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il Politico.it su “Tirature ’09″ nella rassegna della Fond. Mondadori

febbraio 4, 2009 di Redazione 

La recensione di Fabrizio Aurilia è stata scelta, insieme a quelle di grandi quotidiani italiani come Repubblica, la Stampa e Libero, per presentare ai lettori l’annuario letterario sul sito della Fondazione. Un grande onore che ci viene fatto da Mondadori e dall’amico Giuseppe Gallo, che ringraziamo. Per chi non l’avesse letta, a febbraio, ecco la recensione.

La pagina della Fondazione Mondadori alla quale è possibile leggere di “Tirature ’09″ e la rassegna con la recensione de il Politico.it è a questo indirizzo: http://www.fondazionemondadori.it/cms/culturaeditoriale/398/tirature-09-milano-napoli-due-capitali-mancate

La recensione 

E’ uscito in libreria l’annuario letterario curato da Vittorio Spinazzola. ”Uno dei punti di riferimento per comprendere i meccanismi e le evoluzioni del mercato letterario in Italia”. La “scelta” per questa edizione riguarda l’identità delle due grandi città. Sentiamo.

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di Fabrizio AURILIA

Anche quest’anno, come ogni anno dal 1991, ha visto la luce delle librerie “Tirature ‘09″, l’annuario letterario curato da Vittorio Spinazzola. “Tirature” è uno dei punti di riferimento, non solo per gli “addetti ai lavori”, per comprendere i meccanismi e le evoluzioni del mercato letterario in Italia nell’anno appena trascorso, attraverso numerosi saggi di stampo socio-letterario, almanacchi ragionati ed analisi statistiche.
La “ballotta di Spinazzola” (dal sottocodice gergale codificato dal rapper Neffa negli anni ’90), ci permettiamo di chiamare così il novero di saggisti che operano intorno allo studioso dell’Università Statale di Milano, proprio perché nell’edizione di quest’anno ci pare si concentri particolarmente sui localismi, sui fenomeni giovanili legati al mercato editoriale, e sì… anche al rap.
L’edizione 2009 ha come sottotitolo Milano-Napoli. Due capitali mancate. La prima sezione, infatti, è dedicata a queste due città che, per ragioni diverse, non riescono ad esaurire, attraverso la loro letteratura, tutte le potenzialità e le sfaccettature delle loro molteplici identità. Alla poesia e ai poeti meneghini è dedicato il saggio a cura di Paolo Giovannetti, Milano implosa nella poesia, in cui si denuncia la scomparsa dell’essenza contemporanea di Milano, nelle poesie a essa dedicate. D’altro canto la poesia-rap urlata da un quartiere periferico quasi “terzo mondano” (la Barona), del rapper Marracash, scrive Giovannetti, ‹‹magari letterariamente ingenua, suggerisce della Milano d’oggi molto di più di quanto non sappia fare tanta poesia ufficiale degli ultimi o ultimissimi anni››. I poeti Giovani Raboni, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, ma già il grande Clemente Rebora, propongono un’immagine intrisa di nostalgia dove trovare ‹‹una precaria sponda alle proprie peregrinazioni in nessun luogo››. Milano pare dunque non esserci davvero, se non negli impressionistici vagheggiamenti di un mare in Porta Venezia o della nebbia nella Comasina (non c’è più, come è noto, la nebbia in città). In ultima analisi Giovannetti utilizza la retorica della provocazione innalzando i rapper a nuovi aedi della metropoli, cercando così di pungolare lo sviluppo di una poetica ufficiale della toponomastica, in cui la nostalgia non sia l’unico topos del discorso.
Il fulcro dello studio Milano-Napoli è rappresentato dall’insieme di scritti che criticamente presentano la narrativa contemporanea con le due città come ambientazione o tema. Questi saggi appaiono, benché fortemente ancorati alla linea, molto eterogenei, segno dell’ampia varietà degli approcci critici. Se i saggi di Giovanna Rosa, dello stesso Spinazzola, di Barenghi, di Turchetta, Cenati e Pischedda sono analisi critiche e narratologiche di testi; quelli di Novelli, Interdonato e Fiori si concentrano su altri aspetti, quali ad esempio gli editorialisti del “Corsera” che diventano autori di bestsellers, Milano capitale in difficoltà dell’editoria del fumetto e l’evoluzione della chanson napoletana (anche qui centra il rap).
A mio avviso le indicazioni più interessanti si incontrano nei testi di Giovanna Rosa e Gianni Turchetta, rispettivamente per la narrativa meneghina e quella partenopea.
Nel suo saggio Nella città che ha nostalgia del futuro (ancora la nostalgia), Giovanna Rosa sottolinea come quattro testi diversi per argomento, struttura, stile e anche genere, (La Banda Bellini di Marco Philopat, Per queste strade familiari e feroci (risorgerò) di Ferruccio Parazzoli, Catrame di Giuliano Genna e Tutta colpa del ’68. Cronache degli anni ribelli di Giancarlo Ascari, quest’ultimo un grafic-novel) colgano di Milano aspetti parziali: ‹‹solo qui, nei quartieri periferici, lo sguardo interno e rasoterra può percepire e cogliere il volto vero della collettività urbana, convulsa e affannata››. Si tratta di una Milano dagli scenari anche avventurosi, come nelle peripezie sessantottine dei protagonisti di Philopat ed Ascari, in cui tuttavia traspare una nostalgia ossimorica per un futuro che permea la metropoli, di una speranza frustrata semplicemente nell’atto di sperarla. Nelle Cronache l’immagine dell’aula magna della Statale che si svuota proprio nel momento di massima socialità raggiunta dalla protesta dei giovani del Sessantotto, è quasi in rapporto figurale con l’Onda, il movimento antagonista di quest’autunno, contro la riforma del ministro Gelmini. Anche dopo quarant’anni si è assistito al disgregamento in mille rivoli di ciò che sembrava più che mai forte ed unitario. Un modus operandi, quello delle contestazioni, che replica coattivamente i meccanismi più deteriori del passato, e che non si scrolla di dosso il peso nostalgico di un diverso impossibile futuro.
Il tema della maternità, interpretato dalle scrittrici napoletane, è l’argomento del saggio Fuori e dentro il cuore di mamma Napoli, scritto da Giovanni Turchetta. La napoletanità come condizione a cui è difficile se non impossibile sfuggire, come rapporto scrittore-luogo che si complica ulteriormente quando la voce è femminile e le implicazioni si stratificano e la città diventa una genitrice prepotente, incombente. Ci prova, a sfuggirne, Fabrizia Remondino con La Via mettendo in scena un racconto che è di per sé ‹‹apologia del narrare››, in cui l’anonimato simbolico del narratore-marinaio si scontra con la rappresentazione di un mondo ‹‹carico di residui arcaici e al tempo stesso stravolto da un forsennato processo di modernizzazione, [che] rimanda esplicitamente a Napoli››. Nelle opere di Elena Ferrante e Valeria Parrella (quest’ultima vera rivelazione e voce limpidissima della nuova narrativa italiana degli ultimi anni) il conflitto identità-rifiuto deflagra anche dal punto di vista linguistico: il dialetto viene vissuto dalle narratrici con pudicizia, ma come irriducibile necessità. Mamma Napoli si intreccia con un cortocircuito di altre maternità e altre figliolanze in maniera drammatica (come per Lo spazio bianco della Parrella): le protagoniste sono madri e figlie in una città che, implicitamente o esplicitamente, ‹‹non offre nessun varco alla consolazione››, ma che dà ‹‹la sensazione di ritrovare la propria identità, proprio nei luoghi di Napoli››. La Parrella non rinuncia comunque al suo finale ricco di fiducia e vagamente confortante: che sia questo l’autentico Rinascimento di una “letteratura napoletana”?

Ma dicevamo del dialetto, dei localismi e del rap: tutte costanti di questo “Tirature ‘09″.
Ai dialetti è dedicato il saggio di Maria Serena Palieri nella sezione “Gli autori”: gli idiomi isolani, pensiamo ai casi di Camilleri e Salvatore Niffoi, che nella riproduzione della sintassi parlata, in modi e con finalità diverse, avvincono e respingono il lettore, il quale comunque apprezza e, prosaicamente, acquista.
E che dire del divertente e contraddittorio pamphlet che Umberto Fiori dedica a Lorenzo “Jovanotti” Cherubini? Se da un lato si scaglia contro la presunta dignità accademica concessa al rapper di Cortona da qualche critico un po’ troppo indulgente verso la nostra cultura avant-pop, dall’altro si sbilancia in favore del comico Checco Zalone, che con le sue parodie da avanspettacolo, riuscirebbe, così dice Fiori, ‹‹a mostrarti ciò che tu solo confusamente riuscivi a formulare››. Posizione forse un po’ troppo “a tesi” che stride con l’impianto aperto ed inclusivo che caratterizza l’approccio più marcatamente spinazzoliano.

Le sezioni “Gli editori”, “I lettori” e “Mondo libro 2008″, sono dedicate maggiormente ad un pubblico di settore: accademici, giornalisti, operatori editoriali. Le cifre si sprecano e non è questa la sede per approfondirle, sebbene l’Almanacco ragionato delle classifiche, a cura di Giuseppe Gallo, tenda con chiarezza e senza tanti numeri e percentuali da interpretare, a delimitare i confini entro cui i libri degli esordienti e la ricezione del pubblico, durante l’anno appena trascorso, abbiano trovato vivificanti compromessi. Basti solo ricordare i successi di Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi, Sam Savage con il fortunatissimo Firmino e Stieg Larsson con Uomini che odiano le donne. In generale, sottolinea Gallo, il gusto del grande pubblico sembra essersi spostato dalle storie di impianto ottocentesco, ricche di dinamismo e moduli ripetitivi, a racconti in cui la coscienza del personaggio si modella, si oppone o persino rifiuta il contesto reale, attraverso un processo che coinvolge il lettore postmoderno, facilitandone così l’identificazione ancorché problematica.

Fabrizio Aurilia

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