebbiosa Synagosyty, immaginaria periferia di Milano, dove Aram ha vissuto infanzia e adolescenza.
Una cittadina specchio della decadenza culturale del nostro Paese, sostenuta dagli istinti leghisti che promuovono la vera italianità. Istinti primordiali, di paura e ignoranza. Una maschera, una nuova maschera bianca che cancella tutto, tutto quello che ‘italiano’ può voler dire. Un marchio per segnare il diverso. Quando diversi siamo anche noi. Diversi dal nostro vicino, dai nostri genitori, diversi da chi ci ostacola e da chi di protegge. Diversi da noi stessi, tutte le volte che ci presentiamo. Mentre cerchiamo solo un posto in cui vivere.
Lo spettacolo è nato da un idea di Gabriele Vacis, che ha letto un libro sulle seconde generazioni di immigrati, proprio quando in Francia, nelle banlieue parigine, i figli degli immigrati insorgevano per chiedere ascolto, accoglienza, rispetto.
Synagosyty è un modo di urlare contro Synagosyty. Senza la ferocia delle auto in fiamme, forse, ma con la stessa angoscia, per un futuro che si ripara nella chiusura e nell’esclusione. Un atto d’accusa beffardo, che si prende gioco del mondo, grazie al potere della risata.

Federico Betta

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