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Da An al Pdl, auguri a Fini e alla destra liberale di F. Rondolino

marzo 24, 2009 di Redazione 

Nuova nota per Facebook e il Politico.it dell’editorialista della “Stampa”. Rondolino analizza le scelte dell’ormai ex leader di Alleanza nazionale e le prospettive dell’area politica e culturale che vi fa riferimento. Sentiamo.

Nella foto,

Fabrizio Rondolino

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di FABRIZIO RONDOLINO

Le più recenti prese di posizione di Gianfranco Fini – alla difesa delle prerogative del Parlamento alla riaffermazione del diritto a essere curati anche senza permesso di soggiorno – non si discostano in realtà da altre dichiarazioni meno recenti, come la difesa della libertà di ricerca scientifica o la proposta di voto amministrativo per gli stranieri residenti da almeno cinque anni. I maliziosi e gli sprovveduti pensano (e dicono) che il presidente della Camera, proprio come il suo predecessore Casini, abbia un problema di ‘visibilità’ e dunque voglia minare le solide basi politiche del centrodestra, scavando piano piano la fossa a Berlusconi. Da qui, tra l’altro, il ridicolo crescere a sinistra dei suoi ‘fan’.

E tuttavia il percorso di Fini, dalla candidatura a sindaco di Roma nel lontano 1993, quando ancora era il segretario del Msi, fino allo scioglimento odierno di Alleanza nazionale, merita una riflessione meno superficiale. Diversamente da quanto ha osservato qualche burlone, Fini infatti non è il nuovo leader della sinistra. Semmai, è uno che ha preso molto sul serio l’idea di costruire finalmente in Italia una moderna destra europea.

Nella storia d’Italia la destra ha avuto un destino non migliore della sinistra, sebbene profondamente diverso. O clericale o fascista, o tutt’e due insieme: è stato questo il volto della destra politica italiana, per lo meno quella visibile. La Dc prendeva i voti della destra per fare una politica di centrosinistra. E una destra liberale e antifascista – alla De Gaulle, per intenderci – in Italia non c’è mai stata, anche perché ‘antifascismo’ divenne ben presto, e infondatamente, sinonimo di ‘sinistra’.

La ‘nuova destra’ italiana è, se possibile, peggiore della precedente: è rimasta in buona parte clericale, ma in più non nasconde una componente, e più ancora una cultura politica latente, di tipo xenofobo, populista e autoritario. Intendiamoci: fino a che c’è Berlusconi, è lui il capo e suo è lo stile, suo è il sentimento di fondo della destra italiana. Ma questo non significa che il nascente Popolo delle libertà somiglierà al Pcus, né che la sua cultura politica e il suo profilo programmatico siano definiti una volta per tutte. Al contrario: la nascita formale del Pdl, proprio come è accaduto con il Pd, segna l’inizio e non l’approdo di un processo.

È in questo processo – certo più facile di quello in corso a sinistra, anche perché il Pdl è al governo – che Fini coerentemente si colloca, e con non poche carte da giocare. L’idea di una destra monocratica può affacciarsi nei sogni di Berlusconi o negli incubi di una certa sinistra salottiera, ma non corrisponde alla realtà. Più si accentua il potere del centrodestra, più si amplia il suo consenso, e maggiori si fanno le sue articolazioni interne: è una legge della politica che vale persino nelle dittature.

Per questo Fini, indipendentemente dalla carica (onorifica) che gli verrà assegnata, non è affatto isolato. Così come esiste una sinistra riformista, esiste oggi in Italia una destra liberaldemocratica; e come la prima non ama né Di Pietro né Bertinotti, così la seconda detesta Bossi e accetta Berlusconi come il male minore, ma intimamente lo disprezza. È a quest’Italia che Fini si è rivolto negli anni, diventandone un saldo un punto di riferimento. L’augurio, nel giorno dello scioglimento del suo partito, è che continui a esserlo.

FABRIZIO RONDOLINO

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