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La crisi dei quotidiani, intervista a Facci: ‘Giornali troppo politicizzati’

febbraio 24, 2009 di Redazione 

Prosegue il viaggio de il Politico.it nella crisi del cartaceo. Oggi ascoltiamo l’opinione di Filippo Facci, editorialista de “il Giornale”, noto per le sue posizioni controcorrente (segue i colloqui con Piero Ostellino, editorialista del “Corriere”, e Giuseppe Smorto condirettore di “Repubblica.it”. Li trovate in archivio).

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Nella foto, Filippo Facci

di Lorenzo CASTELLANI

Filippo Facci, i grandi quotidiani americani sono in crisi di vendite. Come noto quello che accade negli Stati Uniti anticipa quasi sempre ciò che poi succederà in Europa. I nostri quotidiani hanno motivo di preoccuparsi?
“Certo che hanno motivo di preoccuparsi. Il meccanismo è inesorabile. In parte è un fenomeno fisiologico e irreversibile, e in parte è un fenomeno solo italiano, legato alla scarsa modernità dei nostri quotidiani che non sono nè carnè ne pesce e restano comunque troppo politicizzati, immagine di chi li fa”.
I giovani leggono sempre di meno i giornali ed i quotidiani in particolare. Come salvaguardare la vita di questi ultimi?
“Credo seriamente che sia troppo tardi. Bisognava favorire un approccio culturale sin dalla scuola, ma manca anche la scuola, figurarsi. La verità che è la classe politica (questa soprattutto, assai meno della precedente) non conosce il proprio elettorato, non conosce il Paese, e di conseguenza i giornalisti messi dai politici non conoscono i loro lettori”.
Giorgio Bocca nel suo ultimo libro sostiene che i giornali siano avvelenati dalla pubblicità che è anima del commercio e che questo li porti a crisi tanto di gigantismo di notizie effimere quanto alla spettacolarizzazione del macabro, fino ad essere riduttivi sulle notizie serie. E’ d’accordo?
“Assolutamente sì. Bocca è un po’ andato, e fosse per lui i giornali sarebbero ancora più illeggibili, ma il principio è stravero e lui lo sostiene dai tempi del suo «Il padrone in redazione» della fine degli anni Ottanta. Le notizie effimere sconfinano ormai da anni nell’intrattenimento, enfatizzando storie seriali come delle fiction, e celandone altre. La quantità di «marchette» che circola soprattutto nei periodici è impressionante: in pratica sono dei cataloghi pubblicitari. Del resto è quasi inevitabile, visto che è la pubblicità la fonte di maggior entrate. Ma così hanno letteralmente distrutto riviste storiche. Pensa solo a Panorama, per dire”.
L’informazione in internet sembra diventare sempre più dominate e totalizzante. Come è cambiata o cambierà l’informazione con la prepotente ascesa della rete?
“Da una parte internet è solo un mezzo come tanti altri, e ogni specificità di chi ci scrive verrà spazzata via dal mercato e dai professionisti; dall’altra, l’informazione si frammenterà e peggiorerà secondo le stesse regole dell’audience: accorgendosi di quanti cliccano, verranno privilegiati i contenuti cliccati, e questo favorirà che in una homepage, come in parte già accade, accanto a notizie doverose e serissime ci sarà un gossip o un richiamo sessuale. Come su un prima pagina di quotidiano accadeva assai di rado”.
Dovremmo aspettarci una ridefinizione del ruolo del giornalista? Di quali nuove competenze necessiterà il giornalista di domani?
“Il ruolo del giornalista, mediamente, è già ridefinito; è un impiegato, un costruttore di contenuti commisurati ai presunti gusti del pubblico e alle esigenze dell’editore e dell’ufficio marketing. L’informazione viene via via trattata come una qualsiasi merce. Sparirà tutto: l’Ordine, la prosopopea della categoria, la velleità di raccontare qualcosa semplicemente perché essa succede. Mi spiace, ma la vedo male. Spariranno i cosiddetti giornalisti di desk (quelli di macchina, quelli che non scrivono bensì impaginano) a vantaggio di chi fornisce soltanto contenuti e magari riesce anche da solo a impaginarselo o montarselo”.
Come si sta sviluppando la realtà dei quotidiani on line?
“I quotidiani on line arrancano perchè siamo in una fase intermedia, ma tutto sommato non sono così male. Io stesso, quando non ho la mazzetta dei giornali, tendo ad accontentarmi di internet. Me lo faccio bastare. Figurarsi un non professionista. Ma la pubblicità arranca ancora. E, soprattutto, in Italia fatica a diffondersi la mentalità per cui in rete si possa pagare per accedere a qualcosa”.
In Italia si parla sempre di quotidiani controllati da veri e propri centri di potere. C’è chi arriva a parlare di scomparsa dei fatti per ordine degli editori. E’ realmente così malato il sistema italiano dell’informazione?
“Se per scomparsa dei fatti intendi ciò che denuncia il mio ex amico Marco Travaglio, per esempio, è una bufala totale. Tutte le sue asserzioni sono smontabili e basate sulla scomparsa di altri fatti da lui omessi e che spesso sono la semplice verità. Travaglio è l’esempio migliore di ciò che denuncia: lui commisura un prodotto fazioso secondo il palato di un target medio-basso che vuole soltanto sentirsi raccontare che la realtà è bianca o nera, e che per ogni cosa c’è un preciso colpevole. La realtà purtroppo è infarcita di sfumature che lui elimina completamente. Il suo pubblico viene educato alla sfuducia totale in tutto, è pura tifoseria. Ai suoi editori va benissimo questo, perché gli importa, proprio come a Beppe Grillo, solo il ritorno economico”.
Internet aiuta il pluralismo? Garantisce quella libertà d’informazione e libertà di opinione che può risultare ristretta nell’ambito dell’editoria?
“Internet aiuta ma al tempo stesso incasina tutto, perché l’eccesso di informazioni (spesso basate sulla ripresa infinita di una notizia magari bacata all’origine) rende complicato verificarne l’affidabilità. Penso a Wikipedia, enciclopedia infarcita di emerite sciocchezze. Ma penso soprattutto alla scomparsa della fonte in senso stretto: oggi per fonte s’intende e viene ritenuto bastevole un link, come se ogni notizia non avesse pur sempre una fonte primigenia. Ogni tanto mi diverto a sostenere, quando mi chiedono una fonte, che la fonte sono io. E spesso è la verità. Un giornalista, le fonti, le crea. Trova per primo una notizia, la controlla, la diffonde. Ma l’interlocutore spesso non è preparato, vuole il link”.
Quanto influisce l’editore sulla linea del giornale e sulla selezione degli argomenti? Quanto influisce quello de “il Giornale”?
“L’editore influisce moltissimo, ma dipende dalla tipologia dell’editore. Nel caso dei quotidiani, il punto è che spesso non è neppure necessario influire: a dirigere i giornali ci sono uomini che cercano soltanto di intercettare questi desideri. Guardiamoci in faccia: tutti, e ripeto tutti i giornali perdono milioni e milioni di euro: la ragion politica è ciò che soltanto gl’impedisce di chiudere.
Al Giornale è la stessa cosa, ma almeno è palese. Tuttavia crearsi uno spazio relativamente indipendente è possibile, e mi permetto di dire che abbastanza è il mio caso: ma è faticosissimo, vivi male, non fai carriera in senso stretto. Tuttavia il pubblico, quando dici la verità o sei davvero sincero, se ne accorge”.
Ultima domanda: come cambierebbe, migliorandolo possibilmente, l’attuale mondo dell’informazione Filippo Facci?
“La risposta implica troppo spazio. Dico qualche scemenza a caso. Allora: vieterei la rilevazione degli ascolti durante i telegiornali; renderei molto duro e davvero selettivo l’esame di accesso all’Ordine dei professionisti (che secondo me dovrebbe assolutamente rimanere) e imporrei multe spaventose per le commistioni tra informazione e pubblicità. E anche tra informazione e spettacolo: niente infotainment, se un programma è giornalistico ci devono essere solo giornalisti, niente soubrette riciclate. Il mondo dei cosiddetti grillini che dichiarano di non fidarsi dei giornali non mi preoccupa: spasso non hanno mai letto un giornale in vita loro”.

Lorenzo Castellani

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