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Verso il congresso Pdl. Fini simbolo della “fusione” Fi-An. Obiettivo-Palazzo Chigi?

marzo 19, 2009 di Redazione 

Ci avviciniamo alla kermesse del Popolo della Liber- tà, che segnerà ufficialmente la nascita del primo partito italiano. Dedicheremo ampio spazio all’evento anche in sede di presentazione, la prossima settimana. Intanto, cominciamo ad entrare nel clima congressuale. E lo facciamo parlando del presidente della Camera, che ha scelto questo prestigioso incarico in una sorta di continuo avvicendamento con Massimo D’Alema (suo successore agli Esteri e “aspirante” allo scranno più alto di Montecitorio nel 2006) e per la sua vocazione “istituzionale”, quella per la quale, tra l’altro, cerca da tempo di portare An nel Ppe e si prepara a co-fondare il grande partito di un moderno centrodestra italiano. Ma, forse, anche per un altro motivo. Ce ne parla Lorenzo Castellani.

Nella foto, Gianfranco Fini

di Lorenzo CASTELLANI

E’ suggestivo leggere un’intervista del 1989 al più giovane segretario di partito in Italia Gianfranco Fini. Il trentacinquenne bolognese allora si dichiarava “fascista in alcune cose” e legittimava il saluto romano come affermazione identitaria. Ne ha fatta di strada da quegli anni. Ha sciolto un partito storico come il Movimento Sociale Italiano con la svolta di Fiuggi del 1995 e ne ha fondato uno nuovo, creato leaders capaci di arrivare al Governo. Oggi, nel marzo 2009, si appresta a sciogliere quel partito, Alleanza Nazionale, per diventare cofondatore di un altro, ancor più grande, che sarà il Popolo della Libertà. Nel frattempo siede sulla Poltrona più alta della Camera dei Deputati.
Il suo ruolo attuale, Gianfranco Fini, è capace di ricoprirlo molto bene. E’ stato capace di un evoluzionismo politico degno di Talleyrand. E’ passato dall’essere il giovane camerata, delfino di Giorgio Almirante ad uomo delle Istituzioni. Stimato in determinate occasioni più dai suoi avversari che dalla base di quello che si appresta a diventare il suo vecchio partito. Il Presidente della Camera si pone come la sintesi più compiuta della confluenza tra An e Pdl. Padre di una destra conservatrice nuova che si incontra con il liberalismo. A volte, è opportuno dirlo, ostacolata nella sua coerenza ideologica da certe scelte imposte dalle alleanze (leggi Lega) e dallo stesso Premier Berlusconi.
Gli interrogativi necessari da porsi sono due. Il primo. Perché sciogliere Alleanza Nazionale, il partito nato e cresciuto sotto la guida dello stesso Fini? Sciogliere l’MSI aveva un suo perché. Significava svoltare, chiudere con un passato pesante. Inserisi a pieno nel sistema della Seconda Repubblica e costituire il Polo con Forza Italia. La confluenza di Alleanza Nazionale nel Pdl si spiega molto meno, almeno in apparenza. An era un partito forte, con una dirigenza capace di organizzarsi e camminare da sola.
Arriviamo così alla seconda domanda. Perché il Presidente della Camera si è accontentato della poltrona che occupa, definita da molti come “prigione dorata”, senza nessun incarico di Governo? Un disegno razionale esiste. Silvio Berlusconi ha 73 anni e a fine legislatura ne avrà 77. Non fa mistero, tanto in fatti quanto in parole, di mirare al Quirinale. O meglio ancora di voler modificare la seconda parte della Costituzione al fine di arrivare ad una Repubblica presidenziale in Italia. Come si inserisce Fini in questo scenario? Il politico bolognese ha quindici anni in meno di Berlusconi, ha sciolto il suo partito e non ha incarichi di Governo. Spesso si discosta dalla linea del proprio leader e della sua coalizione mascherandosi dietro la faccia buona della carica istituzionale. E’ apprezzato dagli elettori. Soprattutto da quegli indecisi che non votano a destra per l’ingombrante presenza di Berlusconi ed alcuni dei suoi uomini. Potrebbe essere l’uomo di mediazione ed alleanza con il Centro Cattolico. 

Dunque, ecco il piano. Riassumibile, in maniera molto riduttiva e popolaresca ovviamente, “Silvio al Quirinale, Gianfranco a Palazzo Chigi”. L’erede politico di Berlusconi, per come sono le cose allo stato dei fatti attuali, potrebbe realmente essere lui. Altrimenti non si spiegherebbe questa subordinazione di Fini al Presidente del Consiglio. Non si spiegherebbe perché non occupa una poltrona nella Stanza dei bottoni. Non si spiegherebbe la fusione di An con Forza Italia. L’accordo, il baratto politico deve essere stato questo. Perché non si rinuncia alla propria identità, non si ingoiano amari bocconi come successo in alcune situazioni o non ci si discosta dalle dichiarazioni del proprio leader per una carica istituzionale. Ma soprattutto non si rinuncia al potere. Potere che Fini, con grande intelligenza ed astuzia, ha sempre cercato pur senza perdere la base del suo elettorato politico. Il futuro preannuncia un Fini Presidente, bisogna solo fare un piccolo sforzo di fantasia per scegliere in quale Palazzo.

Lorenzo Castellani

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