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Cinema, domenica la notte degli Oscar. Ecco la sfida per categorie

febbraio 20, 2009 di Redazione 

Anche gli appassionati più cinefili, quelli che non amano i canoni a volte anche molto popolari, ci permettiamo di dire, dell’Academy, riconoscono nella cerimonia che assegna le famose statuette il momento di maggior attrazione, se non fascino, e anche di magia dell’anno cinematografico. Noi vi portiamo nel cuore delle possibili scelte della notte tra domenica e lunedì raccontandovi tra chi e quali film si giocherà la sfida e provando ad anticipare i probabili vincitori. E lunedì mattina vi aspettiamo tutti qui, per goderci insieme i risultati, cercando già di capirne il senso.

Nella foto, esterno del Kodak Theatre

di Attilio PALMIERI

Si avvicina a passi felpati la notte più importante, la più magica, la più lussuosa, la più ricca, più sfarzosa, sgargiante e luccicante del cinema americano, almeno di quello più istituzionale, ufficiale.
La sera del 22 febbraio al Kodak Theatre verrà celebrata la tanto attesa notte degli Oscar che quest’anno sta arrivando con meno fermento, meno gossip, ma soprattutto meno attesa. Da parte di tutti, giornalisti, spettatori, critici.
Sarà forse perché quest’ano tutto sembra andare liscio, sarà perché rispetto all’anno scorso non ci sono polemiche, non ci sono scioperi di attori né di sceneggiatori, non ci sono rivalità tanto accese e contese all’ultimo sangue. Rimane, infatti, nella memoria di tutti ciò che successe ai Golden Globe lo scorso anno. Sappiamo che i vincitori vengono decisi alcuni giorni prima della cerimonia ufficiale di premiazione da una giuria composta da giornalisti della stampa estera iscritti alla Hollywood Foreign Press Association. Dunque, l’anno scorso, tre giorni prima della cerimonia di Beverly Hills (che consiste come da tradizione in una sorta di cena di gruppo), viene reso noto grazie ad una soffiata giornalistica che “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen avrebbe vinto il Golden Globe come miglior film. Prontamente nasce un’accesa polemica e una bagarre sulle ragioni e i torti. Fatto sta che l’estabilishment di Hollywood smentisce la notizia e la sera della premiazione incorona “Espiazione” di Joe Wright.
Chi scrive pensa che “Espiazione” non sia stato assolutamente il vero vincitore, ma solo lo strumento per evitare di fare una brutta figura, anche a costo di premiare un film mediocre.
Circa un mese dopo si arriva agli Oscar, “Espiazione” è candidato, ma per quanto concerne le nomination importanti, esce dal Kodak Theatre a bocca asciutta. “Non è un paese per vecchi” invece fa scorpacciata di riconoscimenti, sia per meriti propri sia per mancanza di concorrenza: gli altri film candidati alla statuetta più prestigiosa infatti non sono al livello del film dei Coen e altri come “La promessa dell’assassino” di David Cronenberg, “Redacted” di Brian De Palma, “Nella valle di Elah” di Paul Haggis e “Sweeney Todd” di Tim Burton, che avrebbero onorato sono rimasti fuori dalla top five.
Quest’anno si presenta una situazione in parte simile, anche se forse ancor meno positiva. Ma andiamo con ordine. C’è un nuovo presentatore, inaspettato, anomalo, vuoi perché non è un presentatore, vuoi perché non è americano, vuoi perché non è un comico: Hugh Jackman. É strano pensare che Wolverine possa sostituire e non far rimpiangere predecessori come Billy Cristal o Chris Rock, ma questa è stata la decisione e siamo tutti curiosi di vedere l’attore australiano all’esame da conduttore.
Per quanto riguarda le nomination di quest’anno c’è da dire che non è facile fare pronostici. Intanto si può affermare che alcune statuette sono praticamente già assegnate.
Innanzitutto quella per il miglior film d’animazione: “WALL-E” sembra dover vincere a mani basse contro una debole concorrenza composta da “King Fu Panda” e “Bolt”, e priva dell’altro grande film d’animazione dell’anno, spostato per l’occasione nella categoria “film straniero” (per far vincere “WALL-E”?).
Il premio per l’attore non protagonista dovrebbe essere già nelle mani di Michelle Williams o chi al posto suo farà le veci del povero, defunto Heath Leadger. É bene mettere in chiaro una cosa: la morte dell’attore australiano non sarà stata il discriminante per la vittoria dell’Oscar (se questa dovesse esserci, ovviamente). Heath Ledger è stato capace, con il suo Joker, di creare un personaggio complesso enigmatico e stratificato, l’incarnazione della radicalità del male confusa in maniera osmotica con l’eroe fumettistico stilizzato. Mai premio fu più meritato.
Ahinoi, anche il premio per il miglior film straniero sembra già scritto. In verità un po’ di mesi fa, dopo l’endorsement di Martin Scorsese, sembrava che “Gomorra” potesse vincere senza troppi problemi, ma poi la sua immeritata esclusione e l’esplosione di “Valzer con Bashir” (in concomitanza con lo scoppio del conflitto a Gaza) hanno rovesciato la situazione. Ora, senza il film di Garrone in nomination, quello (d’animazione) dell’israeliano Folman sembra poter vincere senza particolari problemi.
Dopo tre anni, forse, non ci sarà un’attrice che viene premiata per qualità quasi esclusivamente mimetiche. Dopo tre anni infatti la vincitrice potrebbe non aver interpretato un biopic. Sembra essere infatti Kate Winslet la più accreditata al premio come miglior interprete femminile per “The Reader” di Stephen Daldry, battendo concorrenti come Angelina Jolie (“Changeling”), Anne Hathaway (“Rachel sta per sposarsi”), Meryl Streep (“Il dubbio”) e Melissa Leo (“Frozen River”).
Una battaglia senza esclusione di colpi è prevista per la vittoria come miglior interprete maschile. Qui sul piano ci sono tante variabili da non sottovalutare e da analizzare. Anche tra gli uomini negli anni passati c’è stata una forte tendenza a premiare le interpretazioni mimetiche dei vari biopic che si manifestano di anno in anno nel panorama cinematografico internazionale ed americano in particolare. L’anno scorso questa tendenza è stata spezzata da un’interpretazione disarmante di Daniel Day-Lewis (“Il petroliere”) che non poteva assolutamente non essere premiata. Quest’anno nel quintetto c’è Frank Langella che in occasione del film di Ron Howard, “Frost/Nixon”, si è cimentato nella rilettura interpretativa del corpo e del volto di Richard Nixon, cosa peraltro già fatta da Anthony Hopkins sotto la regia di Oliver Stone. Nonostante i tantissimi plausi arrivati al buon Langella, non dovrebbe essere lui il destinatario della statuetta (salvo sorprese), bensì essere selezionato in una lotta all’ultimo sangue tra Mickey Rourke (“The Wrestler”) e Sean Penn (“Milk”). Per quest’ultimo sarebbe la seconda dopo quella del 2004 per “Mystic River”. Sarebbe una bella cosa se la vincesse Rourke, per diversi motivi: in primis perché se la merita tutta essendosi immedesimato in un ruolo tragico e decadente grazie al quale è difficile distinguere con chiarezza l’attore dal personaggio; inoltre sarebbe un riconoscimento anche per il film vincitore della Mostra di Venezia, indipendente e fuori dagli schemi, che sicuramente non avrebbe sfigurato nel quintetto in corsa per la statuetta più prestigiosa.
Ma veniamo alle due sezioni più importanti, miglior film e miglior regia, per le quali si può fare un discorso abbastanza simile, se non altro perché il quintetto è lo stesso, “The Reader”, “The Millionaire”, “Il curioso caso di Benjamin Button”, “Milk” e “Frost/Nixon”.
Partendo dal presupposto che “The Reader” ha pochissime possibilità di vittoria e gioca un po’ la parte del film già soddisfatto di essere stato candidato, ne rimangono quattro. “Frost/Nixon” qualitativamente, per il buon rapporto tra obiettivi preposti e obiettivi raggiunti è un film molto solido, ma non sembra avere quel carisma, quella luce e quelle caratteristiche in grado di farlo vincere. Un po’ come successe nel 2006 con “Good Night and Good Luck” di George Clooney. Rimane il film di Gus Van Sant su Harvey Milk, bella storia, molto americana, molto compiacente, carica di retorica e che mette d’accordo tutti. Il film di David Fincher, sicuramente la più grande produzione tra i film in lizza e che non ha caso detiene il record di nomination con ben 13 candidature. E infine il film di Danny Boyle, girato a Bollywood, che partendo dal circuito d’essai ha piano piano sbaragliato la concorrenza vincendo premio dopo premio e accedendo alle grandi sale, guadagnando sempre più schermi.
Ai Golden Globe “The Millionaire” ha vinto, così come il suo autore Danny Boyle, non sarebbe una sorpresa se la sera del 22 febbraio la storia si ripetesse.

Attilio Palmieri

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