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‘Valzer con Bashir’, film israeliano su eccidio di palestinesi in Libano

gennaio 26, 2009 di Redazione 

E’ uscito ormai da qualche settimana, ma vale la pena raccontarlo. E’ un “documentario in forma di cartone animato”, e molto di più. Racconta dei tragici fatti di Sabra e Chatila, due campi di rifugiati palestinesi vicino Beirut nei quali – era il 1982 - fu compiuto un massacro ad opera di milizie cristiano-libanesi nell’indifferenza dell’esercito israeliano che controllava direttamente quell’area. “Valzer con Bashir” è la storia di “uomini tormentati da un passato che non li abbandona, quello che li ha visti testimoni e in qualche modo partecipi” di quella vicenda.

A lato, parte della locandina

di Valentina DI NINO

Incubi ricorrenti, buchi nella memoria, ricordi “ricostruiti” per proteggersi dall’orrore vissuto, una parte della propria vita rimossa per poter andare avanti ma che rimane sempre lì, a venticinque anni di distanza, nascosta nell’inconscio di chi ha vissuto poco piu’ che adolescente, l’esperienza di una guerra inutile e di un massacro senza scuse.
I protagonisti del film “Valzer con Bashir” sono uomini tormentati da un passato che non li abbandona, quello che li ha visti testimoni e in qualche modo partecipi dell’eccidio di Sabra e Chatila. E’ il 1982 e il Libano è in fiamme. Si combatte una guerra civile che vede fronteggiarsi i cristiano-maroniti, appoggiati dai carri armati di Israele e l’Olp, appoggiata dalla Siria.
Il Bashir del titolo è Bashir Ghemayel, presidente cristiano e leader di riferimento dei falangisti, assassinato dai servizi segreti siriani il 14 settembre 1982. Il giorno dopo le truppe di Israele entrarono a Beirut Ovest e il 16, i falangisti, nell’indifferenza israeliana, consumarono la loro feroce vendetta entrando nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila e uscendone solo tre giorni dopo, lasciandosi dietro, secondo alcune stime, circa 700 morti ammazzati. Delle truppe di Israele che avevano accerchiato i profughi palestinesi di Beirut ovest, faceva parte anche Ari Folman, regista del film, presentato con gran successo a Cannes e fresco vincitore del Golden Globe.
Aveva solo diciannove anni Ari Folman, nè piu’ nè meno degli altri suoi commilitoni, strappati ai passatempi da teen-agers e buttati nell’orrore della guerra. A quarant’anni il regista aveva rimosso quell’esperienza dolorosa e il film nasce dalla sua personale esigenza di ricostruire fatti e ruoli rispetto all’eccidio dei palestinesi. E così, trasformato nel personaggio di una graphic novel, eccolo intraprendere la difficile ricostruzione del suo passato attraverso l’incontro con compagni di sventura che come lui hanno piu’ di una difficoltà a ricordare quei giorni, o quello con un reporter che, invece, per lavoro, si trovo’ a dover registrare tutti i dettagli, o al confronto con una psicologa per cercare di decodificare un’immagine vivida ma completamente inventata che la sua mente gli propone dei fatti. E’ attraverso questo viaggio che Folman riesce a raccontarci con grande efficacia la paura, la follia, la disperazione, l’impotenza dei giovani coinvolti nell’azione militare, ma il film non è solo un manifesto pacifista e aspira apertamente a giungere, attraverso questa ricostruzione personale anche a una ricostruzione piu’ propriamente storica oscillando in continuazione tra il piano individuale e quello collettivo che alla fine, una volta ricostruiti tutti i ricordi del protagonista, prende il sopravvento, filtrato dalla testimonianza piu’ distaccata del reporter che si trova ad entrare nei campi appena dopo il massacro.
“Valzer con Bashir” è un film originale che colpisce e sorprende. Si potrebbe definirlo una sorta di documentario in forma di cartone animato: ci sono le testimonianze, gli spunti per riflessioni storiche, ma anche la psicoanalisi, il racconto di traumi individuali e collettivi. Il ritmo della narrazione segue le fluttuazioni della mente del protagonista, si spezzetta, si riempie di immagini sostitutive e poi torna faticosamente alla realtà dei fatti. La scelta di usare la forma della graphic novel coinvolge lo spettatore nelle atmosfere da “call of duty”, tutte le volte che si racconta con grande efficacia la sostanza di una guerra: i feriti, i morti, gli spari, il sangue ma lo spiazza nel momento delle interviste e dell’approfondimento, fino ad arrivare al finale, quando la forma del cartoon, per quanto raffinata, sarà troppo sintetica per raccontare tutto l’orrore del massacro e il regista sceglierà di ricorrere ad immagini di repertorio, forse per rendere ben chiaro che a quel punto non siamo piu’ di fronte a ricordi personali, reali o ricostruiti che siano, ma che ci troviamo davanti la realtà oggettiva di uno dei momenti piu’ tragici della recente e tormentata storia del Medio Oriente.

Valentina Di Nino

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