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Colloquio con Giuliano Amato: ‘Ora la politica italiana deve rialzarsi’

gennaio 13, 2009 di Redazione 

E’ uno dei padri nobili della nostra politica. Ha accettato di parlare con noi del futuro che la attende.
Primo colloquio de il Politico.it con l’ex presidente del Consiglio.
L’intervista, di Luca Lena.

Nella foto, Giuliano Amato

Colloquio con il professore

di Luca LENA

Parlando della situazione politica italiana, Eugenio Scalfari ha più volte utilizzato la metafora dello specchio rotto, alludendo ad una frammentazione di individualismi a cui sembra essere ridotta la politica. Lei come giudica la situazione attuale?
“L’individualizzazione non esclude a priori un “noi” e dunque un’unità di intenti. Il problema attuale è che assistiamo ad individualizzazioni parziali e conflittuali. I partiti di oggi sono il riflesso dello specchio sociale rotto, invece che attivamente improntati alla praticità e al bene comune. Inoltre questa frammentazione è causata dalla scarsa discussione comune che sempre più allontana l’interesse degli elettori”.
E non vede reazioni da parte del mondo politico?
“I partiti reagiscono alla società individualizzata attraverso un timoroso inchinarsi alle richieste espresse dall’opinione pubblica, quest’ultima però appare rudimentale poiché forgiata su scarsa informazione.
I vecchi partiti, invece, raccoglievano opinioni, riunivano gente e discutevano. Se c’erano delle idee che potevano non andare bene, se ne parlava cercando di migliorarle. Oggi, invece di sprecare soldi in piazza, potremmo sostituire il passato con i cosiddetti “Deliberative Opinion Polls” proposti dal professor James Fishkin, ovvero sondaggi informati per capire cosa vogliono realmente i cittadini”.
Dunque c’è da rivedere il rapporto tra politica ed elettorato.
“Viviamo in una società individualizzata poiché il bagaglio di conoscenze personali è maggiore di quello del passato. Ma questa maggiore cultura si proietta in politica attraverso grugniti mai elaborati. Sembra un paradosso, ma è nel populismo che trova aggregazione la società moderna più colta. E questo lo dimostra il successo del governo attuale”.
A questo proposito, dunque, come vede le differenze tra i poli della politica italiana?
“Tra PD e PDL la distinzione è alla radice. Il partito di Berlusconi si fonda su una galassia non strutturata come Forza Italia ed una ben collocata come AN. Il Partito Democratico invece ha alle spalle la storia di due partiti radicati nelle vicende politiche italiane.
Questa amalgama così eterogenea all’interno del PD ha reso più difficile la crescita del partito di Veltroni. Il Partito Democratico somiglia a due industriali che prima di riuscire ad unirsi devono superare una conflittualità interna”.
Quindi si tratta di riuscire a trovare un compromesso tra la diversità di ideali che compongono la stessa coalizione?
“Ma è molto più che una questione di compromesso. Ci vuole un valore condiviso che possa produrre un’omogeneità d’intenti, per andare al di là dei meri contrasti di partito. Invece capita sempre più spesso che si incontrino delle difficoltà in tal senso. Mi vengono in mente soprattutto le tematiche riguardanti la bioetica, per le quali si assiste a differenti approcci all’interno della coalizione. Ma anche in questo senso credo che si riuscirà a trovare un via d’uscita. C’è solo bisogno di tempo. La complessità del progetto rende più lunga l’attesa. E certamente in questo senso la figura del leader è di fondamentale importanza”.
Su quest’ultimo argomento, lei non crede che oggi la presenza del leader politico abbia assunto non solo i connotati di un traghettatore ma anche quelli di possessore di un ideale e che, dunque, con la sua eventuale uscita di scena, si lasci poco o nulla a chi lo sostituirà?
“Se pensiamo a Berlusconi, per esempio, la personalità del leader è certamente portatore di un’idea e, all’interno del partito, le voci distinte che lo compongono finiscono per convergere verso la figura centrale. Inoltre, ciò che rappresenta Berlusconi corrisponde ad un sentimento diffuso. Infatti, il presidente del consiglio non pesca le proprie idee da un partito che riflette un ideale, bensì da un segmento di opinione pubblica che rivela una politica populista”.
Il populismo come pericolo imminente dunque?
“Se non si riesce a convertire in interesse generale la commistione di idee all’interno di un gruppo, la conseguenza più probabile è il populismo. La creazione del PD punta anche su questo ovviamente. Quando il Partito Democratico avrà superato questa fase attendista dovrà mirare a sovvertire questa pericolosa deriva, oltre a perseguire quelli che sono i suoi obiettivi dalla nascita”.
Quali sono precisamente?
“C’è l’idea di portare a compimento una convergenza di riformismi che all’estero già convivono e che da noi possiamo dire siano separati dalla Breccia di Porta Pia. Al contrario di paesi come Francia, Belgio e Gran Bretagna, dove il riformismo Socialista e il Riformismo Cristiano non hanno barriere, in Italia, invece, la partecipazione cattolica alla politica fu vietata”.
Oltre a tutto questo si assiste però ad una crescente sfiducia della società civile nei confronti dell’apparato politico, così come hanno dimostrato le ultime amministrative in Abruzzo. Come giudica la situazione generale.
“Certamente alcuni episodi di presunta corruzione allontanano la società dall’interesse politico. Dico presunta perché si assiste ad un alternarsi di accuse che però lasciano in libertà gli imputati perché fortunatamente non c’è rischio di fuga o di inquinamento delle prove. Ma a prescindere da questo, alcuni accadimenti testimoniano un’umiliazione politica a fianco di figure imprenditoriali che si prestano a disegnare un futuro al quale la politica sembra conformarsi volentieri. E questo è criticabile anche quando il rapporto tra le parti in causa è penalmente pulito ma eticamente scorretto. Tutto questo finisce per attirare sulla politica anche maggiori colpe di quelle che meriterebbe. Come dimostra la crisi economica, che certo trova le sue responsabilità nei meccanismi politici che lasciano scorrere la società verso il futuro problematico dei lavori temporanei. Ma se in Italia stiamo attraversando una recessione tecnica le maggiori responsabilità devono essere attribuite alla finanza. Anche in questo caso siamo da capo: i partiti progressisti, invece di scannarsi a vicenda, dovrebbero puntare il dito contro chi, nella società, ha reali responsabilità nella vicenda”.
E qui esce fuori, ancora una volta, la “questione morale”, che forse rappresenta il più grande male politico di questo periodo storico. Cosa vede o spera per il futuro, partendo da basi così complesse e difficoltose come quelle attuali?
“Credo che molto dipenda dalla capacità del momento; sono sempre convinto che dalle situazioni difficili si possa trovare giovamento. Non credo sia un caso che la miglior classe dirigente del secolo scorso la si sia avuta dopo la seconda guerra mondiale. E’ paradossale, eppure, quella situazione critica aveva forgiato un’elite di qualità. Le difficoltà non portano al disastro; sarà che io sono un riformista e in ogni occasione di cambiamento vedo la possibilità di nuovi scenari”.

Luca Lena

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