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Warum warum (Perchè perchè). Il teatro. L’ultimo progetto di PBrook

gennaio 24, 2009 di Redazione 

Il nuovo contributo di Federico Betta è molto più di una “semplice” recensione; è una riflessione sul teatro, attraverso lo spettacolo del drammaturgo inglese. Una scenografia spoglia, essenziale, per un teatro di “questioni”, da cui il titolo, di ombre e di “spettri”, che prosegua nel “mutamento” e che continui a lasciare immaginare.

Il disegno raffigura Peter Brook

WARUM WARUM

Una ricerca teatrale di Peter Brook

 

con Miriam Goldschmidt
musica Francesco Agnello
testo Peter Brook, Marie-Hélène Estienne
basato su testi di Antonin Artaud, Edward Gordon Craig, Charles Dullin, Wsewolod Emiljewitsch Meyerhold, Zeami Motokiyo e di William Shakespeare
traduzione tedesca Miriam Goldschmidt
regia Peter Brook
cooperazione artistica Lilo Baur
musica Francesco Agnello
luci Philippe Vialatte
assistente alla regia Tina Speidel
production managers Eric Bart, Matthias Wyssmann
produzione Schauspielhauses Zürich
direttori di produzione Eric Bart, Matthias Wyssmann
coproduzione Teatro Garibaldi di Palermo / Bart Production s.à.r.l.
tour manager Reinhard Bichsel
organizzazione Aldo Miguel Grompone, Roma

di Federico BETTA

Perché il teatro ha bisogno di scenografie mastodontiche per portare in mondi lontani? Perché non si concentra sul minimo gesto, tornando a far immaginare? Perché la rotta intrapresa da istituzioni e critica, quindi da autori e artisti, è quella di trascurare la mente attiva dello spettatore, per costruire mondi da subire passivamente? Non si sa. Forse solo una questione di moda che, come il vento pungente d’autunno, lascerà il posto a un nuovo tepore. O, forse, perché sperimentazione e innovazione vengono tradotti in maschera che mostra il nuovo, il lucido, il brillante, anche se, magari, sfrutta abbagli per nascondere l’immobilismo.
Quando si assiste a uno spettacolo del regista Peter Brook, tutte queste domande perdono senso. E ancora, sempre, rigurgita da lontano la domanda delle domande. Quella che dovrebbe trovare, nell’istinto, una risposta a ogni spettacolo che fa rabbrividire. Perché il teatro?
Nel suo ultimo progetto, Warum Warum (Perché Perché), Brook, la grande domanda se la pone direttamente. E la raddoppia nelle parole e nei gesti. Facendola filo conduttore di tutto il testo.
Con un collage di brevi estratti dai suoi autori di riferimento, tra i quali Artaud, Mejerchold e Shakespeare, il testo è una rivista della storia del teatro.
Tutto cominciò quando Dio, sì, proprio il Dio del mondo intero che il settimo giorno si riposò, potendo tutto, si ritrovò ad ammirare la sua creazione e decise che il mondo, la sua opera più perfetta, era terribilmente noiosa. E, allora, concentrato alla ricerca di un’idea grande come quella dell’invenzione della luce, si sedette sulla sua sediola e inventò… il teatro!
Per artisti, attori, registi, e musicisti, da quel momento, il teatro divenne palco di litigi e innovazioni, spazio vuoto da riempire o astrarre, groviglio di idee che si traducono in pratica. Per realizzare un teatro totale, o proletario, o di marionette, o attento all’interpretazione come faceva Stanislavskij, o, ancora, immerso nei mille sospiri della scena melodrammatica borghese, o, infine, mascherato, lento e sospeso, come ci ha insegnato l’oriente con il teatro N? giapponese.
Nella ricostruzione, grottesca e comica, di una storia sfaccettata e gloriosa, Brook ha messo in scena un mondo scarno e pieno di vita: la scena completamente vuota, a parte una sedia con le rotelle e un portabiti in legno; un musicista sulla destra (Francesco Agnello), con il suono etereo e lieve dell’Hang svizzero; un’attrice che sale dalla platea (Miriam Goldschmidt), tedesca di origine asiatica, che recita un testo teso continuamente spezzato nei ritmi e nei contenuti. Un mondo che prende vita dall’origine dei tempi e si libera nelle parole, che scivolano come ombre.

Il teatro di Peter Brook è sempre vivo, in continuo movimento, pronto a chiedersi perché e a rivoluzionarsi continuamente. Un teatro pieno di spettri, di luci poco chiare che non consentono risposte precise. Un teatro che, agli spettatori, regala la domanda del titolo. E la moltiplica in un prisma di strade per cercare le risposte. Non è uno spettacolo che chiude, rassicura, placa. Ma un motore di questioni. Dal titolo, alle note eteree dell’Hang, un teatro di spettri, che fanno paura o possono accompagnare, che si cerca di eliminare o coi quali si prova a giocare.
In questo ultimo progetto, che alcuni hanno accusato di debolezza drammaturgica e inconsistenza, come un vero passo falso del regista, forse, Brook e la sua drammaturga/montatrice Marie-Hélène Estienne non hanno prodotto una confezione completa e autosussistente. Forse i continui rimandi tra autori diversi, anche se mirabilmente intrecciati dai singulti di Miriam Goldschidt, non hanno reso la complessità delle intenzioni. Ma, è certo che il testo, la messa in scena e la recitazione, hanno avuto il coraggio e la forza di continuare sulla linea del mutamento. Sporcando e ridendo, rompendo e correndo. Alla ricerca di un teatro che faccia ancora immaginare, un teatro fatto di vuoti e di attori che lo attraversano.

Federico Betta

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