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Intervista all’on. Pianetta: “Ecco il mio giudizio sulle vicende di Gaza”

febbraio 10, 2009 di Redazione 

Leggete questa bella intervista al deputato del Popolo della Libertà. Presidente dell’Associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele, è inevitabile parlare con lui della questione israelo-palestinese e del recente conflitto nella Striscia. Ma, come sempre, il colloquio ci dà l’occasione per conoscere meglio anche il parlamentare.

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Nella foto, l’onorevole Enrico Pianetta

di Ginevra BAFFIGO

Onorevole Enrico Pianetta, lei nel 1996 venne eletto senatore nelle file dell’allora Forza Italia. Cosa la spinse ad intraprendere la carriera politica?
“Nel ’93-’94 ci fu una grande crisi del Paese, dal punto di vista politico-istituzionale, ed il presidente Silvio Berlusconi, dopo una serie di tentativi con gli allora politici dei partiti che andavano per la maggiore, decise con grande coraggio di prendere in mano la situazione. Con il discorso del 27 di gennaio del ’94, delineò l’assoluta necessità di affrontare un tema così complesso come poteva essere, e doveva essere, il cambiamento del Paese e la capacità di riportare l’Italia in una condizione nazionale ed internazionale più consona alle nostre caratteristiche storico-culturali.
Questa è la premessa che mi indusse nelle elezioni politiche del 1996 a proporre la mia candidatura, proprio nel collegio di Segrate e Cologno Monzese. Fu per me motivo di grande entusiasmo e responsabilità svolgere un quinquennio di attività di opposizione. Potemmo dare un contributo e porre le condizioni per poi arrivare nel 2001 a riprendere in mano, con il presidente Berlusconi a palazzo Chigi, le sorti del paese”.
Così ebbe inizio la sua partecipazione ai lavori della commissione Affari esteri…
“Esattamente. La mia piccola esperienza professionale di ingegnere consisteva nell’aver svolto attività nel settore ospedaliero ed in quello gestionale, in Italia e all’estero, presso aziende di ingegneria ed impianti di grande progettazione. Quindi uno dei filoni parlamentari fu la commissione Affari esteri; in quanto andando spesso all’estero mi piaceva fare delle valutazioni di carattere più generale, di politica estera nonché del settore della sanità. Infatti nella seconda metà della legislatura del 96 fui presidente della commissione d’inchiesta sul sistema sanitario nazionale. Successivamente, una volta saliti al governo,sempre facendo parte della commissione Affari esteri, fui presidente della commissione sui diritti umani, che indubbiamente aveva una certa sfaccettatura anche in campo internazionale. Fu una bellissima esperienza; prima di tutto perché quella commissione fu istituita ex novo e quindi c’era un foglio bianco da riempire con iniziative e con la volontà di dare un contributo.Ci fu inoltre un ottimo consenso attorno alle mie proposte e la collaborazione con colleghi sia della maggioranza che dell’opposizione. Definimmo un programma che ci condusse anche all’estero, portando l’attenzione dell’Italia nel mondo, seppure con la capacità di guardare prima in casa nostra e poi di sviluppare delle forme di collaborazione con altri paesi. C’è bisogno della cooperazione internazionale per dare un contributo significativo a questi temi, che sono indubbiamente la base della convivenza sociale, e laddove non sono rispettati e laddove sono oggetto di non ottemperanza, ebbene lì bisogna rivolgere tutta la nostra attenzione e preoccupazione”.
In merito ai lavori che la commissione Affari esteri intende intraprendere in un clima così denso di cambiamenti, quali saranno le priorità?
“Se ci sono le crisi di natura finanziaria ed economica è perché la politica internazionale non è riuscita a sviluppare quelle regole, che indubbiamente sono necessarie per la convivenza internazionale. Il Parlamento ha una grande libertà perché, oltre a svolgere la consueta funzione costituzionale di ratifica di trattati nel settore della politica estera, attraverso la commissione Affari esteri (non sono io il presidente, io sono soltanto un membro e quindi esprimo una mia idea personale) ha anche la capacità di svolgere un’importante funzione diplomatica. Ad esempio quando si svolgono delle missioni all’estero o si accolgono delegazioni estere in visita nel nostro paese, ci si confronta, ci si apre. A me è capitato di svolgere missioni più recentemente in Serbia, ma anche in Libano e, nella passata legislatura, in Siria. Direi che abbiamo sviluppato tutta una serie di temi che possono contribuire, al di là dei vincoli, a costruire quel grande percorso di pace e di convivenza tra i popoli. Ecco, io credo che la funzione parlamentare, ripeto oltre al fatto istituzionale, possa dare un grande contributo nel creare le regole che devono essere messe alla base della convivenza, e che purtroppo oggi sono molto carenti”.
Proprio a tal proposito la Farnesina è stata impegnata in una missione diplomatica e umanitaria a Gaza, nei giorni del conflitto. Potrebbe commentarla?
“Facendo una considerazione a carattere generale sul conflitto tra Israele e Hamas, bisogna sottolineare che quest’ultimo è considerato dall’Unione Europea un soggetto terroristico, che ha innescato in maniera provocatoria, sulla base di quella funzione che gli fa svolgere l’Iran, una destabilizzazione del Medio oriente continuando a bombardare alcuni territori israeliani. Con la delegazione parlamentare siamo stati prima di Natale a Sderot, abbiamo visto cosa stava succedendo; razzi e missili continuavano a piovere su questo territorio, ed abbiamo constatato la preoccupazione del sindaco e di tanti abitanti. Conseguentemente c’è stata quest’azione finalizzata a bloccare il movimento Hamas, nel tentativo di ridare all’Olp quella funzione che indubbiamente era stata interrotta e che poteva e può, se ripristinata adeguatamente, rimettere nei termini quel processo non facile, che da tanti decenni non trova una conclusione.
In questo contesto è chiaro che l’azione dell’Italia, d’intesa con altri paesi, è stata quella di proporre con molta forza il cessate il fuoco. La possibilità, come secondo punto, di mettere in atto aiuti umanitari e conseguentemente di svolgere quella funzione di supervisione e controllo con personale internazionale, tale da evitare il ripristino dell’armamento di Hamas. In questa occasione l’Italia è stata un grande attore; con tempestività ed un’intensità notevole non ha lesinato aiuti umanitari, che, al di là di ogni valutazione di natura politica, era quanto mai utile e necessario fare in modo che arrivassero in abbondanza, per far fronte alle difficoltà nelle quali si trovano i civili palestinesi. Giustamente il nostro Ministro degli esteri è stato il propugnatore e l’artefice, prima di tanti altri, di questa iniziativa che indubbiamente dà all’Italia un’immagine estremamente concreta nella dimensione umanitaria”.
In merito a questi aiuti, si è parlato di eventuali contingenti di pace?
“Indubbiamente, come ho detto un attimo fa, bisognava mettere in atto una serie di misure che impedissero il ripristino e il potenziamento dell’armamento di Hamas. E allora in questo senso è fondamentale che attraverso la porta d’ingresso di Rafah, attraverso i tunnel sotterranei del confine tra Gaza e l’Egitto, non passino armi provenienti dall’Iran e da altri paesi, tali da rifornire di armamenti Hamas. Oltre agli aiuti umanitari, vi è una serie difficoltà nei rapporti con l’Egitto, che indubbiamente ha problemi collegati al rapporto con altri paesi arabi, con i fratelli musulmani, nonché quello interno con realtà magari interessate ad innescare dei movimenti fondamentalisti. Si comprende, anche se non si condivide, l’atteggiamento di cautela dell’Egitto. Nonostante ciò l’Italia ha voluto dare la sua disponibilità, ed abbiamo approvato un ordine del giorno che impegna il governo a metter a disposizione militari e risorse, proprio per svolgere questa funzione ai confini tra l’Egitto e Gaza”.
Quindi lei ritiene che si possano superare quelle resistenze che Mubarak ha dimostrato di avere nei confronti della possibilità di accogliere di militari stranieri nel proprio territorio?
“Bisogna lavorare affinché l’Egitto possa superare questo atteggiamento, forse dettato dalla presenza di elementi, che ho citato prima, in ordine agli equilibri interni e quelli all’intero del mondo arabo musulmano, ma mi pare comunque che questo superamento sia una condizione necessaria, assolutamente necessaria, per evitare il ripristinino delle condizioni deflagranti, che minano il futuro di un auspicato processo di pace”.
Mercoledì 14 gennaio si è svolta in una piazza Montecitorio gremita di persone una manifestazione organizzata dall’Associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele, di cui lei è presidente. Cosa vi ha portato a questa maratona oratoria?
“Bene, una parola di premessa; l’Associazione parlamentare di amicizia tra l’Italia e Israele è una libera associazione di parlamentari, alla quale hanno aderito più di 200 provenienti da tutti i gruppi, alla base della quale vi è un radicato legame di amicizia e fraternità con il popolo e lo stato di Israele. Vogliamo soprattutto esprimere solidarietà al diritto di Israele a vivere in pace, entro dei confini sicuri e riconosciuti. Ecco questa, che è la premessa della nostra esistenza come associazione, contiene anche le conclusioni; perché abbiamo voluto dare luogo a questa manifestazione? Perché in questi ultimi anni la sopravvivenza di Israele è messa a dura prova; a sud del Libano dagli Hezbollah, e ai confini della striscia di Gaza da Hamas, nella cui costituzione è scritto in termini precisi come grande obiettivo la distruzione di Israele. Allora con questa manifestazione tanti parlamentari hanno voluto dare testimonianza del grande valore, della grande importanza della sopravvivenza di Israele all’intero di confini riconosciuti, e allo stesso modo la tanta gente e i tanti soggetti del mondo della cultura scesi in piazza. Dietro lo sviluppo del percorso di pace per quello che è il conflitto israelo-palestinese, non deve essere messa in gioco la sopravvivenza di Israele; realtà nata tra l’altro a seguito di una situazione quanto mai negativa nell’Europa di Teodoro Hertz, quando un’atmosfera di anti-semitismo indusse il fondatore del sionismo moderno a superare quel concetto dell’assimilazione degli ebrei, per dare loro un focolare nella terra degli avi. Purtroppo, nonostante l’olocausto, vedo ogni tanto in progetto di ripristino, anche ai giorni nostri, un certo antisionismo, che indubbiamente si tinge anche di antisemitismo. Questo purtroppo è un mostro che ogni tanto alza la testa e che invece le coscienze libere e democratiche devono assolutamente contrastare con grande determinazione”.
Lei si riferisce ai fatti di Milano? Alle manifestazioni?
“Mi riferisco per esempio ai fatti di Roma, quando un’associazione ha invitato a non andare ad acquistare nei negozi gestiti da ebrei, ed automaticamente mi vengono in mente i fatti che portarono all’olocausto. Mi riferisco ai fatti di Milano quando si bruciano delle bandiere israeliane e si portano in corteo quelle identificazioni della stella di Israele con la svastica. E’ un rigurgito di antisemitismo, fatto chiaramente pericoloso, perché purtroppo, è una considerazione molto delicata, ma queste visioni dei bambini che sono ammazzati, e che sono però strumento di Hamas in termini quantomai spregiudicati, alimentano un’idea di Israele e un antisionismo, che poi sconfina in Europa come antisemitismo. Purtroppo, se non si fa chiarezza, c’è il pericolo che da una realtà assolutamente inaccettabile, quale è la morte dei bambini, si inneschi un processo assolutamente fuorviante, che crea delle condizioni di antisemitismo inaccettabili in un contesto democratico come quello europeo”.
Ritornando alla maratona oratoria, è stato molto bello vedere susseguirsi sul palco esponenti di diverse fazioni.
“Sì, molto”.
Ritiene che così come è avvenuto il 14 sera, si possa riaprire la strada del confronto positivo anche all’interno del Parlamento?
“Certamente! Direi che il parlamento è il luogo dove bisogna discutere. Dove magari partendo da tesi diverse, si possa arrivare ad una sintesi, alla capacità di comprendere. L’aver partecipato da quel palco, con voci provenienti da tutti i gruppi, da tanta cultura, da tante differenti visioni politiche, sociali e culturali, credo sia stato un grande momento di sintesi seppure con tante sfumature, ma con alla base il valore assolutamente condiviso della democrazia. Perché la democrazia israeliana costituisce un valore che rafforza anche quello di tutte le democrazie, anche della nostra; offre un motivo di grande riflessione e ammirazione perché ha resistito anche nelle condizioni più tragiche. Quando qualcuno ha detto dal palco ‘siamo tutti israeliani’: si voleva dire essenzialmente questo. Ovvero che il principio della democrazia israeliana costituisce un valore che può essere utile per tutti, perché la capacità di superare le crisi a quella di affrontare anche temi estremamente laceranti, trovano una sintesi nel grande valore che costituisce la democrazia di quel paese”.
In virtù della sua partecipazione al Comitato permanente sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio nonché alle numerose commissioni speciali in materia d’infanzia, volevo chiederle, nonostante i dati ci dicano che le conseguenze dell’ultima guerra siano ricadute e ricadano anzitutto sui bambini, crede sia ancora possibile un mondo diverso per le nuove generazioni?
“Certo. Questo è il grande obiettivo, la grande scommessa. Non c’è dubbio che tutti quanti noi siamo stati colpiti da ciò che è avvenuto. Anche se a mio modo di vedere in termini quanto mai cinici e strumentali è stata la posizione di Hamas, che ha messo in atto l’utilizzo diretto e indiretto di scudi umani. Indubbiamente il fatto di coprire materiale bellico e miliziani con civili, tra cui bambini, ha creato i presupposti e le condizioni perché ci potessero essere questa serie di episodi assolutamente inaccettabili e che offendono la sensibilità di ciascuno di noi.
Detto questo, è chiaro che bisogna rimettere in atto una serie di condizioni di vivibilità e soprattutto di crescita, in modo che le nuove generazioni possano trovare delle forme di convivenza. Perché tutto il nodo, tornando al fatto politico, sta nel riuscire a capire qual è lo sbocco della questione israelo- palestinese, in ordine anche alla possibilità, come ha detto Olmert, di rimettere in atto il trasferimento di territori per la pace. Vi è il progetto di realizzare un tunnel tra la Cisgiordania e la striscia di Gaza e soprattutto trovare una soluzione per Gerusalemme; in maniera tale che la parte di Gerusalemme occupata dai palestinesi sia palestinese, la parte occupata dagli ebrei sia israeliana e i luoghi santi siano gestiti da un insieme di Paesi, che appunto possono garantire la percorribilità e la possibilità di mantenere i luoghi santi al di sopra di ogni conflitto. Ora in tutto questo è chiaro che ci vogliono gli interlocutori capaci di poter poi gestire questo percorso, e allora è altrettanto chiaro che per arrivare a questo bisogna costruire un consenso delle nuove generazioni, mettendo in atto tutta quella serie di infrastrutture, con lo scopo di garantirne appunto lo sviluppo”.
Per esempio Pacifici nel corso della manifestazione a Montecitorio commentava lo stanziamento di fondi per la costruzione di scuole per bambini palestinesi e israeliani.
“Sì. Ma oltre alle scuole e agli ospedali, è secondo me fondamentale, e del resto è l’idea del presidente Berlusconi, attuare un grande piano Marshall. Perché o noi riusciamo, come comunità internazionale, a dare un futuro alla realtà palestinese attraverso la possibilità di offrire lavoro, attraverso appunto la partecipazione alla convivenza e allo sviluppo economico e sociale, avviando un processo di pace, oppure non si va da nessuna parte. Perché i bambini, i giovani, i ragazzi non avendo lavoro, non avendo la capacità di dare un significato alla vita, è chiaro che siano attratti da chi in qualche modo li strumentalizza per altri fini e li induce, lo dico io emblematicamente, a tirare i sassi, ad assumere degli atteggiamenti assolutamente negativi e strumentali soltanto per altre cause, che non sono quelle della convivenza. Finché le nuove generazioni saranno attratte da atteggiamenti rivoluzionari, finanche dalla figura del kamikaze, che è la negazione della vita, non solo saremo di fronte a qualcosa di inaccettabile, bensì a ciò che ripugna alla coscienza della convivenza civile”.
Sempre in merito all’attenzione che ha suscitato e suscita la questione di Gaza, come prima azione di politica estera il neo presidente degli Stati Uniti ha voluto chiamare Abu Mazen, Olmert, Mubarak. Lei come interpreta il segnale dato dal presidente Obama?
“Parafrasando il discorso del presidente Obama, la sicurezza non può essere elemento di scelta tra l’utilizzo della forza e la scelta dei valori, ma devono coesistere. Perciò è indispensabile che gli Stati Uniti d’America abbiano il colloquio e la collaborazione con tutti, perché per non ricorrere alla sola forza, ci deve essere anzitutto il dialogo e la compartecipazione. Ecco perché partendo da questo principio e da questa affermazione si rende quasi inevitabile l’azione di contattare tutti quelli con i quali si può condividere la costruzione di un equilibrio e di una pace. Ha fatto dire poi in termini molto espliciti dal suo Segretario di Stato che gli Stati Uniti non possono risolvere tutti i problemi del mondo, ma che il mondo, per risolvere i propri problemi, ha bisogno degli Stati Uniti”.
In conclusione, vorrei commentare con lei un fatto di cronaca; settimane fa dei secchi di vernice rossa sono stati rovesciati dinnanzi agli ingressi di alcune prestigiose redazioni, atto poi rivendicato con la firma un po’ generica del popolo palestinese. Lei ritiene che i media in questa occasione siano riusciti a suscitare una seria riflessione nel Paese?
“Anzitutto i media, come sappiamo, sto dicendo una cosa molto generica ma così la penso, sono elementi fondamentali della democrazia, in quanto devono suscitare dibattito, valutazioni e approfondimenti. Svolgono una funzione assolutamente indispensabile, soprattutto quando questi, come è nella stragrande generalità, non sono strumento né dell’uno né dell’altro, ma contribuiscono con un atteggiamento critico e costruttivo allo scambio di valutazioni. Sono il sale della democrazia. E quindi, quando vengono messe in atto azioni di questo genere, credo che non solo debbano essere deprecate, ma che vadano respinte con determinazione; non accettando nessuna possibile giustificazione in ragione delle posizioni, che legittimamente qualsiasi testata giornalistica e televisiva può assumere. Ovviamente abbiamo la capacità e la possibilità di essere anche critici, nei confronti magari di qualcuno che in termini eccessivamente strumentali magari porta avanti delle tesi e spezza quell’equilibrio senza il contraddittorio. Ma questo è un altro discorso, questo se vogliamo è un elemento che fa parte della critica alla critica. Quindi detto questo, io assumo proprio una posizione; bisogna respingere con molta determinazione questi atti. Ma credo che gli stessi atti non siano condivisi dalla stragrande maggioranza dei cittadini, dalla stragrande maggioranza degli operatori e così si autoescludono da soli”.
Perciò lei non ha ritenuto che la vicenda di Gaza sia stata percepita come un avvenimento lontano, collocato solo sulle pagine di cronaca estera?
“No. Perché la Palestina, il Mediterraneo, il Medio oriente, per noi europei, per una questione di natura geografica come primo elemento, e per questioni di natura culturale ci toccano da vicino. In fin dei conti, il Mediterraneo è il mare nostrum, perciò quello che avviene nel Mediterraneo ci riguarda. E’ stato tempio di una grande cultura, uno dei grandi motori del mondo. Attorno alla civiltà mediterranea si è costruita tutta la cultura del mondo, sia la cultura occidentale sia quella araba, e quindi fa parte della nostra essenza, della nostra esistenza.
Conseguentemente quello che avviene in qualsiasi lembo, in qualsiasi area mediterranea, suscita e deve suscitare tutta la nostra attenzione. Quindi laddove i media hanno partecipato, evidenziando con pagine e spazi televisivi questo avvenimento, ebbene hanno affrontato un tema di casa nostra”.

Ginevra Baffigo

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