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Sabato, torniamo sul tema della Memoria Intervista a prof. Marcello Flores d’Arcais

gennaio 31, 2009 di Redazione 

Insegna Storia contemporanea e Storia comparata all’Università di Siena. E’ una delle voci più autorevoli nel nostro Paese per ciò che riguarda gli studi sulla Shoah. Lo abbiamo sentito per capire meglio l’importanza di non dimenticare, anche oltre quel 27 gennaio consacrato al ricordo comune.

Nella foto, persone deportate in un campo di concentramento nazista

di Attilio IEVOLELLA

Ancora un 27 gennaio dedicato alla Memoria, al ricordo della immane bestialità – sarebbe stupido chiamarla tragedia, quasi come un evento prodotto dalla natura matrigna – dei campi di concentramento e delle persecuzioni razziali. Ancora dibattiti, convegni, confronti, momenti di riflessione, nel solco della commemorazione delle vittime del nazismo e del fascismo. Con l’auspicio, però, che se Memoria deve essere, allora lo sia sempre, ogni giorno, e non solo perché lo stabilisce una legge – numero 211 del 20 luglio 2000 – dello Stato italiano.
Non è un caso che il professore Marcello Flores d’Arcais (docente di Storia contemporanea e Storia comparata nella Facoltà di Lettere dell’Università, dove dirige anche il master europeo in Human rights and genocide studies, e componente del comitato scientifico e del comitato editoriale della Storia della Shoah, edito dalla Utet, e attualmente impegnato, assieme a Simon Levi Sullam ed Enzo Traverso, nell’opera La Shoah in Italia) affermi, con forza, che «olocausto e memoria costituiscono un binomio inscindibile: perché quando si parla di olocausto, si afferma la necessità del ricordo di ciò che è avvenuto». A lui abbiamo chiesto un confronto a riflettori spenti…
Quanta consapevolezza è maturata, però, davvero, in Italia come nel resto del mondo, sulla bestiale disumanità dei campi di concentramento? Mettendo da parte, sia chiaro, convegni, celebrazioni (e retorica), che ritroveremo tra un anno…
«Sono convinto che ci sia, oramai, una consapevolezza radicata e diffusa. Anche se, talora, alla luce di quegli eventi, dimentichiamo tutte quelle persone, che, assieme agli ebrei, sono state considerate come ‘diversi’ e da eliminare fisicamente… Ecco, la ‘giornata della memoria’, pur sfiorando a volte la retorica, deve costituire, da questo punto di vista, un utile momento di riflessione, da approfondire poi».
Soprattutto alle giovani generazioni viene chiesto l’impegno di ricordare, sempre. Ma la domanda è: lo fanno davvero? Ricordano davvero?
«Parto da una premessa: credo ci siano nelle giovani generazioni atteggiamenti culturali che gli adulti spesso non sono capaci di comprendere. Da un lato, è vero, i ragazzi e le ragazze di oggi paiono non interessati al passato, a ciò che è stato già vissuto, perché proiettati costantemente sul presente. Tuttavia, dall’altro lato, se il passato, ovvero la storia, viene proposto ai giovani in maniera non retorica, piuttosto in modo concreto, legandolo a esperienze di vita reali, allora si ottiene da loro un interesse forte e vero».
Prima ha parlato degli altri ‘diversi’, oltre gli ebrei, perseguitati dal nazismo e dal fascismo. Pensiamo agli zingari, agli omosessuali, ai testimoni di Geova, ai comunisti, ai Pentecostali… Perché sono talora dimenticati, e perché bisogna, invece, ricordarli?
«L’elenco che lei fa, e che andrebbe ulteriormente ampliato, è un elemento indispensabile per comprendere le persecuzioni compiute nei confronti del ‘diverso’, delle categorie considerate come ‘capro espiatorio’ e colpite mortalmente. Ciò va ricordato e va tenuto ben presente, oggi più che mai, quando si pensa di avere di fronte un nemico, che sia un gruppo, un popolo, una religione, un’identità o, semplicemente, un modo di pensare… Beh, in quel momento bisogna fermarsi a riflettere, e a ricordare, perché si rischia di essere preda di atteggiamenti sbagliati, spesso strumentalizzati dal punto di vista politico».
Restringiamo l’orizzonte di riflessione: dal punto di vista storico-politico, la responsabilità dell’Italia nelle persecuzioni razziali viene troppo spesso sminuita…
«Beh, quest’anno c’è stato, forse per la prima volta, un richiamo forte alle responsabilità italiane in materia di legislazione razziale… penso alle parole del presidente della Camera, Fini. Purtroppo, però, sino ad oggi, c’è stata la tendenza a sgravarci dalle colpe più gravi e ad assolverci per non aver compiuto determinate aberranti azioni. Tuttavia, credo sia il caso di ricordare anche i campi di concentramento allestiti dagli italiani in Etiopia, in Jugoslavia, in Grecia…».
Cosa si può fare, infine, di fronte alla riproposizione di tesi negazioniste? Come nel caso, di stretta attualità, del vescovo Richard Williamson, appena riammesso nella Chiesa da Papa Ratzinger nonostante la negazione della Shoah…
«Quale reazione, mi chiede? Bisogna indignarsi, fortemente, certo, e poi, però, controbattere, spiegando come sono andate, purtroppo, le cose, in maniera specifica. Ho avuto anche l’opportunità di ascoltare le dichiarazioni del vescovo Williamson… e tra le motivazioni addotte per negare i campi di concentramento ci sono vere e proprie corbellerie! Ecco perché, mi ripeto, bisogna non solo ricordare, ma anche spiegare come le cose sono andate davvero, ciò che è stato fatto davvero, ciò che hanno rappresentato i campi di concentramento. E dovremo ricordare tutto ciò soprattutto quando non ci saranno più a ricordarcelo quelle persone che hanno vissuto il dramma dei campi di concentramento».

Attilio Ievolella

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