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Saggio sugli intellettuali di destra Come si caratterizzano. Le idee

gennaio 6, 2009 di Redazione 

Studio sulla figura del “pensatore”, nelle sue varie declinazioni, che si può ricondurre politicamente all’area di centrodestra. Scopriamo che si tratta di personalità di idee spesso indipendenti, anche molto diverse tra loro. Legate, per lo più, dal solo filo conduttore di un’etica “ecclesiale”. I “casi” di Pupi Avati, Renzo Martinelli e Franco Zeffirelli, Giuliano Ferrara e Vittorio Sgarbi; Oriana Fallaci di L. LENA

Nella foto, Oriana Fallaci

di Luca LENA

La categoria dei cosiddetti intellettuali è spesso velata da un’aura di misticismo culturale, quasi appartenesse ad una società ben distinta da quella comunemente conosciuta. Ma seguendo un percorso diacronico, il termine intellettuale, vestito della crescente mediatizzazione ed esposizione globale, ha subito mutevolezze che oggi ne aggrovigliano il significato in ulteriori sfumature.
Come ha detto tempo fa lo scrittore e politico Alberto Asor Rosa, criticando la categorizzazione degli intellettuali di sinistra: “Mi pare che la categoria non esista più, almeno da quando si è totalmente svuotata o perlomeno fortemente indebolita e confusa con quella dei politici di sinistra”. Ciò che per molti dunque era la vera distinzione tra intellettuali di destra e di sinistra – ovvero la maggiore indipendenza politica dei primi -, può essere ampiamente ridiscussa attraverso una più attenta analisi della cultura attuale. Immersi in un costante “melting pot” di ideologie alla mercé di fanatismi e presenzialità pubblica, è sempre più difficile distinguere, a priori, una qualsiasi inclinazione politica o culturale tra soggetti costretti ad esporsi culturalmente. E questa difficoltà si fissa ben oltre la sempre più inflazionata ipotesi che non esistano “politiche” fondate su interessi collettivi o spinte da motivazioni filantropiche. Nell’intellettualismo moderno, la politica deve inchinarsi di fronte alla naturale e indifferente predisposizione a liberarsi dal giogo dell’interesse sociale attivo, oppure deve scegliere di “svuotarsi” – per utilizzare ancora le parole di Asor Rosa -, nello scorbutico contenitore politico, che omogeneizza nella concretezza pratica qualsiasi teoria indipendente.

Ovviamente ci sono altri aspetti che incidono su una valutazione precisa dell’intellettuale e sull’eventuale impronta che differenzia un pensatore di sinistra piuttosto che di destra. Dal punto di vista storico, dalla seconda guerra mondiale, molti critici di destra si sono ritrovati isolati nelle proprie idee. D’altro canto è proprio in quel periodo che la sinistra ha coniugato gli ideali filosofici e culturali moderni con la formazione di politiche anti-fasciste, “relegando invece la cultura di destra” – a detta dello scrittore Giordano Bruno Guerri – “nelle fogne, e costringendo l’intellettuale conservatore a trasformarsi in snob”.

E’ nella caccia ai consensi che, oggi, l’intellettuale di destra trova conforto nelle idee sempre meno politiche ma più etiche, che trovano spinta nelle posizioni ecclesiastiche. Ed è strano come il connubio che un tempo vide la chiesa sostenersi sul potere dittatoriale della destra, oggi veda il liberismo berlusconiano poggiarsi sul cattolicesimo imperniato nei carruggi della società.
E’ nel pragmatismo che si ottiene una circoscrizione d’intenti e un riconoscimento pubblico, e la maggior parte dei pensatori d’oggi diviene prima politico che intellettuale, ovvero, nello scendere a compromessi con un realismo sociale, asseconda il proprio pensiero al monocromatismo d’ideali attraverso i quali mantenere l’appartenenza ad un gruppo.

Ma forse il vero intellettuale è colui che si ritrova ad essere attivo, grazie ad un’indifferente comunanza di idee che lo accostano ad una visione politica del paese. Inoltre, è anche colui che non sceglie di abbandonare una libertà critica che lo smarchi da qualsiasi uniformità, solo per garantirsi maggiore esposizione mediatica. Così come Umberto Eco distingueva tra intellettuale e “funzione intellettuale”, definendo quest’ultima “la funzione critica di quel che si considera una soddisfacente approssimazione del proprio concetto di verità”, ecco che finiamo per scontrare una visione politico-culturale della società con la forma innata di creatività indipendente che dovrebbe contraddistinguere qualsiasi pensatore o artista. Viene prima il bisogno di manifestare il proprio concetto di verità o il dovere di assoggettare una visione creativa ad un messaggio schiavo di una categoria? Ed è qui che la distinzione tra intellettuale e “funzione intellettuale” prende la sua forma primordiale: nella differenza che sussiste tra un artista che si ritrova casualmente a condividere ideali, ed un altro che invece rivendica con la propria professione, apparentemente apolitica, uno strumento pervicace per espandere il proprio messaggio culturale.
E la destra di oggi che, come dicevamo, trova meno corrispondenza negli ideali politici ma piuttosto in quelli etici, ottiene maggiore libertà d’espressione nei contenuti, grazie ad una sorta di emancipazione forzata dai fallimenti del passato.

Questa maggiore libertà di espressione per un intellettuale “attivo” di destra si mostra a livelli pratici in tutte le forme d’arte. Nel cinema, ad esempio, registi come Pupi Avati, Franco Zeffirelli, Renzo Martinelli sono dichiaratamente simpatizzanti di destra. Eppure, attraverso le pellicole che li hanno resi celebri, a prescindere dallo stile cinematografico che li differenzia, emerge l’antitetica propensione a infiltrare o meno una prospettiva socio-politica che li discosta definitivamente l’uno dall’altro. Per quanto riguarda Renzo Martinelli e Franco Zeffirelli, si potrebbe quasi parlare di funzione politica dell’arte, in quanto entrambi hanno saputo plasmare i propri lavori ai dettami e alle fattezze più compiacenti la propria visione politica. Una situazione che mostra come le idee oggettive e pratiche di un artista possano sfrondare perfino un lavoro creativo. Film come “Gesù di Nazareth” o “Fratello sole, sorella luna” mostrano poi la propensione a toccare temi che sfiorano solo in apparenza una visione politica, ma riguardano la comunanza di idee che intorno agli anni settanta Zeffirelli ebbe con la DC. Per poi spostare l’ago della bussola verso il centrodestra attuale, con film più impegnati come “Un tè con Mussolini”. Ma ancor più esplicativo di Zeffirelli rimane Renzo Martinelli, apertamente leghista e teocon il quale, attraverso le sue pellicole, cerca di inviare un messaggio politico prima che sociale. Diverso invece è il discorso per Pupi Avati il quale, pur non avendo mai nascosto le proprie idee conservatrici, è riuscito a ben distinguere il lavoro dalle proprie inclinazioni politiche, desituandosi così dalla “funzione intellettuale” di Eco.

Nella letteratura, che forse rappresenta in questo senso uno strumento più efficace del cinema – per quanto sia meno esibita e più difficilmente esposta ad occhi distratti -, i casi di intellettuali aderenti a ideali politici non mancano. Tra i molti giornalisti spicca Giuliano Ferrara, fervido sostenitore teocon, di cui non va dimenticata l’origine tra le file di sinistra. Anche nel suo caso, dunque, solo la salita al potere di Berlusconi ha saputo sradicare una visione politica che sembrava immutabile ma che oggi lo porta ad essere una delle personalità più eclettiche del centrodestra. Nel suo caso l’arte dello scrivere sembra sussistere in funzione del messaggio ideologico che vuole esprimere, tralasciando l’eventuale incoerenza nella mutevolezza d’opinioni verso le diverse fazioni politiche. Ancora una volta, però, c’è da evidenziare come il passaggio ad una visione conservatrice e dunque più vicina ai dettami etici della Chiesa, sia giunta parallelamente al crescente interesse cui assistiamo su tematiche come eutanasia e aborto. Ed è proprio contro quest’ultimo tema che Ferrara ha scatenato le proprie proteste, fondando un movimento in favore del diritto alla vita dei nascituri.
Un discorso simile, se pur attraverso accezioni differenti, riguarda il critico Vittorio Sgarbi. Anch’esso ha fatto la spola tra amministrazioni di sinistra e destra, senza mai sentirsi politicamente insediato in un polo piuttosto che nell’altro, ma sempre costantemente appassionato alla poco politicizzata difesa delle bellezze artistiche e culturali del paese.
Un nome che ancora oggi rappresenta una voce importante è quello di Oriana Fallaci. Il suo percorso intellettuale è cominciato con l’esperienza in gioventù tra le file della Resistenza contro il regime fascista, per poi concludersi negli ultimi anni della sua vita in posizioni quasi teocon per ciò che riguarda l’aborto e i matrimoni gay, pur essendosi sempre professata apertamente anti-clericale. Nella sua personalità forte e piena di sfaccettature può essere ricalcata l’anima di ribellione e di idiosincrasia verso la società e i suoi poteri forti, di qualunque colore o bandiera. Durante la guerra in Vietnam ebbe parole dure sia contro i comunisti che contro gli americani; nel ’68 rivendicò la sua natura anarchica senza evitare di far piovere disprezzo sugli stessi manifestanti, che riteneva ipocriti nel condannare una visione capitalistica del mondo da cui poi in realtà erano ammaliati. Ha sempre ostentato la sua volontà di non voto in Italia, definendo sia Prodi che Berlusconi “due fottuti idioti”. Forse Oriana Fallaci si smarca più di altri dall’intellettualismo attivo prostrato alla politica, bensì, nel suo caso, è proprio una nuova politica che nasce dalle pagine dei suoi libri e dalla voce delle sue parole; una politica assolutamente superpartes, al di là di ogni costrizione o compromesso.

Il vero tratto distintivo dell’intellettuale di destra, dunque, può essere rappresentato da un nomadismo di appartenenza, da un apparente avvicendamento a posizioni politiche che spesso non riguardano le idee che ne fondano la sostanza, ma piuttosto indicano il potere effimero che in un dato momento storico ha trovato la giusta esposizione ad una campagna di pensiero sempre più libera. Dalla parte opposta, invece, un intellettuale di sinistra, raramente cambierà fazione o rinnegherà i propri ideali, giacché questi si trovano avvinghiati a concetti atavici rimarcati dal tempo e dalla giustizia storica italiana, che al momento giunge all’opinione pubblica sotto una luce migliore della destra del secolo scorso. Ma è forse sotto questo aspetto che si può azzardare l’idea che un intellettuale tout court rispecchi i canoni più vicini a quel liberismo selvaggio, smarcato da un congelamento politico a priori. E dunque l’intellettuale di destra, oggi, che in realtà non rappresenta alcuna destra in particolare, è ciò che ragionevolmente può distinguersi dalla rappresentanza di idee e culture meramente persuasive.

Luca Lena

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