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Libri, recensione. “Il palazzo delle illusioni”: come “The Millionaire”

febbraio 26, 2009 di Redazione 

Apriamo questa giornata di fine febbraio con il “racconto” (e l’analisi) di un libro, a cura della nostra prima firma letteraria. Che svolge un parallelo tra il romanzo di Chitra Banerjee Divakaruni e il film vincitore dell’Oscar, producendo una riflessione su caso/destino, e sul rapporto, in letteratura, tra identità-soggettività e cultura.

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Nella foto, il Taj Mahal

Il palazzo delle illusioni – Chitra Banerjee Divakaruni (Einaudi Coralli, 2008)

di Fabrizio AURILIA

C’è una cosa che accomuna “The Millionaire”, il film-evento che ha vinto l’Oscar firmato Danny Boyle, e l’elegante libro di Chitra Banerjee Divakaruni “Il palazzo delle illusioni” (Einaudi Coralli, 2008): il destino. E non parliamo di fortuna presso il pubblico (abbondante soprattutto per Boyle), quanto di predestinazione e di caso.
“The Millionaire” si snocciola a memoria: un ragazzo nato nella baraccopoli di Bombay, dopo anni più che avventurosi durante i quali “il caso” si intreccia, nel bene e nel male, con il libero arbitrio, diventa milionario partecipando ad un popolare quiz televisivo. Ne “Il palazzo delle illusioni” il racconto si dipana attraverso un percorso tortuoso quanto quello dello slamdog di Boyle, ma con la significativa differenza che il caso diventa predestinazione e il libero arbitrio della protagonista non fa altro che assecondare, inconsciamente, ciò che è già scritto.
La bellissima principessa Panchaali, la donna più amata e odiata dell’epica indiana, è il protagonista e il narratore intradiegetico del racconto della propria vita, che poi non è altro che una parte del Mahabahrata, il libro sacro, mitico e genealogico dell’India. Questa è probabilmente l’intuizione più interessante della scrittrice indiana: modificando il punto di vista, l’autore attua una vera e propria riscrittura dell’opera sacra, col vantaggio di poter liberare nel racconto nuove linee narrative e nuovi possibili percorsi di trama, i quali, solo per essere nominati e presi in considerazione, creano molteplici stratificazioni del discorso e della storia. Conosciamo così le frustrazioni e le gioie che la principessa vive a causa del suo (presunto) carattere ribelle e volitivo, della sua indole critica nei confronti del reale, al limite del femminismo ante litteram. Non sono rare le riflessioni sulla condizione della donna, ancorché principessa, costretta a subire le decisioni degli uomini, del padre re Drupad e dei mariti; sebbene lei sia l’unica donna a cui il destino abbia concesso di sposarne ben cinque. Ma la Storia non si cambia con i racconti di finzione e Panchaali non riuscirà a sovvertire quello che è già scritto nel Mahabahrata. D’altronde non è questa l’intenzione dell’autore: la Divakaruni non stravolge le tradizioni millenarie, ma le umanizza, le soggettivizza attraverso il suo narratore, cercando di consegnare al lettore occidentale tutto ciò che di moderno conserva il libro sacro. Appare così chiaro come nelle azioni di Panchaali, tutte o quasi tese alla confutazione del proprio destino, ogni cosa concorra in realtà al compimento di quello stesso destino. Se il ragazzo di “The Millionaire” è preda del caso, del più sfortunato, ma anche del più fecondo, lo stesso vale per la protagonista de “Il Palazzo delle illusioni”. Che sia attraverso un quiz televisivo, o il mitico Mahabahrata, nell’epoca della post-modernità tutto è già scritto e già raccontato. Ma forse l’unica cosa che può ancora sconcertare è, paradossalmente, il valore più immediato: quello dell’identità.
La voce di Panchaali ridefinisce non solo la propria identità, attraverso il racconto in prima persona, ma anche quella della memoria comune e millenaria, infrangendo i confini tra cultura e soggettività: come in un quiz televisivo, in cui ogni cosa si ricompone lungo il percorso della Storia.

Fabrizio Aurilia

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