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Chi cambia casacca. Chi passa da un polo all’altro. Voltafaccia della politica italiana

marzo 9, 2009 di Redazione 

Pezzo di colore su quanti, in questo quindicennio (e non solo), hanno preso strade diverse da quelle per le quali si erano inizialmente incamminati. Mastella, Dini, Rutelli, fino ad arrivare a Capezzone. Sentiamo. Con ironia.

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Nella foto, Mastella al Bagaglino

di Luca LENA

Quale sia l’identikit di un saltimbanco politico, di quelli che con estrema facilità voltano la faccia ad un partito per bussare all’uscio di un nuovo gruppo, non è semplice da capire. Voci parlano di eminenze mimetizzate tra gli scranni monocromatici del Parlamento. Si dice infatti che quell’uniformità di colore impressa poi nella pelle del politico, porti ad ostentare un ideale che ripetuto fino a dimenticarne il senso, infligga al deputato di turno la patologia politica del secolo. Ma non parliamo di una semplice malattia cutanea la cui evidenza sarebbe nascosta dal pudore di non voler attirare attenzione su di sé, per non smarcarsi dal canale politico di un “credo”, ed evitare di sbavare su una compattezza di idee inchinate ad un linguaggio sofistico. Purtroppo non è così, poiché già una situazione di questo tipo, che ammorba da anni l’intera squadriglia parlamentare, è ormai vista come un agente patogeno insediatosi pacificamente tra le maglie immunitarie del paese, e dunque percepito come uno stato di salute. Ma la patologia che affligge il voltafaccia è ben altra cosa. E’ la vera infezione secolare, incurabile, non perché non esistano cure ma perché chi potrebbe realmente sanare rinuncia a farlo, come a non voler infierire su un’agonizzante vita che cerca nuova linfa emigrando in terre più calde.E quei pochi trasgressivi pensatori che si spremono la mente per identificare un potenziale appestato rimangono intrappolati nelle dialettiche sfacciate di chi non rinnega il morbo, ma anzi, nel vittimismo compassionevole, lo eleva, se ne appesantisce la carica, si infligge quasi una pena maggiore, tale da averlo costretto ad inseguire una guarigione dove ancora qualcuno sia disposto a farlo.

Così, negli ultimi quindici anni, un numero crescente di sintomi che abbiamo imparato a riconoscere attraverso quella sorta di lettino medico che è la tv, hanno sciolto diagnosi forse affrettate, a volte ingannevoli, ma spesso azzeccate. Prendiamo Mastella, ad esempio, il cui fiuto insegue il sapore più acre, l’effluvio pungente che infetta l’aria con la sua portanza, ma che non ricerca un sapore particolare o un’idea ben precisa da concretizzare ad ogni costo. Nel 1994 faceva parte del governo Berlusconi ed oggi, a pochi mesi dalle Elezioni europee ha annunciato la propria candidatura tra le fila del Pdl. Niente di strano si direbbe, se non fosse che “in medio stat virtus”, e nel mezzo appunto ci sono poco più di una dozzina d’anni e una manciata di legislature in cui si è sbattuto porte e sfondato portoni con la scusa di cambiare aria ad un ambiente viziato. Si dice sia il destino dei partiti piccoli quello di insediarsi in un ambiente meno ostile e più prolifico per sfruttarne le potenzialità. Ed il virus che ne stava sgretolando le difese portò il fondatore dell’Udeur ad avvicinarsi al polo opposto nel 2006, quando cementò l’unione con Prodi. Ecco che, togliendo le patine temporali, troppo rapidamente coperte di polvere, viene fuori la sintomatologia che nella politica odierna non giunge mai ad un’analisi definitiva.

E certo che Mastella, pur essendo il tedoforo moderno di questo nomadismo intellettuale non è comunque isolato nella storiografia politica. Come a non voler concedere l’unicità, la rarità, la “leadership” ad un individuo, a prescindere dai meriti o meno dell’evento a cui è associato, così molti altri hanno piroettato con l’abilità di giocolieri tra i seggi della camera.
Come non ricordare allora il “gemello diverso” Dini che casualmente ha ricalcato la stessa strada, posando il piede nelle orme già infossate da Mastella, mollando Berlusconi nel 1995 e infine Prodi nel 2007.

Ma il voltafaccia si presenta anche sotto forme ben più edulcorate e che, proprio per questo motivo, non lasciano ai soggetti il diritto di godere della compassione del derelitto, del predestinato all’ingiustizia, ma anzi, scagliano su di essi le empie ingiurie trattenute verso gli infettati per eccellenza. Così non si fa più distinzione tra Bondi che scrosta le efelidi comuniste di fronte alla folgorazione berlusconiana, ma anche i bisticci tra Rutelli e Pannella che hanno portato l’ex sindaco di Roma a rimbalzare dai Radicali, ai Verdi, fino al Pd. E sempre la furia coerente di Pannella ha illuminato la nuova vocazione di Capezzone che dalla segreteria dei Radicali è passato ai microfoni del Pdl, tentando di convincere gli ex alleati di aver compiuto un passo avanti nella carriera professionale; ma si sa, siamo in tempi di crisi e ci si accontenta.

Si dice che solo gli imbecilli non cambino mai idea. A scanso di equivoci, dunque, ecco voler mettere le mani avanti; meglio adeguare la propria autostima a quegli aforismi che somigliano sempre più spesso a precetti politici di cui sempre meno si conosce il senso, ma solo il suono delle parole che li descrivono.

Luca Lena

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