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Intervista all’on. Saltamartini: ‘Più donne non solo nei ‘loro’ ministeri’

febbraio 27, 2009 di Redazione 

Prosegue il viaggio de il Politico.it tra i nostri parlamentari. Un modo per conoscerli più da vicino. E per ascoltare la loro “voce”. Sui temi di maggior competenza e non solo. Barbara Saltamartini è responsabile per le pari opportunità di An. Ginevra Baffigo ha parlato con lei di questo, ma anche di Pdl, sicurezza, crisi economica, e molto altro. Sentiamo, ritrovando il gusto di ascoltare parlare di politica, in questa lunga intervista.

Nella foto, l’onorevole Barbara Saltamartini

di Ginevra BAFFIGO

On. Saltamartini, il suo percorso politico è iniziato in età precoce e si è caratterizzato per una forte presenza sul territorio, nonché per il grande consenso che ha riscontrato in esso.
Lei che è stata militante di An, e che ora è deputata del PDL, nutre dei timori o delle speranze in merito allo scioglimento del suo partito?
“E’ naturale che ogni volta che si fa un percorso di fusione di due realtà diverse, quali quelle di Alleanza Nazionale e Forza Italia, possano esserci più che dei timori delle preoccupazioni; relativamente al fatto che in quello che sarà il più grande partito italiano, rappresentante circa il 40% degli elettori, vengano confermati quei valori che hanno portato alla nascita di Alleanza Nazionale. Se posso avere una preoccupazione è appunto quella di far sì che non vengano meno quelle che sono state le nostre battaglie culturali e politiche, che hanno mosso anche la mia militanza. Ma ho avuto modo di vedere che queste mie perplessità non sono così preoccupanti, perché nell’attività parlamentare che stiamo svolgendo come gruppo unico, dove si sono già mischiati componenti di FI e AN, il confronto è talmente aperto e leale che le varie anime che compongono questo Pdl hanno assoluto diritto di cittadinanza all’interno del nuovo contesto politico”.
Nel nuovo partito vi sarà spazio per una migliore rappresentatività delle donne?
“Io me lo auguro! La battaglia che stiamo portando avanti come donne del Pdl è proprio questa. Noi vorremmo che ci fosse già nello statuto del partito un chiaro segnale di cittadinanza per le donne; non solo numerico ma anche dal punto di vista della qualità, affinché possano occupare ruoli importanti, e soprattutto vi sia la possibilità di esprimere la nostra differente sensibilità del fare politica. Non soltanto su quelle tematiche che sono tradizionalmente più vicine alle donne, penso alle politiche della famiglia, del sostegno all’infanzia, ma anche su altre politiche; da quelle del trasporto, dell’economia a quelle per esempio del mondo del lavoro, dove credo sia importante conciliare i due punti di vista, quello maschile e quello femminile. Sono contenta perché effettivamente nella bozza di statuto, sulla quale stiamo lavorando, viene dato un rilevo importante alla presenza femminile, che deve essere anzitutto all’interno del partito e poi ovviamente, come conseguenza, nelle liste elettorali, ma non nell’inverso. L’inverso può generare degli squilibri di rappresentanza a mio giudizio”.
Lei rientra in due categorie rare nella politica italiana, quella dei giovani e quella delle donne. In Italia sembra che l’accesso a cariche prestigiose, non intendo solo quelle politiche, sia tuttora una prerogativa maschile. Secondo Lei quali misure possono riequilibrare questa tendenza?
“A me piace molto una provocazione che è stata lanciata ultimamente da una brava giornalista, la quale indica come strada possibile, sull’esempio degli stati del Nord-europa, che in ogni consiglio di amministrazione ci sia una presenza femminile. Sulla base di recenti studi, è stato registrato che alcune delle più importanti realtà imprenditoriali del mondo, avendo nei propri consigli di amministrazione delle donne, abbiano retto anche all’urto della crisi economica. Quest’idea purtroppo in Italia viene presa come una provocazione, perché riporta a quel principio delle quote. Credo invece che sia una proposta giusta, che fa fare un salto di qualità alla presenza femminile, dimostrando che le donne, laddove impegnate ai vertici di strutture imprenditoriali e dell’economia generale, sono una risorsa. Allora questa potrebbe essere una soluzione, ma la prima battaglia da fare in Italia credo sia soprattutto di matrice socioculturale. Perché noi donne purtroppo paghiamo un gap culturale tutto italiano, per anni la donna è stata relegata al ruolo domestico di madre e moglie, ruoli importantissimi a cui credo nessuna donna voglia rinunciare. Allo stesso tempo però dobbiamo uscir fuori da questa logica, proprio partendo dal presupposto che possiamo essere una ricchezza anche nel sistema produttivo, anche in questo momento di crisi. Ma il fatto stesso che in quest’ultima tornata elettorale siano entrate più donne, forse anche più giovani, può aiutarci in questa importante battaglia”.
Il 20 febbraio è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il Dl anti-stupri, nel quale si propone l’introduzione del reato di stalking, per l’approvazione del quale lei ha più volte auspicato una collaborazione bipartisan. Qual’è stata la risposta dell’opposizione?
“Credo che abbiamo ottenuto un grande successo, anche perché questo è un argomento che portiamo avanti da qualche anno. L’allora Ministro Pollastrini aveva presentato il suo disegno di legge sullo stalking legandolo al tema dell’omofobia, che noi reputammo una forma di ricatto, nel senso che per aiutare le donne bisognava digerire anche l’istituzione di un nuovo reato, per questo all’epoca ci fu una battaglia di Giulia Bongiorno. Per fortuna la sinistra ha capito l’importanza di questa battaglia contro le molestie insistenti ed ha deciso di rinunciare all’altra tipologia di reato che prevedeva il precedente Dl. Sicuramente l’opposizione è venuta incontro alla richiesta molto forte delle donne del centrodestra e non posso che esserne soddisfatta. Mi fa piacere che ci abbiano permesso di velocizzare l’approvazione della legge, mi dispiace però l’aver verificato che, mentre ci si trovava in commissione Giustizia per approvare questa legge con velocità, ci siano stati degli atteggiamenti un po’ ostruzionistici, come se non si volesse che ad approvare una legge così importante fosse un governo di centrodestra. Atteggiamenti che avrebbero probabilmente rallentato il percorso di approvazione anche nel secondo ramo del parlamento, ragion per cui il governo ha voluto procedere con un decreto legge, che come sappiamo passa per una via prioritaria. Credo che in questo senso le donne oggi abbiano una legge in più a loro tutela, e che grazie a questa si possano prevenire eventuali crimini nei loro confronti”.
All’interno di questo decreto è stata inoltre prevista l’istituzione di comitati civici di vigilanza, le cosiddette ronde, sulle quali anche Fini ha sollevato dei dubbi.
“A me non piace chiamarle ronde, anche se mi rendo conto che è il termine più immediato dato dai media per diffondere questa notizia. Le preoccupazioni che ha sollevato il presidente della Camera Gianfranco Fini sono giuste, nel senso che ha cercato, come il governo stesso ha voluto fare in seguito, di specificare bene di che cosa si tratta. Stiamo parlando di associazioni di volontari, non armati ovviamente, se non di un cellulare e di una ricetrasmittente, le quali possono coadiuvare le forze dell’ordine nel presidio e nel controllo del territorio, informando le autorità competenti laddove individuino situazioni di pericolo o degrado, ma senza intervenire in sostituzione di queste. Il ministro dell’Interno concorderà con i Prefetti l’elaborazione di un protocollo, nel quale individuare da chi saranno composte e come potranno muoversi sul territorio queste associazioni. Rispetto a questo condivido per esempio l’idea che ha avuto il sindaco di Roma Gianni Alemanno, in quanto sarebbe auspicabile che queste fossero composte da carabinieri e poliziotti in pensione, la cui formazione permetterebbe loro di sapere come, dove ma soprattuto se intervenire. Ovviamente non posso che approvare quanto ha dichiarato il presidente della Camera in merito alla giustizia “fai da te”. L’Italia è un paese in cui ancora, per fortuna, la sicurezza è demandata alle forze dell’ordine, non al cittadino, non al singolo. Ma queste associazioni non vanno in quel senso, ricalcano piuttosto l’esperienza dei siti “Angels” di Milano e dei comitati che hanno operato sia a Bologna sia a Firenze, tre realtà governate sia dal centrodestra sia dal centrosinistra”.
Proprio parlando di situazioni di degrado, che possono sfuggire al controllo centrale e che purtroppo sono state teatro in questi ultimi mesi di una serie di efferatezze, il governo sta prendendo una posizione forte.
“Sì. Noi interveniamo sul tema di quella che è la situazione di degrado generata spesso dall’immigrazione clandestina, e per la quale servono misure più forti. Il governo ne ha individuate alcune, fra cui quella, secondo me importantissima, di prolungare i termini di permanenza degli immigrati clandestini, sottolineo “clandestini”, nei CPT; i centri di prima accoglienza. E’ importante capire bene chi sono queste persone, da dove arrivano e quindi farle rimpatriare in tempi certi. Purtroppo spesso i due mesi non sono sufficienti, ad esempio quando il clandestino non ha documenti di identità con sé, o magari non è stato precedentemente schedato nei database della polizia, ragion per cui neanche dalle impronte digitali si può risalire alle sue generalità; in casi simili serve più tempo per procedere all’espulsione. Prima ho voluto sottolineare la parola “clandestino” perché qui in Italia deve esser chiaro che chi ha un regolare lavoro e vive dignitosamente nel rispetto delle nostre leggi, non può essere processato perché appartenente ad una nazionalità che magari, purtroppo, si macchia di crimini atroci. Nel caso dei romeni, per fortuna in Italia tantissimi di loro sono brave persone e non ci sono soltanto quelli che compiono atti di una barbarie incredibile nei confronti delle donne, come gli ultimi casi registrati dalla cronaca. Allora non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, però allo stesso tempo bisogna inasprire le pene verso chi viene qui a delinquere”.
Rispetto alla comunità rumena, ma anche a tutte le altre minoranze, il governo intende adottare delle politiche di integrazione per alleviare la tensione sociale che in tante zone, non solo della periferia romana, si avverte?
“Assolutamente. L’integrazione deve essere la prima azione politica da intraprendere. Questa passa per un’accoglienza adeguata, per cui bisogna ad esempio rivedere la struttura dei campi nomadi, per far sì che non diventino dei ghetti o delle zone di degrado, del peggiore degrado possibile, ma che siano zone nelle quali le persone che stanno qui regolarmente possano vivere dignitosamente. Per cui bisogna fare in modo che i campi siano attrezzati e controllati. L’integrazione inoltre si raggiunge attraverso quella dei bambini, figli di extracomunitari o di comunitari non italiani, per cui bisogna intensificare la possibilità per questi ragazzi di frequentare le scuole, controllando però che ci vadano realmente. Perché, ahimé, so di associazioni che si occupano di coinvolgere i bambini nel percorso educativo, che hanno constatato che sui pulmini preposti per portarli dai campi a scuola spesso sale solo una ristretta percentuale degli aventi diritto. Purtroppo molti di questi minori vengono sfruttati dai loro genitori, magari per l’elemosina ai semafori delle nostre città o per l’accattonaggio. Allora bisogna parlare di integrazione, perché è l’unica strada possibile, ma è necessaria la reciprocità; non può essere solo l’Italia che vuole integrare ma devono essere anche i cittadini non italiani che vengono in Italia a volersi far integrare, anche al di là di quelli che possono essere i loro usi e costumi, penso ad esempio agli islamici; alle donne con il viso coperto dal velo che camminano per le nostre città, cosa che in Italia non è possibile, in virtù di una legge antica che risale al terrorismo. Allora bisogna trovare delle formule di convivenza reciproca. Ci deve essere una collaborazione dall’una e dall’altra parte, però concordo con lei, il tema dell’integrazione è il primo per vincere il disagio e il degrado sociale in cui spesso si vive”.
In merito alla climax di violenze che si è verificata negli ultimi mesi, la nostra attenzione si è focalizzata su ciò che purtroppo si è verificato per strada, eppure le statistiche riportano dati sconcertanti e purtroppo parziali, riguardo a quella violenza che non supera la soglia di casa e che proprio per questa sua natura non viene denunciata. Il governo, ed in particolare il Ministero per le Pari Opportunità, quali misure intende adottare per contrastare questo fenomeno?
“Anzitutto bisogna intensificare l’opera dei centri anti-violenza, ai quali il Ministero per le Pari Opportunità ha riconfermato i fondi per sostenere e promuoverne anche di nuovi, oltre a quelli già esistenti sui nostri territori. Questi sono strumenti fondamentali, ai quali le donne possono rivolgersi anche senza denunciare il fatto, perché purtroppo quando le violenze avvengono all’interno delle mura domestiche, è difficile che si arrivi alla denuncia, poiché spesso si temono ulteriori reazioni di violenza. Così come sono assolutamente necessari i numeri verdi che abbiamo a livello nazionale, nella fattispecie sono due, a cui le donne possono rivolgersi anche per un contatto squisitamente telefonico, che però tante volte aiuta ad uscire da quella situazione. L’altro obiettivo che il governo si pone, che credo sia più difficile, è quello di un passaggio culturale. La violenza dentro le mura domestiche è un problema anzitutto socioculturale; rispetto al quale dobbiamo lanciare nuovi messaggi, rivolgendoci soprattutto a chi purtroppo dalle statistiche risulta il maggior colpevole: la figura maschile. Colgo l’occasione di questa intervista, per denunciare inoltre che i media prima di invitare i loro ospiti nelle trasmissioni, penso alle conigliette di Playboy a Sanremo, dovrebbero riflettere un pò. Se non si cambia l’idea che la donna non è un mero oggetto dei propri desideri, delle proprie pulsioni, non combatteremo mai la violenza della quale è vittima, e i media in questo sono fondamentali. Per esempio ultimamente sono stati affissi dei manifesti che pubblicizzavano una casa di moda dove un poliziotto tastava una donna quasi con una forma di violenza ossessiva; quello è un messaggio culturale che noi non possiamo accettare, non solo come donne, ma come intera collettività. E sono contenta che per esempio il sindaco di Roma con un’ordinanza abbia fatto togliere immediatamente questi cartelli dalla città. Inoltre in occasione dell’8 marzo vi sarà una grande iniziativa istituzionale, attraverso la quale tutte le forze politiche e della cultura lanceranno insieme questo messaggio: “Dalla parte delle donne, basta alla violenza”, una violenza non solo domestica, per strada, sessuale, ma il più delle volte psicologica.
Credo infine che sul tema della violenza, come per quello della sicurezza, non si possa avere uno schieramento contrapposto all’altro. Contro la violenza non si può che stare uniti, è l’appello che faccio e che ho sempre fatto in Parlamento; tutti, donne e uomini, ma soprattuto centrodestra e centrosinistra”.
In conclusione, vista la sua partecipazione ai lavori della Commissione lavoro pubblico e privato, volevo chiederle quali saranno le misure adottate dal governo per contrastare il forte incremento della disoccupazione previsto per la fine di marzo.
“Noi abbiamo varato un piano straordinario di ammortizzatori sociali, stanziando 8 miliardi di euro da destinare ai lavoratori. Questo è stato possibile perché il governo insieme alle regioni, che hanno agito, va riconosciuto, con grande responsabilità politica, attingerà ai fondi per il lavoro dell’Europa, destinati alla formazione. Saranno misure ovviamente a tempo, nel senso che questo programma è stato varato a fine 2008 ed arriverà fino al 2010: purtroppo non possiamo programmarlo oltre perché la crisi economica ci impone di non sforare i saldi della finanza pubblica. Credo che questa sia la migliore opzione che potessimo individuare ed è sicuramente quella più praticabile per il sistema italiano, il quale dovrà necessariamente riformare il mercato del lavoro e dare garanzie ai lavoratori, soprattutto a quelli che rappresenteranno il futuro del nostro paese. Oggi però non possiamo fare queste riforme strutturali, proprio perché c’è questa crisi economica. La misura degli ammortizzatori sociali invece darà risultati positivi ai lavoratori stessi, fornendo loro delle risorse sulle quali contare, evitando così la caduta della circolazione di denaro. In questo momento sono stati anche ipotizzati degli incentivi specifici per far sì che il settore dell’automobile, forse il più produttivo in Italia, che coinvolge 60 mila persone, non risenta ulteriormente della crisi internazionale. Inoltre a questi si potranno sommare quelli dati a chi acquisterà un’auto. La partita del governo italiano è quella di garantire e tutelare il lavoratore che perde il lavoro, ma allo stesso tempo, prevedere degli incentivi per far ripartire l’economia e quindi rimettere in moto la macchina che produce ricchezza per l’Italia, ma che anche dà lavoro a chi lavoro oggi non ce l’ha”.
Anche se delle iniziative a lungo raggio sono ad esempio quelle previste nella riforma contrattuale…
“La riforma dei sistemi contrattuali è un tema al quale teniamo molto. In Commissione lavoro siamo ancora in audizione con le parti sociali e speriamo di concludere questa fase molto velocemente, per poi presentare una proposta governativa all’opposizione. Ovviamente la riforma del sistema contrattuale passa per il coinvolgimento da subito delle parti sociali; purtroppo la Cgil è l’unico sindacato non favorevole a questo percorso ma, dovendo riformare il mondo del lavoro, bisogna necessariamente passare per la riforma dei contratti. Abbiamo bisogno di incentivare due tipi di contratto; quello a tempo indeterminato, di modo che il precario possa accedere al lavoro stabile, ma anche il discorso della flessibilità; non intendo in termini di orari ma di mobilità all’interno delle dinamiche del mondo del lavoro. Inoltre, vista la direttiva della comunità europea, stiamo valutando in questi giorni come garantire una mobilità extra-stato, affinché i lavoratori possano andare a lavorare negli stati membri dell’Unione, e siano così facilitate le opportunità di lavoro stesso, evitando per esempio quello che è successo in Inghilterra, dove i lavoratori di un’impresa italiana si sono visti aggrediti dai lavoratori inglesi, in quanto si pensava che levassero lavoro. Nella mobilità così come la intende la comunità europea, nessuno toglierà lavoro a nessuno, ma si cercherà di agevolare il flusso di lavoratori in quei paesi in cui ce ne è una maggior richiesta”.
Quindi si riuscirà a trovare un punto d’accordo con la Cgil o volete prescindere da questa?
“Sinceramente la preclusione della Cgil a qualsiasi iniziativa che il governo oggi ha posto sul tavolo della discussione ci sembra un po’ pretestuosa. Anche l’ultima manifestazione, lo sciopero generale programmato dalla Cgil qualche giorno fa nelle maggiori città italiane, ci è sembrata più un’operazione di carattere squisitamente politico, che in difesa dei lavoratori. Per noi sarebbe importante avere la Cgil al tavolo della discussione, così come averne la firma, mentre oggi abbiamo avuto il via libera di Cisl, Uil, Ugl. Se questo avverrà non potremo che esserne contenti, se questo non avverrà di certo non fermeremo la nostra macchina riformatrice perché un sindacato, a nostro giudizio, in maniera pretestuosa e quindi senza argomenti non ha voluto firmare”.

Ginevra Baffigo

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