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Il punto di Fattorini. Il ritorno al nucleare: quali sono le variabili in gioco

febbraio 26, 2009 di Redazione 

E’ di martedì la firma dell’accordo per una cooperazione-integrazione scientifico-tecnologica tra il nostro presidente del Consiglio e Nicolas Sarkozy. Avvenuto in sordina - senza che se ne parlasse, prima, a livello diffuso e nell’opinione pubblica - l’annuncio del ritorno del nucleare in Italia è subito finito al centro del dibattito politico e civile. Marco Fattorini ricostruisce la vicenda.

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Nella foto, la torre di raffreddamento di una centrale nucleare

di Marco FATTORINI

Sono mesi che circolano indiscrezioni e voci di corridoio su di un tema che in questi giorni è diventato una notizia ufficiale: il ritorno dell’energia nucleare in Italia.
A darne l’annuncio è stato il premier Silvio Berlusconi che, ricevendo a Roma Nicolas Sarkozy, ha rivelato l’intenzione e dunque la volontà di intraprendere un cammino economico che nei prossimi anni porterà le centrali nucleari anche nel Belpaese.
A Villa Madama, luogo scelto per il vertice italo-francese, i due presidenti hanno anche siglato un accordo che verte proprio sulla materia del nucleare: si tratta di un’intesa che va ad unire le forze di Italia e Francia per la produzione e lo sviluppo scientifico-tecnologico di reattori nucleari. Una collaborazione volta ad acquisire e adottare le linee guida francesi per il futuro sviluppo delle centrali in Italia.

Dunque, dopo il referendum del 1987, che sull’onda di Chernobil, sancì la chiusura degli impianti nucleari d’Italia, ora sembra che ci sia una netta, anzi confermata, inversione di tendenza, supportata anche dalle parole del ministro per lo sviluppo economico Scajola, il quale ha già ipotizzato che entro la fine della legislatura si possa iniziare la costruzione di nuove centrali.

Sono bastati un paio di giorni e quello del nucleare è un tema che torna a scaldare l’arena politica e l’opinione pubblica. Su internet si trovano diversi sondaggi tra gli internauti e dai partiti arrivano le prime dichiarazioni sui provvedimenti annunciati appena pochi giorni fa da Berlusconi e dal Governo. Dal PD giunge una certa contrarietà al progetto nucleare, che non risolverebbe la vera emergenza energetica del nostro paese, critiche arrivano anche da Antonio Di Pietro, leader dell’IDV, molto scettico sull’adozione di tale tecnica e soprattutto sui tempi di realizzazione delle centrali. Valutazioni, queste ed altre, che aprono un vero e proprio caso politico, a destra come a sinistra, anche se anche nella suddetta vicenda sembrano riproporsi le classiche contrapposizioni maggioranza vs opposizione, rischiando così di perdere di vista la reale questione in ballo.

Volenti o nolenti l’energia nucleare, con relativi atomi e centrali, non è un fatto politico e non dovrebbe essere valutato con questa parziale chiave di lettura.
La vera riflessione da affrontare deve giocarsi sul piano tecnico, economico e ambientale.

La tecnica. Non si può certo pensare di aprire una fabbrichetta o una semplice struttura produttiva, anzi, alle reali intenzioni “nucleari” sarebbe lecito se vi corrispondessero una ricerca ed uno studio volti all’ottimizzazione e allo sviluppo di metodi e modalità che possano dare alle centrali del futuro gradi elevati di stabilità, sicurezza e produttività.

L’economia. Bhè, dalle scuole elementari studiamo che l’Italia è uno scarpone povero di materie prime, e così anche con le risorse energetiche non ce la caviamo molto meglio. Gran parte del nostro fabbisogno energetico (che sia corrente elettrica, gas o petrolio) proviene da paesi che italiani non sono, basti pensare al nordafrica e all’est europeo.
Sembra scontata quanto reale la considerazione del fatto che una tale dipendenza dall’estero in settori fondamentali come quello dell’energia, sia un fattore di rischio e precarietà per l’Italia.
I campanelli d’allarme, per chi come noi compra energia, sono i rubinetti di gas ed energia che ogni tanto vengono chiusi per contrasti che non mettono d’accordo produttori e altri attori della filiera. Ecco che una produzione “fatta in casa” costituirebbe un elemento vantaggioso e di maggiore sicurezza, visti i costi delle importazioni, viste le crisi internazionali che spesso bloccano gli approvvigionamenti e lasciano al freddo le case di cittadini ignari.

L’ambiente, citato per ultimo, non è però l’aspetto meno importante. Anzi. Qualsivoglia impianto da costruire non può, diciamo non dovrebbe, prescindere dall’ambiente circostante, dalla realtà in cui viene calato. Perché la natura, il paesaggio, come i centri abitati e le coste, non sono solo un patrimonio di ambientalisti e boy scout ma si qualificano come parti integranti, anzi essenziali dello Stato e debbono pertanto essere salvaguardati e conservati nel rispetto delle dinamiche che li contradisstinguono.
Ecco allora che una valutazione di impatto ambientale, dei rischi, di eventuali riscontri nei confronti della popolazione diventano degli obblighi, delle operazioni da effettuare con estrema cura ed interesse. Onde evitare di peggiorare una situazione già di per sé al collasso.
D’altronde, parlando concretamente, bisogna considerare anche che in Francia vi sono più di 50 centrali operative: questo per chiarire che eventuali rischi e pericoli (comunque minimi) si corrono anche se in Italia si continua a rispettare il referendum dell’87.

Il ritorno dell’energia nucleare deve necessariamente passare per l’analisi di tutte le variabili e gli elementi discriminanti che un tale sistema è in grado di produrre.
Le ragioni economiche, di questi tempi lo sappiamo bene, sono fondamentali, ma non possono essere le uniche a spingerci in decisioni e in progetti così grandi e poliedrici che hanno tutte le potenzialità di cambiare il volto ad un paese.

Marco Fattorini

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