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Cinema&politica (ma soprattutto cinema) in ‘Milk’, l’atteso Van Sant

gennaio 27, 2009 di Redazione 

Dopo “Valzer con Bashir”, ci gustiamo “Milk”, che è nelle sale da venerdì e che potete quindi andare a vedere – se non l’avete ancora fatto - dopo aver letto la recensione di Roberta Bonori. Com’è noto si tratta della storia, vera, del primo “eletto” (consigliere comunale a San Francisco) di orientamento omosessuale. Un’interpretazione magnifica, ci dice la Bonori, di Sean Penn. Andiamolo a scoprire. 

Nella foto, Sean Penn e il soggetto del suo personaggio, realmente vissuto: Harvey Milk

di Roberta BONORI

Los Angeles, 1970. Sullo sfondo di un’America integralista e bigotta, un appena quarantenne Harvey Milk lotta per preservare la sua “diversità” di omosessuale dai giudizi crudeli e razzisti del popolino. Grazie al fervore politico, diventerà ben presto un punto di riferimento per tutta la comunità omosessuale, dove, fra lo scorrere delle amicizie e degli amori, verrà eletto consigliere comunale di San Francisco, divenendo così il primo omosessuale dichiarato ad aver accesso ad una carica pubblica. Tratto da una storia vera, il destino di Harvey Milk troverà gloria eroica nella sua immolazione, e aprirà per sempre le porte alle discussioni sui diritti dei cittadini gay in tutto il mondo.Unire un regista tanto eclettico quanto camaleontico come Gus Van Sant all’interpretazione veritiera e perforante del premio Oscar Sean Penn (in lizza per l’ennesimo), forse non crea il “capolavoro”, ma elabora un bellissimo film sociale, che si innalza rispetto al biography movie classico per le trovate registiche e la prova attoriale eccelsa.
La fatica di Harvey Milk, la sua lotta per gli omosessuali contro la cancellazione dei loro diritti umani è palpabile in ogni ruga di Penn. E’ uno sforzo vero, inanellato in un film circolare che non sbaglia. Non sbaglia perchè contenente una sceneggiatura fluida, un racconto leggero, un occhio registico degno di questo nome, e un tema portante con piega di “storia vera”. Raccontando gli ultimi otto anni di vita di Milk, Gus Van Sant ci introduce la sua vita, le sue speranze, le sue amicizie. Nonchè il contesto politico di un argomento che, benchè trattato nella narrazione trent’anni fa, è tutt’ora di interesse mondiale. “Milk” è un film appassionato, non banale, nè tantomeno proibitivo: è logico come respirare, di un’accessibilità disarmante, che si rispecchia nelle espressioni di reale stupore di Sean Penn/Harvey Milk e che porta l’ultima fatica di Van Sant ad un sicuro quanto meritato successo.
Gus Van Sant è e rimane un regista pieno di sorprese. Accusato di essere manieristico, persino criptico, è poi capace di creare un lavoro come “Milk” senza turbare o confondere l’animo più semplice. Lo stile inconfondibile (che lo fa sfociare il più delle volte con la nomina di “film d’autore”), capace però di mitigarsi a seconda del contesto filmico è lodevole. Un regista mai confuso, bensì capace di “modellarsi”, senza assuefarsi ad uno stile assoluto, come ci dimostra in “Milk”, dove la fusione tra il modo di ripresa e il contesto storico è leggiadra e naturale. E’ presente un fondersi di filmati storici degli anni ’70, con un innegabile studio che Van Sant ha apposto per ricalcare un tipo di regia “antica”.
“Milk” non è un film-pretesto: è davvero un “voler” raccontare, ma, nonostante l’intento suo malgrado si ritrova ad essere un luogo attoriale di prim’ordine (e non è assolutamente un male), dove Sean Penn (affiancato da attori di calibro quali James Franco e Diego Luna) abbatte le barriere dell’ordinario e si erige ad indiscussa bravura. Benchè “immense”, Penn non mette in ombra, non è mai invasivo nè totalizzante: lascia il giusto spazio alle sue “spalle”, che trovano sbocco in personaggi ben articolati e definiti. Emile Hirsch va tenuto d’occhio, il suo crescere film dopo film è cemento morbido che si va corazzando. Capace di scrollarsi da dosso il riservato e selvaggio personaggio di “Into the Wild”, passa dall’essere diretto ad essere compagno di Penn, destreggiandosi in una recitazione degna di nota.
C’è da chiedersi se alla notte degli Oscar Sean Penn aggiungerà un’altra statuina d’oro sulla sua mensola: se così fosse, sarebbe innegabilmente meritata.

Roberta Bonori

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