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“L’affaire Moro” raccontato da Sciascia. Realtà e romanzo noir

marzo 18, 2009 di Redazione 

Trentuno anni fa in questi giorni co- minciava il dramma della prigionia di Aldo Moro da parte delle Br. Torneremo sulla vicenda di Moro che rappresenta un riferimento storico per questo giornale. Vi raccontiamo intanto quei tre mesi terribili per lui, per la famiglia e per l’intera democrazia italiana attraverso un punto di vista particolare: quello assunto da Leonardo Sciascia nel suo pamphlet “L’affaire Moro”, la ricostruzione, tra inchiesta giornalistica e romanzo, del periodo dal sequestro alla tragica uccisione. Attraverso la rilettura delle lettere, l’interpretazione lucida degli scritti del presidente Dc dalla prigionia. Sentiamo.

Sopra, il presidente Moro in una delle foto inviate dalle Br ai giornali

di Fabrizio AURILIA

Il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma, viene rapito il Presidente Aldo Moro e vengono uccisi gli uomini della sua scorta. Il 9 maggio in via Caetani a Roma, il cadavere del Presidente Aldo Moro, viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4. Questi i fatti puri e semplici. Ma in quei tre mesi scarsi, dal “prelevamento” alla “condanna a morte” (questo il linguaggio dei brigatisti) cosa è successo? Quali sono stati i meccanismi e le mosse dei due schieramenti in campo, le Brigate Rosse e lo Stato? Cosa pensava Moro durante quei giorni da condannato?
Su tutto questo Leonardo Sciascia ha scritto di getto il celebre e bellissimo pamphlet, L’affaire Moro, che ha il duplice intento di indagare quei giorni e cercare di riscrivere una verità alternativa: una verità tutta interna al testo letterario. L’affaire è un libro fortemente paradigmatico di quel periodo della produzione sciasciana. Segue infatti a libri in qualche modo profetici come Il contesto, Todo Modo e A ciascuno il suo, in cui l’autore concentra, insieme all’idea stessa della letteratura, quella della politica, dell’etica, della società italiana e del ruolo dell’intellettuale. Siamo nell’Italia del terrorismo, del declino democristiano, degli opposti estremismi e della “strategia della tensione”.
Leonardo Sciascia affronta questi temi a suo modo: attraverso la luce della letteratura, attraverso la “verità della finzione”, come scrive sul suo diario pubblico, Nero su nero, proprio durante i giorni del sequestro Moro. E sono proprio le due parole “verità” e “finzione” i poli entro cui si dibatte il testo. La verità ne L’affaire si configura come imprendibile, perché si assiste ad una “scomparsa dei fatti”, nella quale tutto è come se perdesse peso, e la realtà sfumasse nella finzione, o meglio nella letteratura: è in questo momento che a Sciascia sembra che la vicenda di Moro sia accaduta in letteratura. Il reale si trasfigura nella fiction, conferendo al testo un’ambiguità quasi paradossale. Questa tensione verso la verità pare tramutarsi in un dover dire la verità: un dovere che si manifesta non tanto (anzi per niente) verso lo Stato, nei confronti del quale Sciascia nutre una diffidenza tutta siciliana, sempre più profonda, fino all’avversione e alla condanna morale, etica e politica di un’intera classe dirigente, ma esattamente in ossequio al lettore.
Detto per inciso, è giusto ricordare che Leonardo Sciascia, come parlamentare del Partito Radicale, fu firmatario della “Relazione di minoranza” presentata dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio dell’Onorevole Aldo Moro”, nella quale venivano confutate alcune ricostruzioni ufficiali, e si metteva in dubbio la buona fede dell’operato delle forze dell’ordine.
Spesso il discorso dello scrittore siciliano cerca verità alternative che possano configurarsi quali “possibili futuri” in una vicenda che però, il lettore lo sa, è già terminata senza lieto fine. Esattamente come in un romanzo di finzione il lettore si trova a sperare che il covo delle BR venga scoperto, solo perché Sciascia fa intuire alcune possibilità di risoluzione positiva del caso.
Il libro è una ricerca di verità, ma di una verità quasi letteraria, attraverso il linguaggio dello stesso Aldo Moro, analizzato frase per frase, con piglio investigativo e mediante l’uso della tecnica dubitativa. Sciascia prende le lettere che il Presidente Dc scriveva dalla “prigione del popolo” e cerca di decifrarle, o semplicemente di leggerle meglio, di dare credito alle parole di Moro. Mentre tutti credono che Aldo Moro scriva quelle lettere sotto le pressioni più o meno psicologiche dei brigatisti, o annebbiato dai dolori di una condizione di prigionia angosciante, Sciascia sembra essere l’unico che gli dà credito, che cerca di riscrivere la vicenda con gli strumenti della finzione: le armi che gli sono più congeniali.
Quelli che nella realtà del caso Moro sono gli uomini, nella finzione de L’affaire sembrano divenire personaggi dotati di tratti e caratteristiche. Soprattutto il protagonista, Aldo Moro, viene raccontato quale personaggio in evoluzione; potremmo dire a tutto tondo. Il Presidente Moro vive contestualmente su due piani differenti, che spesso si incrociano: vive nella finzione del narratore, il quale, dal proprio punto di vista ne racconta le gesta, prima e durante il rapimento; ed esiste come uomo politico verso il quale Sciascia non provava alcuna simpatia, ma che riteneva, per citare Pasolini, “il meno implicato di tutti”.
In questa duplice concezione avviene quasi un miracolo letterario: se da un lato Aldo Moro deve essere giudicato per le sue opere, le sue indecisioni politiche, la sua responsabilità per la gestione del potere in Italia, dall’altro, quello della finzione scenica creata dall’affaire, egli è solo un personaggio: un personaggio che andava salvato.
E attraverso la finzione letteraria costruita con garbo e levità da Leonardo Sciascia, Aldo Moro sarà salvato. Egli morirà certo, ma a lui verrà affidato l’ultimo messaggio, quello che allo scrittore siciliano sta più a cuore: la pietà, non in senso cristiano, ma in quello umano e civile. Come i personaggi pirandelliani che vengono disconosciuti dagli altri attori della commedia perché perdono la maschera e si fanno uomini veri, così Aldo Moro si tramuta nell’ “uomo solo” che lotta contro lo Stato, che lo disconosce e non lo vuole salvare, e contro la morte, estrema compagna della narrativa sciasciana.
Il Presidente della Dc, ormai lasciato al proprio destino, sembra opporsi ad un intero sistema, quel sistema politico che egli stesso ha incarnato, e che ora gli volta le spalle.

Siamo di fronte ad una sconfitta, ad una disillusione, che già conoscevamo ancora prima di metterci alla lettura de L’affaire Moro, ma che nella finzione letteraria, fatta di rimandi, citazioni, disvelamenti e paradossi, si mostra nella sua drammaticità totalizzante: una tragedia civile, un gioco delle parti in cui ambiguità e dubbio non smettono di andare a braccetto.
Ma rileggendo tutto da capo, forse, si scoprirebbero infinite altre possibilità. Come scrive nelle ultime righe Leonardo Sciascia, citando un maestro della letteratura moderna, Jeorge Luis Borges: “Il lettore, inquieto, rivede i capitoli sospetti e scopre un’altra soluzione, la vera”.

Fabrizio Aurilia

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