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La prova d’attore di Steven Berkoff: ‘One Man’. E’ il giorno del teatro. Recensione

febbraio 1, 2009 di Redazione 

Dedichiamo l’apertura della domenica alle riflessioni di Federico Betta, che oggi ci porta a conoscere questo spettacolo dell’attore inglese che si compone di due atti, apparentemente antitetici, ma che costituiscono le due facce di una stessa, appunto, prova fisica d’attore. Capiamo meglio nel racconto. 

Nella foto, Steven Berkoff

di Federico BETTA

Un uomo. Un rettangolo di luce sul palco. Un frac. Nient’altro sulla scena. Questo è One Man di Steven Berkoff. E, per un’ora, il pubblico di giovani e anziani del teatro Argentina di Roma, è rimasto a guardare il monologo del “bad boy” del teatro inglese.
Steven Berkoff ha 73 anni, un corpo piccolino, ma imponente, un po’ pingue, come i personaggi di Charles Dickens, con le sopracciglia folte e la fronte spaziosa di un’interiorità intensa.
Sulla scena presenta un personaggio tranquillo, intelligente, attento agli altri, sensibile, che racconta la storia dell’occhio di vetro del suo vecchio coinquilino.
Con pause che aprono voragini di senso, e attese che sospendono il racconto, il protagonista ripercorre la sua storia al passato, intima come una confessione, sincera come un’affettuosa stretta di mano.
Lo rendeva un po’ nervoso quell’occhio di vetro, sempre aperto e luccicante alla luce del giorno e della sera. Nervoso, sì, ma solo un po’, e via un balzello che lo fa traballare fino a che alza un sopracciglio, tanto da mettere in luce una sola pupilla, che diventa lo spettrale occhio di vetro del coinquilino. Solo un po’, nervoso, continua a ripetere. Tutte le parole, pacate e ricercate, sono immerse in scatti e sospensioni, tanto da indurre nel pubblico risate istintive: un tessuto di suoni e immagini, evocazioni e riflessioni, dosate per la completa partecipazione all’odissea di un pover’uomo, che si batte contro quello che appare, sempre più, come un’ossessione.
Un’ossessione che lo porta all’atto estremo e qui si apre il terrore, intriso nel racconto di Edgar Allan Poe dal quale il testo è tratto. Il macabro si fa strada tra i gesti mimati dell’unica soluzione possibile, che si configura in immagini splatter da b-movie, in una chirurgica precisione di gesti, sospiri, suoni onomatopeici, una partitura di quel teatro immagine che ci ha insegnato Peter Brook.
L’epilogo del primo atto è aperto da un faro, puntato a pioggia al centro palco. Una luce dall’alto, a ricreare la tromba di un giroscale che porta all’inferno, quell’inferno creato da noi e che non possiamo scacciare. Anche se abbiamo sempre la possibilità di raccontarlo con leggerezza, come ci ha mostrato Berkoff.
Un intervallo, una sigaretta, si ricomincia. Secondo atto.
La luce sul palco è piena. Attesa che crea suspense. E poi via, con una musica punk (Anarchy in the UK dei Sex Pistols) che spacca i timpani e il vecchio Berkoff che salta in scena con pantaloncini corti e maglietta sdrucita. Un tornado senza pause, che abbaia battute in slang underground. Il dialogo è tra sé, un hooligan in cerca di birra e rissa, e il suo cane che sbava e insulta tutti, pronto ad azzannare chiunque tiri troppo il suo guinzaglio.
Tutto quello che abbiamo visto nel primo atto è scomparso: l’eleganza, la compostezza, la dizione da lord, l’abito e i movimenti impeccabili. Tutto frantumato nella ferocia del giovane inglese che scola birre e insulta i vecchi. Un bullo, un teppista, un razzista senz’arte nè parte che si trascina in giro il suo pittbull pieno rabbia e bava, ci sommerge di parole come lo zapping in tv. Tra lo stadio e il pub, è un rutilare di eventi oltre il credibile, fino al delirio completo, in scene che fanno scompisciare gli spettatori: sa far ridere raccontando di come si bastona una vecchia o di come si bacia il proprio cane, entrandogli nello stomaco e uscendogli dal… Non ci sono attese, non ci sono impercettibili movimenti da seguire con attenzione. Ma strattoni, virate, salti, silenzi improvvisi, che fanno esplodere il pubblico travolto dalle risate.
Detta così, sembra di aver assistito alle performance di due attori diversi, a due veri e propri opposti della recitazione. Ma, se cerchiamo di vedere il teatro, il lavoro dell’attore dietro alle apparenze dello spettacolo, ci accorgiamo che il primo e il secondo atto, sono stati specchio uno dell’altro. In una vera e propria riflessione sulle potenzialità di un corpo, di una voce. La mimica minimalista è solo il movimento asciutto, l’esagerazione di un corpo sbracciato, invece, è la potenza dell’atto.
Steven Berkoff ha attraversato una carriera molto varia, completa, fatta anche d’interpretazioni cinematografiche eterogenee (da Arancia Meccanica a Rambo 2 – La vendetta), e scrittura di testi di fama mondiale. Un attore a suo agio nel comico e nel drammatico, che sa tenere desta l’attenzione e risvegliare la curiosità degli spettatori più pigri: sia interpretando un rumoroso hooligan, sia facendoci febbricitare sulle ossessioni di un signorotto inglese ben educato.
In One Man ci offre una prova d’attore che ci apre alla possibilità di capire il lavoro della creazione e dell’interpretazione. Uno spettacolo imperdibile, al quale consiglio vivamente di assistere.

Federico Betta

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