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Scrittore minacciato di morte: “Ho raccontato il genocidio armeno”

gennaio 12, 2009 di Redazione 

Alberto Rosselli, giornalista e storico, è nei guai per il suo libro “L’olocausto armeno”, nel quale ricostruisce l’accertato massacro della popolazione armena ad opera di forze turche (e curde) all’inizio del Novecento. Verità storica solo in parte ancora da definire, che non viene però in alcun modo riconosciuta in Turchia. “E il governo turco, che pure sta facendo sforzi enormi per portare il Paese in Europa, si trova costretto a scendere a patti con gli estremisti, affinchè lo Stato non cada nel caos”. Nel pressochè totale silenzio dei media nazionali sul caso di Rosselli, portato in Parlamento dal senatore Musso (Pdl), il Politico.it intervista l’autore ligure e vi racconta questa storia (e la storia) aprendo così questo lunedì di gennaio. di Francesca POCCIONI

di Francesca POCCIONI

Sottoposto all’attenzione della stampa internazionale ma molto meno a quella nazionale, è approdato al Parlamento italiano ed europeo il caso del giornalista e storico genovese Alberto Rosselli, finito nel mirino di estremisti turchi per la pubblicazione del libro “L’olocausto armeno” (edizioni Solfanelli), per il quale ha subito ripetute e molteplici minacce di morte. A queste è seguita una denuncia in Questura, che si è scontrata poi con l’oggettiva difficoltà di individuare i presunti autori, svariati e di stanza all’estero. Il libro racconta quella che ormai è una provata verità storica, che tuttavia in Turchia non ha ancora avuto un riconoscimento ufficiale: il massacro del popolo armeno ad opera di forze turche, in fasi diverse culminate negli anni della Prima guerra mondiale. Abbiamo sentito Alberto Rosselli per chiedergli di spiegarci ciò che gli sta accadendo, e soprattutto perchè ci racconti quello che accade alla popolazione armena.
Dottor Rosselli, partiamo dalle minacce.
“Ho ricevuto diverse minacce di morte sia per posta sia per telefono, rivolte a me e alla mia famiglia. Si tratta di gruppi legati a principi fondamentalisti. La componente nazionalista è cresciuta in questi anni in Turchia e il governo è costretto a patteggiare per non far precipitare il Paese nel caos.
Il Senatore del Pdl Enrico Musso ha prodotto un’interpellanza per segnalare in Parlamento la situazione, e qualcosa si è mosso anche in sede di Parlamento europeo, se ne sono fatti carico il Comune di Genova e la Regione Liguria e a questo vanno aggiunte le molteplici manifestazioni di solidarietà civile che ho ricevuto”.
Le minacce nascono dalla volontà di nascondere quella che è ormai è una accertata verità storica: il massacro degli armeni ad opera delle forze turche, all’inizio del Novecento. Ce ne vuol parlare?
“Le sofferenze del popolo armeno iniziarono in realtà già nella seconda metà dell’800 sotto il sultanato Hamidiano. La Turchia faceva parte dell’impero ottomano ed è con Abdul Hamid II che si verificano le prime persecuzioni. Ci fu un lungo periodo, dal 500 all’800, di convivenza tra i numerosi gruppi etnico-religiosi presenti entro i confini dell’Impero ottomano; fino ad allora le minoranze cristiane e quella ebraica avevano avuto la concessione di sopravvivere in pace e in comunità distinte al prezzo di particolari tributi. Si erano già verificati in passato episodi violenti ma di persecuzioni sistematiche possiamo incominciare a parlare nel 1865. Possiamo distinguere la storia della Turchia e della sofferenza del popolo armeno legata al genocidio in tre fasi: la prima con Abdul Hamid II, e che si concluderà verso la fine del 1890; la seconda fase con il governo dei Giovani Turchi nei primi anni del 1900: il movimento dei Giovani Turchi aspirava all’uccisione del sultano per poter avviare un necessario ma ambizioso e rivoluzionario processo di modernizzazione dell’impero, erano orientati verso valori occidentali di laicità e tolleranza appresi frequentando scuole europee. Partirono da ideali moderni per poi paradossalmente finire per aumentare l’intolleranza. E infine si parla di una terza fase, con la deportazione di massa”.
Quella comunemente identificata nel “genocidio armeno”.
“Esatto. A partire già dal 1908-1909 le intenzioni di rango liberale iniziarono a lasciare il posto ad una visione nazionalista dell’Impero, tesa all’omogeneità etnico-religiosa che portò alla discriminazione: i Giovani Turchi progettarono un’omogeneizzazione dell’impero e così si arrivò alla ghettizzazione delle minoranze. Il 26 gennaio 1913 un triumvirato formato da Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal prese definitivamente in mano le leve del potere proclamando la turchizzazione dell”impero ed avviando nel contempo una politica di persecuzione sistematica di tutte le minoranze ed in primis di quella armena. Il comitato centrale dei Giovani Turchi pianificò il genocidio attraverso la messa a punto di un’efficiente struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (OS) coordinata da due medici, Nazim e Shakir. Esisteva un contenzioso fra impero ottomano e zarista nell’area del Caucaso, e l’impero russo si era sempre fatto carico della protezione delle minoranze armene, così per avviare le persecuzioni si addusse a ragione il sospetto di una connivenza tra impero zarista e minoranza armena, ovviamente pretestuosa”.
Oggi gli studenti turchi imparano però che furono gli armeni a provocare il Governo di allora.
“Nel 1914 la Turchia entrò in guerra a fianco di Germania, Austria e Bulgaria contro Francia e Russia, la comunità armena volle dimostrare al governo di Costantinopoli la sua assoluta fedeltà assolvendo ai doveri di soldati e patrioti, tant’è che nel giro di poco tempo 250.000 armeni si arruolarono nelle forze armate turche dimostrando grande valore ed affidabilità. Prova inconfutabile che non ci fu una provocazione degli armeni al governo turco”.
Al di là di ogni ricostruzione, la morte di centinaia di migliaia di persone è passata sotto silenzio in Occidente: com’è potuto accadere?
“La persecuzione venne facilitata dal mondo in guerra; le nazioni erano troppo impegnate a combattere e questo stato di confusione generale consentì al regime dei Giovani Turchi di operare con una certa libertà, anche perché i mezzi di informazione erano diversi da oggi e le notizie che arrivarono in Occidente, grazie anche alle testimonianze di ambasciatori ancora presenti nel territorio turco, arrivarono molto frammentate. In questo modo questa tragedia consumata con così tanta ferocia venne messa in secondo piano rispetto al conflitto bellico mondiale”.
Nel suo libro racconta che ci fu un piano dettagliato per l’eliminazione del popolo armeno. Questo piano però non riguardava solo gli armeni ma tutte le minoranze che in qualche modo avevano a che fare con il popolo turco.
“E’ così. Nel 1915/1916 decine di migliaia di Armeni vennero sottratti alle loro famiglie. I primi ad essere colpiti furono coloro che facevano parte della borghesia armena, che vivevano nelle città. Essi vennero depredati, i loro beni mobili confiscati e poi vennero deportati verso i campi di concentramento, il tutto seguito dal disarmo della comunità a cui fece seguito l’eliminazione di migliaia di militari armeni. La deportazione di massa non risparmiò nessuno: vecchi, donne e bambini furono avviati verso il deserto siriaco o in altre regioni inospitali del territorio, dove moriranno di stenti, fame e malattie. Inizialmente furono gli armeni a subire la ferocia dei Turchi, appoggiati dai Curdi, poi una volta che i curdi furono stati adoperati, furono a loro volta perseguitati a fronte della rivendicata superiorità da parte del popolo turco. La minoranza curda oggi rivendica un’autonomia nazionale, purtroppo è frazionata tra Turchia, Siria, Iraq e Iran e nessuno di questi stati ha la minima intenzione di assecondarla. I turchi sono stati violenti non solo con la minoranza armena, che comunque ha pagato il prezzo maggiore, ma anche con la minoranza araba che non apparteneva al ceppo turco”.
Dopo le stragi le violenze non sono comunque cessate: è così?
“Sebbene nell’ottobre del 1918 venne fondata la prima repubblica d’Armenia e il Trattato di Sevres del 10 agosto 1920 sancisse l’istituzione di uno Stato armeno indipendente e di un Kurdistan autonomo, il nuovo regime repubblicano proseguì nel tormentare questa sfortunata minoranza, almeno fino al 14 settembre 1922 quando con l’incendio e il massacro di Smirne morirono circa 100.000 civili greci e armeni. Dal 1922 in avanti non si verificheranno più persecuzioni sistematiche, ma una certa ostilità del governo turco continuò a manifestarsi soprattutto nell’intolleranza verso i coraggiosi tentativi di rivisitazione dello sterminio di alcuni intellettuali anatolici, come lo storico Taner AkÇam, condannato alla reclusione per aver dichiarato che lo sterminio degli Armeni in Turchia fu un genocidio, o l’editore Ragip Zarakolu che nonostante la censura ha pubblicato diversi testi sul massacro Armeno, o, ancora, il Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk accusato nel 2006 di aver infangato la memoria storica nazionale e altri intellettuali come il giornalista armeno Hrant Dink che hanno ritenuto giusto parlare di questo avvenimento storico”.
I responsabili dei massacri furono mai processati?
“Il processo Costantinopoli ci fu, ma fu una farsa in quanto molti dei responsabili, appunto, erano riusciti a fuggire all’estero: molti processi furono dibattuti in contumacia senza neanche vederli sul banco degli imputati. Inoltre molte delle condanne furono ridotte, annullate con la conseguenza che tanti hanno riottenuto la libertà. La delusione conseguente il processo fu “compensata” dalla cosiddetta operazione Nemesis, messa in atto per eliminare, per mano di agenti armeni, alcuni tra i principali fautori dell’Olocausto. I vertici del partito Armeno stilarono una lista di 200 nominativi tra cui: Talaat Pascia’, Said Halim Pascia’, Jemal Azmi e Enver Pascia’”.
Secondo lei, ci sono oggi dei segnali positivi che fanno presagire un cambiamento di rotta in Turchia, in modo che il popolo armeno possa ottenere giustizia per quello che ha subito?
“La strada e’ancora lunga, anche perché la legge turca, all’art 301, proibisce di parlare della strage armena impedendo agli storici turchi stessi di far luce su questo orribile crimine, che poi è documentato da migliaia di dossier. Si chiede alla Turchia di fare quello che ha fatto la Germania nei confronti degli ebrei, di ammettere lo sbaglio che ha portato alla tragedia. Ci sono stati poi dei tentativi di disgelo in questi ultimi mesi con visite ufficiali nella capitale armena Yerevan. C’e’ stata anche una partita di calcio tra le nazionali. Il sostanziale rifiuto da parte dell’attuale governo di Ankara di riconoscere le responsabilità storiche e il genocidio armeno rappresenta un ingombrante ostacolo non solo alla conferma di una verità storica doverosa ma anche all’ingresso della Turchia nell’Ue. L’ostinazione del governo turco rischia di vanificare gli sforzi compiuti in questi anni sulla via dell’integrazione di questo paese che ambisce a diventare membro di una comunità democratica”.

Francesca Poccioni

Commenti

2 Responses to “Scrittore minacciato di morte: “Ho raccontato il genocidio armeno””

  1. Giovanni Tasegian on gennaio 17th, 2009 23.28

    Complimenti per aver pubblicato l’articolo sul genocidio del popolo armeno!
    Complimenti alla competenza di chi lo ha scritto!
    E’ doveroso sostenere chi si espone su questo argomento e denunciare tutti i tentativi di intimidazione da parte degli estremisti turchi e di chi non vuole far luce su questa vicenda da troppo tempo irrisolta!
    Grazie!!!

  2. Marco on febbraio 12th, 2009 15.54

    Davvero importante che tematiche di questo rilievo vengano trattate, perciò all’autrice dell’articolo vanno i miei personalissimi complimenti per la cura con cui ha scritto il pezzo, da estendere ovviamente alla redazione del giornale.

    Solo una riflessione: dispiace che argomenti del genere non abbiano la giusta visibilità su un medium importante come la televisione (non dimentichiamo che in molti ancora la utilizzano come principale fonte d’informazione). Storie come quella di Alberto Rosselli possono essere per certi versi accomunate a quella di Roberto Saviano, autore di Gomorra, con la differenza che nell’ultimo caso probabilmente anche grazie alla realizzazione del film il clamore è stato diverso.

    Sarebbe importante che i mezzi di comunicazione di massa spingessero il Paese ad avere una sempre più acuta coscienza critica, invece di somministrarci tronisti, veline, aspiranti cantanti e nuovi personaggi del Grande Fratello. Non è necessario diventare famosi per essere speciali.

    Nel nostro piccolo possiamo cercare di dare visibilità alla notizia tramite il passaparola, scrivendo sui blog, sui nuovi social network come Facebook, sulle riviste, intervenendo nelle trasmissioni radio e dando la possibilità a chi è interessato di ricevere un altro tipo di informazione.

    Cordiali saluti

    Marco

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