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Le recensioni della Bonori: “Tony Manero” vincitore del Torino FF ’08

febbraio 3, 2009 di Redazione 

Ci prendiamo una pausa dalla politica (domani altre novità in arrivo) e ci gustiamo un film. E’ nelle sale da un paio di settimane ma ha vinto l’ultima edizione diretta da Nanni e va visto. Ce ne parla come sempre la nostra critica cinematografica.

Nella foto, un momento di “Tony Manero”

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di Roberta BONORI

Nel 1978, in una Santiago del Cile sotto la dittatura di Pinochet, è arrivata la pellicola di successo mondiale “Saturday Night Fever”. Raul Peralta, un uomo di mezz’età, da allora è ossessionato dal personaggio di Tony Manero : tenta di emularlo nel vestiario, nella tinta per capelli, imparando a memoria le battute inglesi del film al fine di plasmarsi con quel personaggio. Nulla sembra avere un senso reale per Raul, finchè un giorno non viene a conoscenza di una competizione televisiva per essere eletto sosia di Tony Manero : la sua vita prenderà una piega cruenta, tutto al fine di diventare Tony Manero.
Vincitore del Festival del Cinema di Torino 2008, “Tony Manero” è un film degno di nota critica. Il suo titolo evocativo condivide poco con le atmosfere da disco-music de “La febbre del sabato sera”. La pellicola del regista Pablo Larrain è un qualcosa di cupo e squallido, un’unghiata su una lavagnata, un tonfo pugno nello stomaco. Sul governo dittatoriale di Pinochet si muovono Raul e i suoi compagni di ballo, non condividendo nulla se non il soffocante senso di inutile quotidianeità e rassegnazione.
“Nella vita faccio questo. Questo cosa? Questo”. Così risponde Raul alla domanda del presentatore televisivo, quando gli viene chiesto cosa faccia nella vita “vera” oltre ad impersonare Tony Manero. E la battuta di per sè contiene una verità ineluttabile : Raul non deve fare niente, Raul si sente Tony Manero. Non lavora, non ha una famiglia, un amore. Il suo obbiettivo è essere Tony, e per essere Tony è disposto a tutto.
Tony Manero è un film che, oltre ad essere indubbiamente ben fatto, è intriso di una freddezza e di una lucidità disarmante : il sogno del protagonista di “essere” (non interpretare) il personaggio di John Travolta va oltre all’iniziale “divertimento” che l’idea può suggerire. Alfredo Castro interpreta Raul, uomo di mezz’età nella Cile di Pinochet, svuotato di sogni, ideali e moralità. Persino il moto perpetuo della sua esistenza, quello di interpretare il grande Tony Manero, non è un sogno. Piuttosto è un volere potente, preponderante, che scavalca il senso civile, lo porta a commettere omicidi senza rimorso, pur di contornarsi il più possibile di oggetti che lo portino ad essere come il ballerino vestito di bianco.
L’ossessione per il personaggio è l’unico dato che lo spettatore è in grado di captare da Raul. Ci appare una sorta di automa, che giorno dopo giorno vive di espedienti per il solo e unico raggiungimento del suo scopo : presenziare ad una diretta televisiva come sosia di Tony Manero. E John Travolta c’entra poco : quando Raul entrerà nel solito cinema e troverà “La Febbre del sabato sera” sostituita da “Grease”, si sentirà defraudato del suo Tony Manero. Del ballerino di strada che in pista si trasforma in un animale spettacolare. La visione del suo Tony nel bulletto un pò strafottente di Grease lo anima di una rabbia fredda, che lo porterà ad impossessarsi della pellicola de “La febbre del sabato sera” con la forza, rimirandone poi fotogramma per fotogramma nello squallore della sua stanza.
Non c’è redenzione, non c’è passione : solo lo scopo. La regia dai colori lividi e dal tono semi documentaristico è perfettamente sincronizzata con i movimenti e le reazioni degli attori, che li segue fino all’ultimo senza picchi di narrazione : il finale (che non viene svelato del tutto) non sorprende la sala, seppur assolutamente terribile e ben immaginabile. E questo era l’effetto perfetto per capire il film.

Roberta Bonori

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