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Ritratto di Gian Maria Volontè, una intera stagione di cinema italiano

dicembre 24, 2008 di Redazione 

E’ uno dei più grandi attori italiani di sempre. Si è fatto conoscere con gli “spaghetti western” di Sergio Leone, è diventato il volto del cinema d’impegno. Ci ha lasciato decine di straordinarie interpretazioni, tra cui quella, indimenticabile, di Enrico Mattei. Dedichiamo a lui la storia di questo primo Natale de il Politico.it. Dalla redazione del nostro sito un caloroso abbraccio e un augurio di festività felici a tutti i nostri lettori.

Nella foto, ritratto di GMV realizzato da Roberto Agostini

di VALENTINA DI NINO

Il volto di un’intera stagone del cinema italiano, questo fu Gian Maria Volontè. Milanese, diplomatosi all’ accademia di arte drammatica di Roma nel 1957, i suoi esordi sono legati al teatro con Shakespeare, Goldoni e con “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo, che piu’ avanti porterà anche sul grande schermo. E’ il 1959 quando si fa conoscere dal grande pubblico per la sua interpretazione dell’ “Idiota” nello sceneggiato Rai tratto da Dostoevskij. L’ anno dopo, il suo esordio al cinema con “Sotto dieci bandiere” di Duilio Coletti. Ma la notorietà arriverà nelle vesti dei banditi dagli occhi di ghiaccio, crudeli, anzi spietati in un far west assolato e cinico in cui si calerà sotto la direzione di Sergio Leone. “Per un pugno di dollari” del 1964 ed il successivo “Per qualche dollaro in piu’”, vedono Volontè giganteggiare come sporco e cattivo contro un Clint Eastwood “faccia d’angelo” che avrà sempre la meglio in quanto rappresentante di una certa idea di bene (sempre “relativo” all’universo scettico e disincantato di Leone in cui vige la legge del “mors tua vita mea”). Alla fine pero’, sarà dalla bocca del sanguinario Ramon Rojo/ Volontè che uscirà la battuta che ancora oggi ci riporta alla mente le atmosfere inimitabili degli “spaghetti western”: “Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto”. E anche se oggi il nome di Volontè riporta soprattutto la mente a film di grande spessore ed impegno politico, non di meno l’ attore milanese fu interprete a 360 gradi e tra Leone e gli operai di Petri, infilo’, nel 1966, anche un grande contributo nel ruolo di Teofilatto dei Filonzi, a quel caposaldo della commedia italiana che è “L’ armata Brancaleone” di Mario Monicelli, nonostante la poca fiducia che il regista toscano riponeva nelle sue qualità comiche. Ma, certo, il nome di Volontè rimane legato, per l’ immaginario popolare, soprattutto alle successive esperienze. Nel 1968 arriverà il primo riconoscimento ufficiale al talento multiforme dell’attore milanese che verrà premiato con la “Grolla d’ oro” a Saint Vincent per la sua interpretazione di Felice Cavallaro nel film di Carlo Lizzani “Banditi a Milano”. Comincia da lì una vera e propria serie di ritratti di personaggi storici o dell’ attualità. Volontè sarà di volta in volta per il pubblico italiano Caravaggio, Giordano Bruno, Enrico Mattei, Aldo Moro, Bartolomeo Vanzetti, Carlo Levi, personalità enormi di cui il carattere dell’ attore non temeva il confronto. Passando senza troppa difficoltà da un dialetto ad un altro, da un’epoca all’altra, da una prospettiva storica ad una politico-sociale, tuffandosi di volta in volta nelle esperienze di grandi uomini discussi e diversi: da un artista tormentato, a uno statista, a un anarchico vittima di un ingiustizia, a uno scrittore condannato al confino, Volontè era capace di modellare la sua fisicità e il suo talento per raccontare psicologie ed esperienze eccezionali ma anche di calarsi nei panni dell’”uomo comune”, il disgraziato che “tira a campare” e si fa ore e ore di fabbrica per portare a casa la pagnotta. Come Ludovico Massa, detto Lulù, l’ operaio cottimista di “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri. Un film che da solo, racconta meglio di mille documentari o reportages il mondo delle fabbriche italiane negli anni ’70. Lulù è convinto di dover fare il suo lavoro perchè far lavorare la fabbrica vuol dire far aumentare i fatturati del padrone e questo è un bene per tutti, anche per lui, che si fa turni su turni, ore e ore di straordinari e una vita sua non ce l’ha perchè deve lavorare: esce di casa con il buio e rientra con il buio. La fabbrica gli ha tolto tutto ma lui non se ne accorge, anzi, è orgoglioso di essere sempre presente fin quando la fabbrica non comincia a “mangiarselo vivo”. Il giorno che una macchina gli porta via un dito Lulù apre gli occhi e comincia a puntare i piedi, a dire no, a rivendicare il diritto a una vita. E a quel punto si affida al “movimento”, partecipa a uno sciopero generale ma nel corso della manifestazione scoppiano tafferugli e lui viene arrestato. Verrà licenziato in tronco e si ritroverà solo senza nemmeno piu’ il sostegno di quei compagni che fino al giorno prima lo avevano fomentato. Il viso odioso di Lulù egoista e arrogante all’inizio del film, abbrutito dai massacranti ritmi della produzione a cui partecipa entusisasta e quello disperato e rabbioso di un uomo che subisce una mutilazione e si accorge che oltre al dito gli è stata sottratta anche la possibilità di una vera vita, è sempre il volto di Volontè che ci racconta con poche, mal costruite parole, proprie del linguaggio sbrigativo e rude dell’operaio, la sofferenza di un’umanità usata solo come appendice alle macchine che deve far funzionare. Il film vincerà nel 1972 il David di Donatello e sarà premiato a Cannes contemporaneamente ad un’ altra pellicola di cui fu protagonista Volontè: “Il caso Mattei” di Francesco Rosi. Uno dei piu’ bei film- inchiesta del cinema italiano ricostruisce eventi e fatti intorno al misterioso incidente aereo che porto’ alla morte dell’ imprenditore marchigiano, solo dieci anni prima. Alla preparazione di quest’opera è collegata forse la scomparsa del giornalista dell’ “Ora”, Mauro De Mauro convocato da Rosi nel 1970 per un lavoro di ricostruzione dei fatti intorno all’ incidente. A Volontè verrà affidato l’impegnativo compito di interpretare la discussa figura del fondatore dell’Eni.
Premi e soddisfazioni a volontà, erano comunque già piovuti l’ anno prima, per lo straordinario “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Per questa pellicola era arrivato addirittura l’Oscar, oltre al Gran Premio della Giuria a Cannes e al David di Donatello e al Nastro d’argento per Volontè. Enorme l’attore milanese nel ruolo del “Dottore”, capo della “Squadra Omicidi” di una grande città italiana, impegnato alla scalata all’Ufficio Politico della Questura che, proprio nel giorno della promozione, uccide l’ amante e, certo di essere “al di sopra di ogni sospetto”, in virtù della sua posizione, si diverte a seminare indizi a suo carico..ma nessun collega, nel corso delle indagini, sembra vedere tali indizi. Bisognerà aspettare il delirio e la confessione finale perchè i vertici della polizia, forse, vengano a conoscenza della verità, raccontata nero su bianco in una lettera, dal “Dottore” stesso. Il film, sostenuto da una bellissima sceneggiatura mette a nudo tutto il marcio e le ipocrisie di certe istituzioni. Attualissimo, da brividi, il discorso che il “Dottore” tiene ai suoi collaboratori nel giorno della nomina a capo dell’uffico Politico: il Decoro, la Sicurezza, il Rispetto e altri concetti altissimi vengono sviscerati rabbiosamente dalla bocca di un assassino.
Nel 1976 arriverà un’altra denuncia del marcio dell’ Italia degli anni di piombo, firmata dalla ditta Petri-Volontè: “Todo Modo”. Ispirato a un romanzo di Sciascia, la pellicola sarà da qualcuno considerata addirittura profetica e creerà gran scalpore. Tutto il gotha della classe dirigente italica si riunisce una volta l’anno in una sorta di eremo per dedicarsi agli “esercizi spirituali” e purificarsi dalla corruzione. I partecipanti al ritiro cominciano a morire, anzi a rimanere uccisi, uno alla volta. Tra i personaggi spicca la figura del Presidente: un capo politico apparentemente conciliante, bonario ma segretamente animato da una gran sete di potere. Volontè per interpretare questo ruolo si ispiro’ apertamente ad Aldo Moro e ne studio’ per mesi fisicità e mimica. Ne fece solo una maschera, ma dopo la tragica scomparsa dello statista democristiano, il film pago’ un pegno altissimo e spari’ letteralmente dalla circolazione.
Dieci anni piu’ tardi Volontè tornerà ad interpretare lo stesso personaggio raccontandone la drammatica vicenda finale ne “Il caso Moro”, ricavandone il premio per il miglior attore al Festival di Berlino nel 1987. Nel 1990, il talento di Volontè ci regalerà il suo ultimo grande personaggio: il giudice Vito Di Francesco, protagonista del film di Tornatore “Porte aperte”, che nella Sicilia degli anni del fascismo combatte la sua battaglia contro la pena di morte pagando in prima persona il suo impegno per la giustizia.
Nel 1991 Volontè vincerà il Leone d’oro alla carriera, una carriera straordinaria che, come si è visto, a ripercorrerla, insegna su trent’ anni di storia di questo paese, piu’ di molti libri. Si spegnerà nel 1994, sul set de “Lo sguardo di Ulisse” di T. Anghelopoulos.

Valentina Di Nino

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