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L’uso di “stupire”/”stupefare” L’italiano raccontato da Raso

dicembre 15, 2008 di Redazione 

Riprende, dopo la pausa, la rubrica linguistica di questo portale. Il nostro esperto ci spiega perchè l’uso che facciamo comunemente del verbo che significa “provare meraviglia” è sbagliato. Il pezzo.

A lato, la pagina di un dizionario

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di FAUSTO RASO

Abbiamo sempre sostenuto che nella lingua parlata (ma anche in quella scritta) ci sono certi errori grossolani talmente radicati che non sembrano tali, anzi gli “orrori” si vanno espandendo a macchia d’olio grazie alle cosí dette grandi firme del giornalismo e a tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa. Un linguaiolo però, per quanto umile possa essere, non può rimanere impassibile di fronte a uno “scempio linguistico”, deve porvi un freno e impegnarsi con tutte le sue forze per il recupero della Lingua, quella con la “L” maiuscola.

In che modo? Denunciando alla pubblica opinione – come usa dire – l’uso scorretto che taluni fanno della madre lingua. Un esempio (fra i tanti)? Si legge spesso sui giornali e si sente nei notiziari radiotelevisivi il verbo stupire adoperato in senso transitivo: quella notizia mi ha stupito. In buona lingua italiana questo verbo è, e deve rimanere, intransitivo. Sí, sappiamo benissimo che la lingua si “evolve” e alcuni vocabolari attestano questo verbo anche nella forma transitiva con il significato di “sbalordire”, “meravigliare”, “sorprendere” ma ciò non significa che il suo uso sia (o se preferite: è) corretto. E per una ragione semplicissima: stupire significa “empiersi di stupore” e questo stupore è destato da noi e in noi rimane; rimanendo in noi non “passa” e non passando non può avere un oggetto che lo riceva, quindi è intransitivo. Sotto il profilo etimologico è, infatti, il latino “stupère” (star fermo, immobile). Il Vangelo non dice “videro e stupirono”? In tanti secoli di buona lingua, insomma, stupire è sempre stato intransitivo, per quale ragione dobbiamo renderlo transitivo? Coloro che non amano adoperare il suddetto verbo in modo corretto (intransitivo) possono ricorrere ad altre voci simili – come abbiamo visto (meravigliare, sbalordire) – senza calpestare la “personalità” del verbo in questione. E sempre a proposito di stupire, il linguista Rigutini giudicava leziosa la forma riflessiva “stupirsi”; probabilmente esagerava e molti esempi di illustri scrittori lo contraddicono. Sotto l’aspetto formale, però, come si fa a non dargli ragione? Può un verbo intransitivo divenire riflessivo? Ma tant’è.

Probabilmente l’uso “scorretto” del verbo, vale a dire la sua “transitività, è nato per analogia con “stupefare”, questo sí transitivo, e trasportato pari pari nella nostra lingua dal latino “stupefa(ce)re” e chissà perché mai amato dai puristi. Stupefare, dunque, in linea generale, ha il medesimo significato di stupire, con la differenza che mentre il primo (stupefare) “invia” lo stupore, la meraviglia, il secondo (stupire) “trattiene” lo stupore, la meraviglia sul soggetto. Un bellissimo esempio lo abbiamo leggendo il Boccaccio: ” Prima i circostanti turbò con paura, e appresso gli (li) ‘stupefece’ con meraviglia”. In buona lingua, dunque, è da evitare l’uso di stupefare nell’accezione di “rimanere meravigliato, stupito”; in questo caso il solo verbo appropriato è “stupire”, appunto, perché lo stupore non passa, non “transita” ma resta sulla persona che ne è “colpita”. Tra i due verbi, insomma, c’è una piccola sfumatura di significato che agli amatori della lingua non dovrebbe sfuggire. Quanto a stupefare – al contrario di stupire – si adopera quasi soltanto nei tempi composti, ma soprattutto nel participio passato con funzione aggettivale: stupefatto.

È bene ricordare anche, in proposito, che stupefare e derivati sono parole “forti” che richiedono occasioni “forti”. Quante persone, infatti, adoperano “stupefacente”, “stupefazione” e “stupefatto” là dove non c’è eccesso di stupore, di meraviglia, ma un comunissimo sentimento di ammirazione, di curiosità e simili?

FAUSTO RASO

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