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Ecco il racconto della notte degli Oscar. Sean Penn miglior attore

febbraio 23, 2009 di Redazione 

Il premio principale è andato a “The Millionaire”, migliore interpretazione femminile Kate Winslet in “The Reader”.  Noi vi portiamo a rivivere l’intera cerimonia.

Nella foto,

Sean Penn in “Milk”

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di Attilio PALMIERI

Come al solito la cerimonia di premiazione al Kodak Theatre è anticipata dalla sfilata delle star sul Red Carpet antistante all’entrata del teatro. Ci sono, naturalmente, tutti i candidati tirati a lucido per farsi scattare foto e dichiarare ai microfoni di tutto il mondo lo stilista che per l’occasione ha fornito loro il vestito. Non solo candidati, anche star d’eccezione, tra cui spicca la nostrana Sofia Loren, quasi mai assente quando si tratta di lustrini e flash; tutti però sono in coda per vedere la super coppia di Hollywood, entrambi candidati nel rispettivo genere per l’interpretazione da protagonista, la coppia che molti hanno ribattezzato “Brangelina”.
Come da programma la serata comincia con l’autopresentazione del presentatore, Hugh Jackman, che da attore e da australiano, rappresenta forse la maggiore novità della manifestazione. È bene mettere in chiaro che raramente si è vista una cerimonia di premiazione più originale, più innovativa, con un presentatore così frizzante e duttile. L’attore comincia con una serie di battute sui suoi colleghi e sui film, per poi fare un mini-spettacolo parodistico che vede come oggetto i cinque film in concorso per la statuetta principale ricreati con degli sketch musicali. Quando è stato il turno di Frost/Nixon Jackman ha preso in braccio Anne Hathaway cimentandosi con lei in un duetto di ballo e canto; tutto il teatro si è alzato in una standing ovation per entrambi.
Il primo Oscar della serata è andato a Penelope Cruz per la miglior interpretazione femminile da non protagonista nel film di Woody Allen, Vicky Cristina Barcelona; la Cruz, visibilmente commossa, ha voluto ringraziare Woody per il fantastico ruolo e Pedro Almodovar in quanto riferimento artistico della sua carriera.
Poi è stata la volta dei i due premi agli scrittori, quello per la sceneggiatura originale e quello per l’adattamento. Il primo è andato al giovanissimo Dustin Lance Black, autore dello script di Milk; il secondo a Simon Beaufoy, autore di quello di The Millionaire.
Quando è stata la volta del miglior film d’animazione c’è stata una presentazione che è necessario menzionare: c’è il robottino Wall-E che da buon netturbino raccoglie i rifiuti e tra questi trova l’oscar e una videocassetta, butta il primo e inserisce la seconda nel videoregistratore dove compaiono i personaggi di Kung Fu Panda e di Bolt in un simpatico sketch animato che coinvolge i principali personaggi dei tre film candidati. Al seguito di questo divertentissimo siparietto c’è l’assegnazione del premio che, come da pronostico, va a Wall-E. Premio meritatissimo per un film d’animazione che parla con saggezza ed efficacia a piccoli e grandi, sicuramente il migliore fin ora realizzato dalla Pixar.
Segue il pronostico anche l’assegnazione del premio per il miglior attore non protagonista che va postumo ad Heath Ledger (il Joker ne Il cavaliere oscuro); a ricevere il premio salgono sul palco la madre, il padre ed il fratello dell’attore scomparso da circa un anno.
Ma arriviamo alla prima delle due grandi sorprese della serata. Il film del giapponese Yojiro Takita, Departures, vince il premio come miglior film straniero battendo inaspettatamente il favoritissimo israeliano Valzer con Bashir, ma anche l’outsider, il vincitore di Cannes La classe.
Un’altra novità di quest’anno è che le premiazioni per la miglior regia e il miglior film vengono separate e la prima viene effettuata prima delle due riguardanti gli attori protagonisti. Come da pronostico se l’aggiudica Danny Boyle per il suo acclamatissimo The Millionaire, sicuramente non un capolavoro, ma un’opera attraverso la quale si intravede un ottimo regista.
Per la migliore interpretazione femminile c’era grandissima lotta: Angelina Jolie aveva offerto una performance di rara intensità, così come la bellissima e bravissima Anne Hathaway, ma la lotta sembrava essere confinata nel dualismo tra Meryl Streep e Kate Winslet, rispettivamente per Il dubbio e The Reader. Alla fine l’ha spuntata la più giovane che dopo sei nomination, quattro delle quali da protagonista, riesce finalmente ad ottenere la statuetta d’oro e in lacrime rimane senza parole e senza fiato, riuscendo solo a ringraziare i genitori e a dire due battute alla rivale Meryl Streep, in quello che sembra un vero e proprio passaggio di testimoni tra due grandissime attrici.
Alla premiazione del miglior attore protagonista il pronostico viene sovvertito: dopo la presentazione dei cinque candidati fatta da cinque grandissimi attori, Michael Douglas pronuncia la seguente frase: “and the Oscar goes to Sean Penn!”. D’accordo, siamo di fronte ad una delle migliori interpretazioni del regista di Into The Wild, forse la migliore, ma questa non doveva essere la sua serata, bensì quella di Mickey Rourke, un tempo bello, poi bello e dannato, poi solo dannato, oggi rinato, come una fenice dalle sue ceneri. Doveva essere la vittoria del cinema d’arte, del cinema indipendente, di un personaggio rappresentativo di una persona, di un divo che si confonde con l’anti-divo. Non è stato così. Hollywood non ha avuto il coraggio di mandare sul palco un uomo che gliene ha dette di tutti i colori, che ha fatto il “cattivo” per tutta la vita, non ha avuto il coraggio di premiare un uomo fuori dagli schemi, troppo fuori forse. Ha premiato (premio non immeritato sia chiaro) il simbolo della grande recitazione, ma anche quello dell’educazione, della lotta per i diritti, della protesta gentile – meriti sicuramente non cinematografici – che piace. Per fortuna c’è stato lui, il vincitore, Sean Penn, che una volta salito sul palco ha fatto due menzioni speciali, la prima per Obama, “che ci rende di nuovo tutti fieri di essere americani” e la seconda alla grande interpretazione di Mickey Rourke, “my broche”, e alla sua resurrezione. Chapeau.
E siamo al premio più importante. La statuetta per il miglior film è stata consegnata da Steven Spielberg, un po’ il simbolo della Hollywood degli ultimi 35 anni, l’uomo che più di ogni altro ha saputo manovrare la macchina industriale nel passaggio dalla “Hollywood reanaissance” all’era dei blockbusters, mantenendo sempre alto il livello qualitativo della sua produzione artistica. The Millionaire si aggiudica anche il riconoscimento più prestigioso, raggiungendo quota otto statuette vinte in quest’unica serata.
È stata probabilmente la migliore cerimonia di premiazione da molti anni a questa parte, con un presentatore in forma smagliante che realizza il suo sogno. Molto meno entusiasmante è stata la selezione dei film in concorso. È vero, quest’anno non è stato così foriero di capolavori come il precedente, ma il quintetto di film in lizza per la massima statuetta era davvero povero, assolutamente privo anche di un solo film di altissimo profilo artistico. È difficile non sottolineare che sono stati lasciate fuori opere come Changeling di Clint Eastwood, Rachel sta per sposarsi di Jonathan Demme, Revolutionary Road di Sam Mendez e The Wrestler di Darren Aronosfky.

Attilio Palmieri

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