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Così Minniti risponde a Rondolino: “Diciamo no alle ronde”. Intervista

marzo 5, 2009 di Redazione 

L’intervento sul nostro giornale con cui la firma della “Stampa” difende- va l’istituto delle “ronde” ha aperto una discussione a sinistra. Intervista al responsabile per la sicurezza del Pd: “In una società democratica il monopolio del territorio è delegato allo Stato e alle forze di polizia. Mi preoccupa che la sicurezza debba essere garantita da organizzazioni con riferimento politico”. Sentiamo.

Nella foto, Marco Minniti

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di Luca LENA

In un intervento su questo giornale Fabrizio Rondolino ha difeso la scelta delle ronde adottando un punto di vista poco dibattuto e, per certi versi, controcorrente. Secondo lui “una società che si auto-organizza, che cioè assume su di sé la responsabilità del proprio governo, non soltanto è una società più democratica ma è anche più libera”. Cosa ne pensa?
“Mi trovo spesso d’accordo con Rondolino ma stavolta devo dissentire. In una società democratica libera, il monopolio della sicurezza e del territorio è delegato allo Stato e alle forze di polizia. Dunque, è un potere che lo Stato deve gestire e che gli deve essere riconosciuto dalla collettività”.
Quindi non vede di buon auspicio il perseguimento della sicurezza con le cosiddette “ronde”?
“La sicurezza è caratterizzata dal rispetto di parametri giudicati da tutti come elementi imprescindibili che comportino l’esercizio della libertà soggettiva entro i limiti di quella altrui. Solo le forze dell’ordine devono prodigarsi per questo obiettivo. La sicurezza è un principio connesso alla libertà, e il monopolio della sicurezza deve essere esercitato esclusivamente dalla polizia”.
Per Rondolino, invece, le “ronde” potrebbero essere l’occasione per migliorare l’integrazione con gli stranieri.
“Anche su questo punto non sono d’accordo. Anzi, molto probabilmente avvierebbero un fenomeno dannoso al processo integrativo. Comunque non credo sia questo il lato più pericoloso”.
E quale sarebbe?
“Il fatto che condividendo il monopolio della sicurezza con i cittadini, si alteri la concezione stessa della sicurezza. Il problema principale è che le “ronde” nascono con un forte imprinting politico. Mi preoccupa molto l’idea che il controllo dei territori debba essere garantito da organizzazioni con riferimento politico”.
Non c’è proprio niente di buono nella proposta del governo?
“Non solo, credo sia anche inutile e dannosa. Le “ronde” innescano un meccanismo che può produrre uno sfarinamento dello stato di diritto – che non c’entra nulla con la sicurezza partecipata – poiché è un punto di cooperazione tra Stato e cittadini che però sorge sul riconoscimento dei rispettivi ruoli. Se le funzioni non rimangono separate il rischio è di creare una gran confusione”.
Oltre ad una questione prettamente politica, intravede anche una fragilità sociale in questo provvedimento?
“Penso che bisogna davvero procedere con prudenza. Temo che la possibilità di dare libero sfogo alla giustizia fai da te sia un pericolo che non possiamo permetterci. Le “ronde”, per quanto regolamentate dal prefetto, rischiano di legittimare il principio della risposta individuale”.
Sul tema della sicurezza in generale, crede che realmente ci sia l’esigenza di cambiare qualcosa oppure buona parte dei timori collettivi sono il frutto di un’alterata percezione del crimine?
“La sicurezza è un problema effettivo, non ci sono dubbi. Ma in questo caso viene a galla la fragilità della ricetta miracolistica. Il governo aveva promesso di risolvere la situazione, ma così non è stato. La destra porta avanti due percorsi che si contraddicono a vicenda: da una parte manda per le strade i militari, dall’altra organizza gruppi di cittadini. Due vie eterogenee per coprire la debolezza della strategia”.
Secondo lei dunque cosa si dovrebbe fare?
“Bisogna permettere alle forze dell’ordine di operare adeguatamente, e questo non è possibile da quando il governo ha operato il più grande taglio alla sicurezza. Ben 3,5 miliardi sono stati tolti dalle casse. La polizia ha pochi strumenti, meno macchine e dunque ci sono meno controlli. Bisogna invertire la rotta da questo punto di vista, invece di dare il potere in mano ai cittadini”.

Luca Lena

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