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Intervista a Segni: “Perchè anche in Italia possa nascere un Obama”

febbraio 4, 2009 di Redazione 

Torniamo sull’Appello per la Demo- crazia (ricordate? Primarie, unino- minale, separazione dei poteri) del professor Segni - che nasce e si sviluppa mediante un gruppo su Facebook – ragionando con lui intorno a questa sua ”battaglia che dura da vent’anni”, e che può forse trovare compimento in questa “nuova era” aperta dall’elezione del neo-presidente americano. Sentiamo.

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Nella foto, Mario Segni

 

di Lorenzo CASTELLANI

Professore, da dove, con quali motivazioni e per conseguire quali scopi nasce questo progetto, da lei fondato, chiamato Appello per la Democrazia?
“E’ una battaglia che dura da vent’anni. Nei primi anni ’90 il movimento referendario è nato per trasformare lo Stato italiano, strettamente parlamentare e creato su un modello ormai inadeguato, in una democrazia moderna aperta alla società e funzionale. Non dimentichiamo che con quei referendum portammo in Italia alcune regole della democrazia americana, la elezione diretta del sindaco e del governatore. E’ un nuovo capitolo di una lunga campagna”.
La scelta di farla conoscere e pubblicizzarla primariamente mediante sito internet e Facebook è ovviamente una scelta mirata. Ripone fiducia in questa politica che vuole sfruttare il mezzo telematico? Perchè questa scelta? Questione di costi (contenuti in rete) o pensa che possa avere maggior presa la pubblicizzazione dell’organizzazione via internet?
“Tutti questi motivi. E’ la più semplice, la più economica, la più moderna e la più efficace, soprattutto rispetto al mondo giovanile. Lo vedo anche in questa piccola esperienza. Noi abbiamo acquistato mezza pagina sul Corriere della Sera, in posizione di grande visibilità, contemporaneamente messo l’appello su Facebook. Il numero delle adesioni è in rapporto di 2 a 1 a favore di Facebook”.
Personaggi di grande spicco, ma anche di grande eterogeneità a livello politico ed ideologico hanno risposto al suo Appello. Qual è la radice che accomuna queste personalità?
“Per fortuna l’esigenza di migliorare e ammodernare la macchina dello Stato e la vita pubblica è molto sentita. Un obiettivo per tantissimi cittadini. Gli unici che ci pensano poco sono i politici”.
Il progetto, mi consenta di dirlo, sembrerebbe configurarsi più come una societas di intellettuali che non come una vera e propria organizzazione politica, non pensa che potrebbe mancare di concretezza? L’obiettivo è fare politica o semplicemente sensibilizzare i cittadini?
“Ma questa non è una associazione politica, assolutamente, e non sarà mai un partito. Siamo di culture diverse, di partiti diversi, o semplicemente per molti, fuori della politica. Siamo u ngruppo di uomini liberi che si mette assieme per spingere, spero in modo definitivo, la riforma delle istituzioni, per portare da noi alcune regole della grande democrazia americana. Perchè anche in Italia, come abbiamo scritto, possa nascere un Obama”.
I punti fondamentali del vostro programma sono di chiara matrice liberale. Si può parlare ancora nell’Italia del 2009 di liberalismo? E’ una dottrina ancora valida concretamente?
“I punti fondamentali dello stato liberale, nel senso dello Stato di diritto e della separazione dei poteri, fanno ormai parte del patrimonio delle democrazie occidentali. Si tratta di adattarli alle caratteristiche di ogni paese e di renderli effettivi, funzionanti. In Italia per esempio la regola della lista bloccata tende a svuotare uno dei pilastri della democrazia, quello per cui l’elettore sceglie il suo rappresentante in Parlamento”.
Il sistema maggioritario è uno dei cavalli di battaglia del progetto. Perché? Cosa garantisce in più rispetto al proporzionale? Di certo non una maggiore rappresentatività…
“Garantisce la scelta del Governo da parte dei cittadini e la stabilità, due elementi essenziali per una vera democrazia. Non dimentichiamo la Prima Repubblica: durata media di un Governo nove mesi, e governi fatti e disfatti dai segretari dei partiti in barba alle scelte degli elettori”.
Lei parla anche di “scelta popolare del Governo”. Che cosa intende sostenere in questo punto?
“Quello che ho appena detto: il Governo deve essere scelto dai cittadini con le elezioni, e solo i cittadini con un altro voto possono cambiarlo. Obama e Sarkozy rimangono in carica sino alle prossime elezioni. Da noi si è affermato il principio, imposto dal referendum del ’93, tanto è vero che ad ogni elezione si confrontano i due candidati a premier, ma non si sono ancora fatte le regole per garantirlo, con la conseguenza che varie volte i vincitori, veda Berlusconi e Prodi negli ultimi anni ad esempio, sono stati disarcionati da iniziative parlamentari. Un danno per l’Italia e una beffa per i cittadini”.
L’ultima idea del suo programma è quella che richiama la separazione dei poteri e la reale autonomia delle istituzioni. Perché attualmente non sono realmente autonome? E i poteri non sono separati?
“Guardiamo all’eterno conflitto tra politica e magistratura. Ognuna delle due istituzioni cerca spesso di invadere il campo dell’altra. Quindi il governo, giustamente, si propone di riformare la giustizia. Ma in questa riforma dimentica, ad esempio, la prima regola che dovrebbe assicurare una piena separazione dei due poteri e che è prevista dalla Costituzione Italiana, cioè il divieto per un magistrato di candidarsi a qualunque elezione. E questo non è scritto nella riforma prevista, un po’ per paura, un po’ perchè sia alla destra sia alla sinistra ogni tanto fa comodo candidare qualche magistrato illustre”.
In conclusione, come rendere attuabile praticamente e concretamente il vostro programma? Con quali misure e provvedimenti?
“Le prime battaglie da fare sono le primarie e il collegio uninominale. La campagna è solo all’inizio e stiamo studiando le iniziative più appropriate. Ma intanto non dimentichiamo che a giugno ci sarà il referendum contro la legge elettorale attuale, il famigerato Porcellum, quello che introdotto la lista bloccata, ed è una grande occasione, un treno che non dobbiamo perdere”.

Lorenzo Castellani

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