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Veltroni portato all’addio dal correntismo Le visioni parziali di “dalemiani” ed altri

febbraio 17, 2009 di Redazione 

La firma dell’analisi delle ragioni delle dimissioni del segretario del Pd è del giovane Fattorini. il Politico.it riconduce alle divisioni interne, alla ricerca esasperata di una parzialità, al continuo “tirare per la giacca” il progetto del nuovo partito il logoramento che ha determinato le condizioni per l’addio dell’ex sindaco di Roma. Questo, insieme ad alcuni suoi errori – tra cui un’opposizione oggettivamente poco incisiva – ha favorito la buona tenuta del consenso del Governo e determinato i passaggi sfavorevoli che, culminati nella sconfitta in Sardegna, hanno segnato il destino della prima leadership del partito. Della quale non vanno dimenticati i meriti.

di Marco FATTORINI

Mai quanto in questi ultimi giorni la Sardegna è stata così determinante a livello politico.
La sconfitta di Soru e del Pd nella regione autonoma hanno costituito la goccia di un vaso ormai colmo di polemiche e rotture insanabili all’interno del Partito democratico. Ed è così che Walter Veltroni, nel coordinamento convocato dopo la disfatta sarda, ha annunciato le sue dimissioni dalla carica di segretario.
Una decisione perentoria e definitiva, a quanto pare. Nonostante il coordinamento gli abbia negato, in un primo momento, le dimissioni all’unanimità, nonostante su Facebook decine e decine di sostenitori abbiano riempito la sua bacheca di messaggi di solidarietà invitanti al ripensamento. Alla luce dei fatti, quali sono però le ragioni della sua uscita di scena?
Di motivi ce ne sono parecchi e buona parte di questi va ben oltre il comportamento del singolo perchè sono in tanti a ritenere che al tramonto di queste dimissioni il fallimento non sia del leader ma del progetto politico che non è mai decollato organicamente.
Veltroni, come segretario e uomo simbolo del partito, ha evidenti responsabilità e implicazioni in quella che è stata la storia del Partito democratico nei suoi 16 mesi di reggenza, poiché molto spesso non è riuscito a unire e a compattare l’azione partitica, perchè in troppe situazioni non è stato in grado di concentrare intorno a sé la giusta attenzione e credibilità, dagli stessi colleghi di partito.

Tuttavia sarebbe ipocrita quanto superficiale attribuire tutte le responsabilità ad un capro espiatorio: se dobbiamo dirla tutta Veltroni ha pagato il prezzo di una divisione ideologico-politica altissima all’interno del suo partito. Troppo pochi sono stati i “veltroniani” nel vero senso della parola, cioè coloro i quali hanno abbracciato e seguito la sua linea della condivisione; mentre in questi mesi sono dilagate le parzialità di dalemiani, prodiani, radicali, popolari. Chiamatele correnti o in ogni altro modo, ma hanno pesato come tanti piccoli gruppi di potere che non sempre hanno agito e risposto positivamente alle direttive del leader del partito. Un segretario che è rimasto spesso inascoltato e snobbato da colleghi e compagni, in nome di sub-identità politiche tendenti a radicarsi in modo sempre più incisivo tra i Democratici.
Un lungo ed estenuante rincorrersi di voci di corridoio, tensioni mascherate e competizioni in itinere che hanno sicuramente rotto quel filo di corrispondenza esistente tra il segretario del Pd e la struttura direttiva e non della formazione da lui guidata.

Forse però si tratta di un prezzo troppo alto e ingiusto, perchè in pochi ricordano che Veltroni è stato chiamato ad un ruolo di grande responsabilità in un momento davvero ingrato per il centrosinistra. Ha avuto l’onere, più che l’onore, di risollevare le sorti dei Democratici dopo la disfatta del governo Prodi, caduto prematuramente e in malo modo. In poche settimane l’ex sindaco di Roma ha organizzato una campagna elettorale davvero notevole, per l’estemporaneità delle operazioni, per i toni usati, per candidature e proposte davvero audaci e incoraggianti, ma soprattutto per lavorato alla ricostruzione di un’immagine dignitosa e autosufficiente della sinistra italiana.
Tanti fattori positivi di una campagna politically correct che tuttavia non sono riusciti ad affidare il timone governativo a Veltroni, vista la schiacciante vittoria ottenuta dal Pdl berlusconiano.
Un’impresa titanica, quella a cui è stato chiamato Veltroni e il Pd tutto, un tentativo dopo il quale tanti, troppi meccanismi hanno cominciato a rompersi lasciando spazio ad eterne polemiche e contrasti interni protrattisi fino ad oggi. In più dobbiamo aggiungere alla lista questioni morali, risultati disastrosi alle amministrative e un’opposizione politica poco incisiva.

I propositi di cambiamento e rinnovamento del Pd dei primi giorni sono andati affievolendosi gradualmente fino a spegnersi del tutto generando sfiducia e disillusione tra militanti e simpatizzanti.
Ed ora tutte queste lotte intestine di correnti e “tendenze ideologiche” non potevano che generare una rottura per la quale il segretario eletto da quasi 3 milioni di persone si è dimesso, constatando una situazione non favorevole a lui e alla sua permanenza nel ruolo.
Una domanda però sorge spontanea e insistente, se il problema era insito nel leader allora tutto andrà meglio, ma se le questioni cruciali, sono interne al partito tutto e al suo progetto politico, come del resto sembra evidente, allora siamo sicuri che un mero cambiamento di leader possa far rinascere il Pd?

Marco Fattorini

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