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Il manifesto di Veltroni. Il Pd nella visione dell’ex segretario. Ecco la sua eredità

febbraio 25, 2009 di Redazione 

Al cuore della politica italiana è stato in questi giorni il cambio al vertice del Pd, la crisi, la ripartenza. In vista di un marzo nel quale dedicheremo ampio spazio al congresso del Popolo della Libertà, alla nascita vera e propria del partito unico del centrodestra, ci soffermiamo ancora un istante ad analizzare il momento dei Democratici. E lo facciamo cercando di ricostruire la piattaforma, il progetto, l’idea che Walter Veltroni aveva del “suo” partito nuovo. Una base dalla quale, inevitabilmente, riparte il suo successore Franceschini che “romperà” con molte delle cose che non sono andate con l’ex sindaco di Roma, ma che proseguirà anche parte del lavoro che aveva condiviso. Sentiamo.          

Nella foto, Walter Veltroni nell’immagine diffusa durante l’ultima campagna elettorale per le politiche

di Luca LENA

Adesso che il PD ha subito una battuta d’arresto con le dimissioni di Veltroni, c’è chi si chiede se a fallire sia stato l’intero progetto partitico o unicamente la condotta dell’ex sindaco di Roma. Quando nacque dalle spoglie dell’Ulivo, il PD si fece carico di un disegno di rinnovamento concreto, duraturo, coeso. Ad impugnare l’elsa del cambiamento era stato scelto un uomo apparentemente esterno ai clamori appiccicaticci della politica malsana. Un personaggio, Veltroni, che conosceva gli ambienti istituzionali da tempo, ma che aveva costruito la propria credibilità attraverso l’egregia amministrazione romana. Lindo e irreprensibile, dunque, per ciò che concerneva l’ambiente nazionale e le infauste vicende che avevano distorto l’immagine della Sinistra, sotto i colpi impalcabili del berlusconismo.
Per queste ragioni, il nuovo e incontaminato partito doveva avere un nuovo e incontaminato politico a sventolare il vessillo del progresso, della riforma, della democrazia. E Veltroni, pur negli imperscrutabili meccanismi delle primarie, accolse con onere e onore la possibilità che gli veniva offerta.
Ricco di propositi e idee per il futuro, il Walter nazionale ha spalancato le porte a nuove idee senza dimenticare ciò che si lasciava alle spalle. « Pessimista per il passato e ottimista per il futuro » ha affermato nel discorso del commiato, prendendo in prestito la frase dell’amico Foa. In questo aspetto Veltroni è sembrato realmente l’uomo nuovo, il tassello mancante in una politica gerontocratica e infiacchita. Non troppo giovane da apparire inesperto, non troppo vecchio da appassire in scarse motivazioni. Ed in quel linguaggio pacato, a volte troppo solenne – come ebbe da ironizzare Andreotti -, il leader del PD ha espresso la volontà e l’orgoglio di svegliare una società politica dal torpore in cui era affondata.

Pur trascinando un pensiero polimorfo, qual è quello di qualsiasi coalizione che riunisca una molteplicità di idee e uomini, Veltroni ha proposto una variante politica dettata sia dalle proprie convinzioni progressiste, sia dall’esperienza sul campo e dalle capacità umane insite nel proprio carattere. Non è certo nei propositi onorevoli e fiduciosi che si può imputare qualcosa a Veltroni, piuttosto nel riuscire a concretizzare una sintesi non solo etica e politica ma, molto più importante, di spirito collettivo, di solidarietà all’interno di un macigno partitico, costretto a crescere troppo in fretta, storpiato da un gigantismo amorfo ed instabile.

Ciò nonostante, ad oggi, il solco su cui ricalcare il sentiero è già stato scavato e le proposte dell’ex leader del PD non possono e non devono essere accantonate, nemmeno adesso che in pieno trambusto si è arrivati alla nomina di Franceschini.

Sin dal discorso al Lingotto di Torino, durante la campagna elettorale per le primarie, Veltroni ha messo nero su bianco le ragioni per cui si era arrivati a creare il Partito Democratico. « Fare un paese nuovo, unito, che ambisca a cancellare i disequilibri tra Nord e Sud Italia. Ricerca della libertà soggettiva cercando una conciliazione con quella collettiva. Uguaglianza individuale e dunque opportunità per tutti, sulla base di principi meritocratici troppo spesso accantonati ».
Inoltre, il perseguimento di un compromesso di partito, anche in aspetti apparentemente incompatibili, come riflette la frase ripetuta pochi giorni fa: « Il PD, il partito di chi crede che la crescita economica e l’equa ripartizione della ricchezza non siano obiettivi in conflitto, e che senza l’una non vi possa essere l’altra ».
E nel fronteggiare un manicheismo culturale, Veltroni ha proposto una drastica conciliazione in linea con un nuovo realismo. “Sfidando i conservatorismi di destra e sinistra” ha scardinato le visioni precettistiche anche degli stessi apparati politici in cui si era fuso il PD. E’ stato forse questo il segnale più forte di Veltroni: il varcare gli immobilismi ideologici inseguendo il dinamismo della società che si evolve molto più in fretta di chi è impegnato a legiferare su essa.
Tra le proposte, la cosiddetta “rivoluzione delle donne”, per abbattere gli ostacoli e i pregiudizi che impediscono il giusto riconoscimento della soggettività femminile.

Assoluta innovazione nel Mezzogiorno, per il quale non bisogna spendere di più, ma semplicemente spendere meglio. Riduzione delle tasse ai lavoratori meritevoli e la promessa di togliere un punto di Irpef ogni anno, per tre anni, a partire dal 2009. Incremento nella costruzione delle case con canoni d’affitto ribassati per garantire a tutti un alloggio. Lotta alla precarietà, garantendo un tetto minimo di stipendio pari a mille euro mensili.
Questi i punti cardine su cui poggiava il PD veltroniano, questa l’anima riformatrice con cui l’ex sindaco di Roma ha ottenuto lo scettro di partito.

Decisa la prima voce del coro, Veltroni propone a Spello (PG), due mesi prima delle elezioni politiche del 2008, una visione ancora più concreta e forte della propria politica. Non nomina mai Berlusconi, sia per non sviare l’attenzione dal nascituro Partito Democratico, sia nel tentativo di raffinare un antiberlusconismo ormai ineludibile nella cultura politica della Sinistra. Una mossa che forse non ha pagato come si sperava ma che è rimasta coerente con il nuovo approccio verso l’avversario, imperniato su sottigliezze dialettiche ad effetto, come nell’alludere vagamente alla presunta demagogia del PDL: « Sono preoccupati di come vincere, non del perché vincere ».
Eppure, ciò che alla fine si è additato con più vigore e rabbia al Partito Democratico è stato proprio il mancato pugno duro contro Berlusconi, a proposito degli abusi di potere e dei conflitti d’interesse mai troppo rimarcati nel corso della campagna elettorale, ma da sempre cavallo di battaglia delle fazioni di centro-sinistra. Cercando un equilibrio intellettuale e morale Veltroni ha forse osato sfilare ai potenziali elettori alcuni paletti ideologici di cui ancora non si poteva fare a meno. Alle grida apodittiche del PDL, Veltroni ha imposto serenità e un galateo di piazza assolutamente onorevole, ma sopravvalutato negli effetti se gettato nella mischia della lotta politica. Era questo il PD, il governo-ombra della guida appena dimessasi. In un certo senso, in questi mesi, il clima parlamentare ha attraversato un nuovo modo di intendere il dialogo e la comunicazione, con la sostanza delle parole ad anticiparne la forma. Veltroni dunque, non ha fallito, non si è sgretolata la consistenza e la portanza del suo pensiero, non è caduto, ma è rimasto chiuso tra le mura del progetto da lui stesso costruito, ben lontano però dall’essere diventato macerie. Poiché l’allarme e, al contempo, il grido di speranza recitati nella frase veltroniana “non cambiate il governo, cambiate l’Italia” sono ancora estremamente attuali.

Luca Lena

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