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Quanto è attuale la nostra Costituzione? I propositi di cambiamento-aggiornamento

febbraio 9, 2009 di Redazione 

Protagonista (suo malgrado) della contrapposizione di queste ore è anche la nostra Carta fondamentale. La cui incredibile attualità a sessant’anni dal concepimento ne fa un testo di valore unico, e getta una luce straordinaria sulle qualità e sull’impegno delle personalità che concorsero alla stesura. In questi giorni si parla di possibile cambiamento, non tanto o non solo come aggiornamento. Facciamo il punto sulla discussione e ci chiediamo se e dove ci sia bisogno di adeguarla.

Nella foto, il momento della firma della nostra Carta fondamentale

di Marco FATTORINI

Giorni di clamore e scontri politico-mediatici. Si è partiti dal tragico caso di Eluana Englaro e si è finiti a parlare di tutt’altro. Fino a raggiungere il delicatissimo ambito della Costituzione Italiana e della sua validità e capacità di rispondere alle effettive esigenze del paese.

Il conflitto istituzionale creatosi dopo la mancata firma da parte del presidente Napolitano del decreto legge varato dal c.d.m. per salvare Eluana ha innescato polemiche e dubbi sulle interpretazioni dell’articolo 77 ex Cost. ma soprattutto su un’eventuale possibilità di riformare la Carta Costituzionale laddove sia poco chiara o dal carattere indeterminato.
E’ stato il premier Silvio Berlusconi a paventare questa evenienza partendo proprio dai requisiti di necessità e urgenza per la decretazione che sono di responsabilità del governo incaricato poi di proporle al giudizio delle Camere su eventuali forzature o infodatezze.
“Ora andremo a fare delle riforme e può darsi che andremo subito a chiarire il dettato della Carta”, cambiamenti necessari secondo Berlusconi che diano una valenza ed una effettività chiara e determinata alle competenze del governo perché così possa disporre in modo pieno e legittimo di uno strumento legislativo quale è il decreto legge.

Tuttavia oltre a tali affermazioni, le parole che veramente hanno surriscaldato un clima già rovente sono state quelle con cui Berlusconi ha parlato della Carta Costituzionale sostenendo che ha parecchi anni di esperienza ed è stata concepita “sotto l’influenza della fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come a un modello da cui prendere molte indicazioni”. Parole nette che hanno scatenato le reazioni politiche dell’opposizione che con Veltroni ha duramente criticato le frasi del premier che sarebbero irrispettose verso quello stesso testo davanti a cui Berlusconi ha giurato.

Dunque si ha l’impressione di essere davanti ad un tabù, ogni volta che viene impugnata per un motivo o per un altro la Costituzione diventa un bene da difendere e preservare da tentativi di cambiarla. Tutto ciò è assolutamente comprensibile e legittimo perché non a caso la Costituzione, frutto di un memorabile compromesso tra forze politiche ideologicamente diverse, costituisce la base e lo scrigno dei valori e dei fini entro i quali si riconoscono lo stato italiano e la sua collettività.
E’ fuori discussione che si tratti di princìpi, libertà, diritti e prescrizioni di altissimo valore giuridico che certo non hanno una scadenza determinata.
I padri costituenti del 1947 pensarono certo a quelli che dovevano essere i mattoni da porre per ricostruire e far ripartire l’Italia nel loro presente, ma tanti, anzi la maggior parte di quei mattoni furono inseriti come base e programma per l’avvenire, per un’attuazione concreta e fisica di princìpi non negoziabili, molti di essi addirittura inviolabili.

E’ giusto dunque approcciarsi sempre con molta cautela e rispetto alla suprema fonte del diritto del nostro paese, è però d’altra parte lecito porsi alcune domande in merito a possibili margini di cambiamento che coinvolgano parti della Costituzione. Certo non quelle che vanno a determinare la natura e la base della nostra democrazia e dei nostri valori, che sono giustamente intangibili, ma altre disposizioni che constando di indeterminatezza o presunta inattualità potrebbero essere rinnovate e integrate con il dovuto rispetto e con la cautela che, in casi come questo, è d’obbligo.
Tutto questo perché la Costituzione lo permette (art 138 Cost.), con una procedura più complessa e ponderata rispetto a quella per la formazione di una legge ordinaria e dunque assicura ampia riflessione e ragiovenole consenso anche attraverso un ipotetico referendum: dunque i requisiti e le possibilità ci sono. Spetta ora valutare se il cambiamento sia veramente necessario e dia davvero dei frutti concreti e lodevoli. Altrimenti diverrebbe un’inutile scarabocchio su di un’opera ammirevole e illuminante che dal 1948 sta dando senso ai valori e ai princìpi dell’italianità.

Marco Fattorini

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