Top

Italo Calvino, barone rampante del “suo” Partito comunista italiano

marzo 15, 2009 di Redazione 

Il legame tra il grande scrittore san- remese e il Pci. Ricostruito attraver- so una lunga serie di citazioni dalle lettere, dagli scritti. Rileggendo i suoi racconti più politici. Calvino perennemente combattuto tra comunismo e anarchismo, tra impegno e libertà individuale. Con Fabrizio Aurilia, vi raccontiamo questa storia tra personale e politico dell’ultimo grande autore del ’900. Solo sulle nostre pagine.

Nella foto, Italo Calvino

Italo Calvino ed il Pci: una fantastica utopia rivoluzionaria

di Fabrizio AURILIA

‹‹La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche. Sentivo la necessità di partire da una “tabula rasa” e perciò mi ero definito anarchico [...] Ma in quel momento quello che contava era l’azione; e i comunisti erano la forza più attiva ed organizzata.››
Quel “momento” era il 1944, anno in cui un giovane, e ancora indeciso poeta, Italo Calvino si univa alla Resistenza partigiana, che combatteva sulle Alpi Marittime: insomma sopra casa.
Il diventare comunista di Calvino non nasce quindi da una spinta ideologica, maturata attraverso esperienze, umane e culturali, ma piuttosto da un bisogno fisiologico di azione, che solo l’organizzazione del Pci durante la Resistenza poteva assicurargli. Però non è così semplice.
L’anno prima, dopo l’otto settembre, Calvino è renitente alla leva della Repubblica di Salò, e per questo costretto a passare parecchio tempo nascosto, in clandestinità: è qui che ha molto tempo per leggere e che sviluppa la passione per la scrittura. E’ curioso come la “scelta” comunista sia giunta dopo l’altra “scelta”: quella letteraria.
L’esperienza partigiana, ad ogni modo, dona a Calvino una consapevolezza quasi entusiastica della propria formazione umana, politica e letteraria. In una lettera all’amico Eugenio Scalfari riassumerà così questi cambiamenti: ‹‹Caro Eugenio [...] ho fatto il partigiano fino al giorno della liberazione passando peripezie di ogni genere; sono comunista; ora faccio il giornalista›› (lettera del 17 giugno 1945). Ma ancora una volta ci troviamo di fronte un’ambiguità, quasi un mascheramento.
Già perché come la narrativa, anche la prospettiva ideologica appare oscillare tra il realismo e il fantastico, tra la materia e l’apparenza. Per il Calvino del primissimo dopoguerra essere comunista rappresentava appartenere all’‹‹unico partito possibile››; come dichiarerà sul finale degli anni Settanta, nell’intenzione di voto di un “fuoriuscito”. Vero è che, sebbene Paolo Spriano, lo definisse ‹‹il comunista più allegro e meno problematico; [...] voleva fare il rivoluzionario, lo scrittore, l’editore, il giornalista››, egli si dibatterà sempre tra anarchismo e comunismo: desiderio di rompere con le istituzioni per lasciare spazio ad un “io” quasi primitivistico, e necessità di organizzare il mondo nell’interesse di tutti, e a disposizione di tutti.
Il Pci, in quest’ottica, rappresentava un alveo quasi obbligato, e l’ambiente della casa editrice Einaudi, una fucina inesauribile di idee, per un giovane aspirante scrittore che viveva a Torino, frequentando Lettere grazie ad una borsa di studio per i reduci, rimpinguando i vaglia del padre con le piccole entrate di svariate collaborazioni. E’ presso Einaudi che conosce bene Elio Vittorini, allora direttore de il ‹‹Politecnico››, Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Franco Venturi, Norberto Bobbio, Felice Balbo e molti altri. Si può dire che più che il comunismo a Italo Calvino piacciano i comunisti? Forse, ma certamente non in senso strumentale.
Nel 1947 la sua fede comunista è inattaccabile ed entusiastica. E ben ricompensata. Viene inviato infatti dalla Federazione dei giovani comunisti di Torino, a Praga, al Festival Internazionale della gioventù; da lì l’attività di corrispondente per l’ ‹‹Unità›› è frenetica: ‹‹ho da sgobbare come un negro per fare i servizi che mando ogni giorno per aereo›› (a Mario Calvino 5 agosto 1947).
Il 1947 e il 1948 sono gli anni cruciali per l’affermazione delle idee mature di Calvino, che si sviluppano soprattutto intorno a due concetti: il marxismo e la libertà individuale. Il problema semmai è definire bene quale marxismo. Certamente lo scrittore di Santiago abbracciava il materialismo dell’esperienza e della tecnica, per cui sosteneva di essere un materialista che sapeva usare la materia del proprio lavoro di scrittore: ‹‹la penna, la carta, le ore al tavolino, [...] le esperienze pratiche concorrono a far scrivere bene››, sosteneva. Quanto poi sia marxista la sua prospettiva, lo si intende bene negli articoli che pubblicherà su ‹‹Rinascita›› e l’‹‹Unità››.
In Marxismo e cattolicesimo (1947), per citarne uno, Calvino scrive che ‹‹solo considerando la cultura come tecnica potremmo far cadere il mito crociano dell’individualità astorica e arricchire il concetto di valori universali››. Sembra quasi un invito alla costruzione materiale della storia attraverso una somma di individualità, nella misura in cui quest’ultima si fa collettività.
Questo è attributo cardine dell’essere comunista, come testimonia l’articolo del 1948 su ‹‹Rinascita››, Saremo come Omero!, in cui si chiede: ‹‹perché non sappiamo ancora raggiungere quella coralità realistica e storica, che i nostri maestri ammirano in letteratura, quel qualcosa che faceva ammirare a Marx ed Engels Balzac e a Lenin Tolstoj, indipendentemente dalle idee che professavano?››
E’ chiarissima l’aspirazione di Calvino al superamento dell’ideologia, almeno dal punto di vista della scrittura: è in questa accezione che si innesta l’altra stella polare della formazione dello scrittore, che è la libertà personale.
In una lettera a Vittorini egli scioglierà chiaramente questo nodo, discorrendo sulla necessità di approfondire ‹‹il problema della responsabilità dell’uomo di fronte alla storia [...] e arrivare all’enunciazione d’una moralità nell’impegno, d’una libertà nella responsabilità che mi sembrano l’unica moralità, l’unica libertà possibili›› (12 dicembre 1947).
Comunismo e anarchismo, organizzazione quasi militare e libertà individuale: queste le indeterminatezze dell’esperienza politica di Calvino, che inevitabilmente esploderanno, quando la Storia, con la S maiuscola, con la sua materialità, irromperà travolgente in Europa, marciando pesantemente su Budapest.

Nel 1951 con la Federazione dei Giovani comunisti si reca in Unione Sovietica: di quel viaggio pubblica su l’‹‹Unità›› un taccuino. Rifuggendo profonde valutazioni ideologiche, Italo Calvino sceglie di raccontare la quotidianità materiale, le microstorie che compongono la macrostoria di quegli anni, con toni ottimistici e positivi, ma quasi reticenti: anche verso se stesso probabilmente.
In quegli anni Calvino pubblica due importanti testi, il racconto La formica argentina e Il visconte dimezzato; due opere estremamente diverse tra loro, che, come fa notare giustamente Domenico Scarpa nella sua monografia su Calvino (Italo Calvino, Bruno Mondadori) ‹‹sembrerebbero irriducibili allo stesso autore››. Il primo è di un realismo secco, quasi scientifico; il secondo è aereo, fantasioso e, proprio per questo, crea qualche problema all’autore, che scriverà: ‹‹ho qualche esitazione a pubblicarlo in un libro: non è da dargli troppa importanza? Non è circoscrivermi in una zona minore di divertimento?›› (lettera a Elio Vittorini, 20 dicembre 1951).
A mio avviso tale preoccupazione riflette un disagio morale che Calvino prova nei confronti di tutto ciò che inevitabilmente scrive sotto l’impulso del suo estro più libero e fantastico: il realismo dei campi ghiacciati, dell’operaio che lotta contro le terresti e concretissime formiche, le battaglie partigiane, la Russia dell’ottimismo socialista, vanno bene per quella parte di letteratura d’impegno, che sempre meno esaurisce le potenzialità della verve dello scrittore.
Lasciando da parte facili psicologismi basti pensare che tra il 1952 e il 1956 la sua collaborazione con l’‹‹Unità›› si fa sempre più fitta: nasceranno apologhi, raccontini a tema operaio, piccoli saggi di letteratura d’impegno, alcuni apertamente volti a favorire questa o quella idea all’interno del Pci; ma nessuno di questi entrerà mai nel volume dei Racconti, edito nel 1958. Il Calvino comunista di quegli anni verrà come rinnegato da quello postcomunista, al contrario di quanto accade invece ai testi dal 1945 al 1951 che entreranno più volte, emendanti un po’ qua e un po’ là, nelle successive edizioni della raccolta Ultimo viene il Corvo.
Si potrebbe dire che il vigore con cui lo scrittore perorava la causa dell’ideologia, si fosse ormai placato, ma che egli non avesse ancora raggiunto una compiuta emancipazione letteraria, e sentisse per questo la necessità delle briglie di partito.
Ma, come detto il 1956 è l’anno della verità. A gennaio il salto di qualità nei quadri del partito; Calvino viene nominato membro della Commissione Culturale Nazionale, proprio mentre penetrano in Italia le ventate di “destalinizzazione” prodotte dal Rapporto Krusciov. Si accende il dibattito all’interno del Pci riguardo ad una svolta democratica: Calvino ci crede molto, come si può leggere in una lettera a Franco Fortini, in cui, è vero, parla del Metello di Vasco Pratolini, ma, come sappiamo, quando egli discute di letteratura, dibatte anche di politica: ‹‹il definire socialdemocratica la funzione edificante didascalico-confermatoria della narrativa; è una cosa abbastanza ovvia››. L’idea della socialdemocrazia che balena nell’ultimo Calvino comunista è per altro isolata all’interno del Partito, che si trincera dietro la sicurezza dell’ideologia. In una lettera del 13 giugno al settimanale ‹‹Contemporaneo›› polemizza aspramente con una certa critica di sinistra che gli pare ignori la ‹‹problematica culturale e morale di fronte ad una concezione del mondo socialista››.
Il 23 ottobre inizia la rivolta ungherese e prontamente Calvino scrive poche righe a Giuseppe di Vittorio, segretario della Cgil, nelle quali solidarizza completamente con la mozione da questi presentata contro l’intervento dell’esercito sovietico: ‹‹indispensabile per salvare nostro partito e causa socialismo›› (telegramma del 28 ottobre 1956). Calvino in quei mesi è comunque attivissimo nell’organizzare su l’‹‹Unità›› dibattiti, in cui spinge per una riforma democratica del Partito Comunista italiano; ma contemporaneamente la cellula che raccoglie i comunisti dell’Einaudi, denuncia le falsificazioni nelle cronache da Budapest, pubblicate proprio su quel giornale. Nel gennaio del 1957 Calvino scrive a Michele Rago: ‹‹non voglio più lasciarmi prendere dal gioco della piccola politica [...] sono convinto ci voglia una rottura di continuità, che tutti i cosiddetti innovatori da Amendola in giù sono i peggiori immobilisti›› (18 gennaio 1957).
Calvino continuerà comunque a combattere fino al 7 agosto 1957, quando lascia il partito con una lettera, che definisce “d’amore”, inviata alla direzione e all’‹‹Unità››.
Lo scrittore è sinceramente ferito per l’occasione perduta dal Pci di mettersi ‹‹alla testa del rinnovamento internazionale del comunismo, condannando metodi di esercizio del potere rivelatisi fallimentari e antipopolari››. Nella stessa lettera c’è una confessione che è anche una dichiarazione poetica: ‹‹la povertà della letteratura ufficiale del comunismo m’è stata da sprone a cercar di dare al mio lavoro di scrittore il segno della felicità creativa: credo d’essere sempre riuscito ad essere, dentro il Partito, un uomo libero››.
Certo in questa frase c’è tutta la duplicità di Calvino: la legge morale che si scontra con la natura eccentrica e la leggerezza di una mente fin troppo complessa.
L’ultima battaglia in seno al Pci egli la combatte con l’arma più aguzza che ha, la letteratura. L’apologo La gran Bonaccia delle Antille è un attacco frontale all’immobilismo del partito e del suo “capitano” Palmiro Togliatti. Vi si legge: ‹‹tutto era così immobile, che anche quelli di noi che erano più impazienti di cambiamenti e di novità, stavano immobili anche loro››, e ancora, riferito a Togliatti, ‹‹aveva spiegato che la vera battaglia era quella di sta lì fermi guardandoci››.

Anche dopo l’abbandono del Pci Calvino si sente in dovere di continuare a “dire qualcosa” nell’arena politica: lo farà con La speculazione edilizia, che definisce in una bella lettera a Paolo Spriano ‹‹la cosa più comunista che io abbia mai scritto›› (del 1 agosto 1957); e soprattutto con uno dei suoi capolavori assoluti: Il Barone rampante. La storia di Cosimo Piovasco di Rondò, senza voler tirare in ballo l’autobiografismo, può facilmente rappresentare la compiuta idea dell’intellettuale nella società, a cui il suo autore ha sempre teso. In una lettera ad Armando Bozzoli scrive riguardo al Barone: ‹‹ho voluto proporre una figura di uomo (di “intellettuale” se vogliamo) impegnato, che partecipa profondamente alla storia e al progresso della società, ma che sa di dover battere vie diverse dagli altri, come è destino dei non conformisti. Ho voluto esprimere anche un imperativo morale di volontà, di fedeltà a se stessi, alla legge che ci si è imposta; [...] è nella propria forza e moralità individuale che sta la forza e la moralità che ci fa combattenti di lotte collettive›› (dell’8 gennaio 1958). Benché sia, a detta dei più, La giornata di uno scrutatore del 1963 il testo in cui Calvino esprime compiutamente l’idea di che Partito Comunista vorrebbe, a mio avviso, nel Barone la riflessione è più chiara e strutturata, perché meno parodica. Domenico Scarpa scrive che lo Scrutatore è ‹‹una disperata forza di coesione su un cumulo di detriti, un ghirigoro ideologico, un’impossibile utopia di comunismo liberale, rivoluzionario e conservatore nello stesso tempo››.
In queste parole viene riassunto comunque efficacemente il rapporto tra Italo Calvino ed il Pci: un legame caratterizzato da un’adesione ideologica conservatrice, scalfito da un desiderio utopico-liberale ma di matrice anarchica e rivoluzionaria, e concluso sul cumulo di detriti quei giorni d’autunno a Budapest.

Fabrizio Aurilia

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom