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Oggi al cinema con il Politico.it. La critica di ‘Australia’, con la Kidman

gennaio 18, 2009 di Redazione 

E’ uscito venerdì nelle sale, è un colossal ispirato al cinema classico firmato Baz Luhrman, che, tuttavia, non riesce forse fino in fondo nel proprio intento. Ce ne parla la bravissima Roberta Bonori, che comincia, con questa recensione, la sua collaborazione con il Politico.it.

Nella foto, Nicole Kidman in una scena del film

di Roberta BONORI

Australia, anni 40. Lady Sarah Ashley abbandona la sua Inghilterra per prendersi cura di un ranch ereditato alla morte del marito. Una terra apparentemente morta, dove sembra impossibile allevare del buon bestiame. Ma l’aiuto di un bambino aborgieno mezzo-sangue (e per questo perseguitato dalle missioni cattoliche) e del bel mandriano selvaggio e senza padrone, aiuteranno Sarah a risollevare le sorti del ranch, e a scoprire l’amore e il senso di famiglia.

Si dice che l’ingenuità di un tempo non possa tornare: il cinema classico è additato come tale non perchè sia datato, ma perchè a renderlo classico e invincibile agli occhi del tempo erano quei valori e quei sentimenti di cui la gente si imbeveva letteralmente. Bastava un’eroina che difendesse “la sua terra”, un bacio nella pioggia con dissolvenza finale, un saluto da un treno con un fazzoletto bianco in mano, un nome urlato nel vento. Australia è versato nella formina del film classico, ma la calce è ben diversa da quella di un tempo. Non è un problema di pubblico o di cinismo, ma un problema di “era”. Per quanto ci si possa sforzare (e Luhrman è lodevole in questo), le esperienze e gli occhi di un uomo “dei nostri tempi” non riescono a riportare in auge quella cullante innocenza degli anni 30, con il risultato che lo sforzo nel farlo mortifica il tentativo, e il finale è ritrovarsi tra le mani una pellicola voluttuosa ma imperfetta, un fac-simile di ciò che doveva effettivamente essere.
Ma se c’è una cosa in cui Baz Lurhman ha un talento innato, è infondere carisma. Carisma del quale sono irradiati i suoi personaggi in Australia, riuscendo a creare un feeling con il pubblico e un legame importante. Così la deliziosa Lady Sarah Ashley (Nicole Kidman) scimmiotta lievemente la divina Vivienne Leigh di Via col Vento (confronto però tanto impossibile quanto schiacciante), e un Hugh Jackman sottotono sviluppa il suo personaggio di “mandriano” tra guizzanti muscoli e povere battute. Inevitabile il “cattivo” della situazione (David Wenhman), che affossa definitivamente il parallelismo con Via col Vento, che non aveva bisogno di antagonisti, poichè i protagonisti erano gli antagonisti di se stessi. Ma il Carisma, la fotografia meravigliosa, i 147 milioni di dollari, e il melenso susseguirsi di musiche crescenti non bastano a salvare “Australia” dagli errori del caso, purchè etichettato come “colossal” (ergo : parzialmente salvato, in questa definizione, dalla ovvia superficialità). La Kidman si distingue sempre per la sua bravura, e la prima parte della pellicola è ritmica e ben studiata; persino l’inevitabile bacio sotto la pioggia tra lei e Jackman si digerisce facilmente. Quello che non funziona in “Australia” è la chiusura, anzi, le tentate chiusure di cui Luhrman cosparge il film durante gli ultimi quaranta minuti. Il susseguirsi di happy-ending senza mai arrivare ad un vero e proprio “ending”, logorano l’attenzione e stancano persino gli animi meno cinici. Così non si riesce a godere a pieno di scene potenzialmente toccanti, come una Lady Sarah che corre sul pontile devastato dagli attacchi aerie giapponesi per riabbracciare il suo “bambino aquisito”, sotto uno struggente incalzare di “Somewhere over the Rainbow” orchestrata per l’occasione. La sensazione di “troppo” è inevitabile, e così Australia si perde. Lo “smascheramento” dell’inganno in Autralia sta proprio nel film, in una scena dove compare il cinematografo che proietta Il mago di Oz : I “neo-classici” personaggi di Luhrman osservano una meravigliosa Judy Garland, che si muove nel fienile della sua casa in Kansas e, munita di trecce, canta di sogni e di arcobaleni.
Touchè : Luhrman si è teso una trappola da solo, e lo spettatore ben comprende la differenza tra un cinema ricalcato e un cinema naturale. A volte il colossal non salva il flop.

Roberta Bonori

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