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Cinema, recensione settimanale Demme: “Rachel getting married”

dicembre 15, 2008 di Redazione 

Attilio Palmieri analizza l’ultima uscita del regista di “Philadelphia” e de “Il silenzio degli innocenti” interpretato da una bellissima (e bravissima) Anne Hathaway. Per chi ama il cinema.

Nella foto, Jonathan Demme e Anne Hathaway a Venezia

di Attilio PALMIERI

“Rachel sta per sposarsi” (USA 2008) di Jonathan Demme con Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Debra Winger e Roger Corman

Per questo film, come per pochi altri, si può parlare di lavoro della maturità, tappa conclusiva di un percorso lungo e variegato e probabilmente punto di partenza per una nuova fase della carriera di Jonathan Demme. Il regista di “Philadelphia” infatti ha esordito sotto l’ala protettrice di Roger Corman con alcuni film che hanno seguito e reinventato le traiettorie del cinema indipendente americano, caratterizzati da uno sguardo nuovo, altro, spesso eccentrico, come dimostra successivamente con quello che è forse l’apogeo della sua carriera, “Il silenzio degli innocenti”: film sull’America, ma anche sullo sguardo. Dopo la maturità artistica e la consacrazione anche economica con il film su Hannibal Lecter ed il successivo e sopracitato “Philadelphia”, responsabile dell’oscar assegnato a Tom Hanks, Demme riesce a non cadere nell’imbuto dal collo scivoloso e senza uscita chiamato industria hollywoodiana, ma ritorna indipendente e ricomincia a creare nuove forme per i suoi film. Fino alla sua penultima e fondamentale avventura, il documentario: tra il 2006 e il 2008 si impegna anima e corpo nella sperimentazione e nella conoscenza di questa nuova forma espressiva realizzando le riprese di due concerti di Neil Young, un docu-biopic sull’ex presidente americano Jimmy Carter e un documentario sullo stato dell’arte della ricostruzione dei quartieri di New Orleans dopo la tragedia dell’uragano Katrina.
“Rachel Getting Married” è un ipotetico traguardo, e a riprova di ciò intervengono analisi stilistiche, tematiche, ma anche approfondimenti che prendono in considerazione altri fattori. La prima cosa che salta all’occhio è sicuramente lo stile di ripresa, fatto quasi esclusivamente di macchina a mano, con numerose carrellate ottiche che cambiano in modo repentino il punto di vista, così come il fuoco. Una macchina da presa isterica, sempre alla ricerca dell’evento, dell’oggetto misterioso da non perdere, da non dimenticare, da impressionare e salvare nei ricordi familiari. Proprio questi ultimi fanno da trait d’union tra testo e contesto, tra filmico e profilmico, tra ciò che si vede e come si vede. Niente al cinema è mai stato così vicino ad un filmino familiare, un album di ricordi audiovisivo congegnato alla perfezione da un autore ormai nel pieno della sua maturità. A dare il primo segnale della natura apparentemente amatoriale dell’opera sono già i titoli di testa, con quel bianco e nero tipicamente amatoriale, quasi un marchio di fabbrica delle riprese dei matrimoni. Ma in realtà nulla è lasciato al caso e il film è fiction allo stato puro, almeno per quanto riguarda il decoupage, rigorosamente stabilito dal regista e studiato dal primo all’ultimo frame. Per ciò che concerne le interpretazioni invece il discorso è lievemente diverso: Demme ha voluto a tutti i costi ricreare un effetto di spontaneità estremo, spingendo molto spesso sul pedale dell’improvvisazione cercando di rispettare però l’accondiscendente sceneggiatura della figlia d’arte Jenny Lumet. Gran parte del merito va assegnato agli attori che senza mai fare delle prove hanno reso i loro personaggi spontanei e credibili. In particolare la chiave di volta è stata Anne Hathaway, voluta da Demme in modo in modo spasmodico da quando un anno fa la vide ai Golden Globes e fu ammaliato dal sorriso, dagli occhi e dalla personalità della giovane attrice, che, una volta ingaggiata, ha dato una grossa mano anche nella ricerca dei finanziamenti. Sul set si è dimostrata straordinaria, sorprendendo tutti, facendo dimenticare i ruoli da fidanzata d’America che in passato aveva ricoperto e creando un personaggio isterico, ossessivo, pieno di tic nervosi dal nulla, donando così al regista la rivincita che tanto aspettava.
Anne Hathaway si costringe con ogni mezzo nella testa e nel corpo di Kym, tossicodipendente psicotica destinata ad un breve viaggio quasi turistico, ad un’escursione allegra ma non troppo all’interno della sua famiglia, ma per metonimia anche dell’America. Ella infatti, proprio in apertura di film, viene prelevata dai suoi parenti, ormai non più tanto stretti, in occasione del matrimonio di sua sorella Rachel (Rosemarie DeWitt), dalla casa di cura dove si trova per una difficile riabilitazione dovuta ad un passato poco consono alle buone abitudini della borghesia americana. La sua storia diegetica è una vera e propria immersione subacquea in un mondo per lei diventato qualcosa di altro da sé, un’escursione che ha un inizio ed una fine e che segna profondamente entrambi gli universi che fin dal primo istante entrano in conflitto. Kym non ha le bombole ad ossigeno inesauribili e sa che prima o poi dovrà tornare a galla, per questo non vuole perdersi neanche un secondo della sua immersione, non vuole lasciare andare nulla al caso, vuole ostinatamente vivere tutto e tutti, cercando sempre di mettere la prima e l’ultima parola in ogni cosa, di essere lei il centro dell’attenzione anche quando a sposarsi è la sorella, nel tentativo disperato di riacciuffare una famiglia ormai quasi perduta, sicuramente alterata dalla sua lontananza.
Jonathan Demme riesce a fare un lavoro di riflessione sul cinema, sul linguaggio e sul genere che sbatte il film in modo violento verso la più totale contemporaneità, grazie ad una rivoluzione copernicana che investe più punti di vista. Il regista prende come referente principale un sottogenere dall’antica storia, molto in voga negli ultimi anni e che ha assicurato quasi sempre eccellenti incassi ossia quella che molti hanno definito “commedia matrimoniale” e lo rovescia, gli cambia pelle, gli modifica i connotati, gli scambia i colori e lo ri-presenta. La rivoluzione principale sta nella sceneggiatura, la quale è però legata a doppio filo con la messa in scena e le sue caratteristiche: Demme svuota il film della storia, lasciando da solo il discorso in una solitudine debordante di vita e di forma, creatrice di nuovi corpi, alternativi a quelli drammatici. Nel film infatti succede ben poco, quasi nulla, Kym torna a casa per il matrimonio di Rachel ed una volta terminato va via. Fine. L’autore però mette tutto sotto una lente di ingrandimento molto più potente, sotto un diaframma mobile sempre e comunque in contatto con lo script, che prevede un lavoro di discussione sul e del tempo fuori dal comune. Il ruolo del tempo è un nodo fondamentale nel film, soprattutto per come l’autore gioca con la sua dilatazione e la sua contrazione: alcune scene, alcuni momenti precedenti al matrimonio sono ripresi con una continuità narrativa quasi estenuante, in cui non viene contemplata in alcun modo l’ellissi temporale e tutto il superfluo diventa necessario, tutto concentrato all’interno di quella cornice filmica che sembra scoppiare di vita autentica. Allo stesso modo alcuni passaggi del film sono caratterizzati dal ellissi temporali e salti narrativi fuori dal comune, sicuramente in dissonanza con buona parte dell’opera; questo gioco di dilatazione e contrazione temporale fa da perfetto contraltare al gioco che la macchina da presa compie nei confronti dei corpi dei personaggi, un tira e molla mortale che getta nel dimenticatoio qualsiasi teoria sul decuopage classico e sulla ripresa del classicismo stilistico.
“Rachel sta per sposarsi” parla al presente in modo scientifico e nostalgico assieme, riportando alla luce un cinema da molti dimenticato, un cinema che per certi versi è una delle tante radici del regista, il cinema che ha praticamente inventato dal nulla John Cassavetes, con il suo stile “artigianale” la sua voglia di riprendere in ogni luogo ed in ogni modo la vita, con un metodo fatto di improvvisazione ed istinto. Ad altri ha ricordato molto il primo Altman, in particolare quello di “Un matrimonio”, per via della struttura quasi corale e delle sovrapposizioni di voci. Sicuramente questi due autori sono alcuni dei referenti cinematografici principali dell’autore – Altman è citato anche nei titoli di coda – per ciò che concerne quest’opera che prendendo un luogo narrativo di genere come la grande cena pre-matrimoniale approfitta per citare, in modo anche abbastanza esplicito, “Mariti” di Cassavetes, in cui c’è un tipo di cena molto simile, con una tavolata lunga e sottile in cui si consuma il tempo all’insegna dell’alcol, degli interventi personali e dell’improvvisazione, questa volta diegeticamente giustificata dal tasso alcolico.
In conclusione c’è da dire che il film è anche una dichiarazione politica molto forte, perché, tra le altre cose, racconta la storia di uno scambio culturale, di un incontro tra razze, culture, religioni e musiche diverse, che si fondono attraverso il matrimonio di Rachel che è anche il matrimonio interculturale, il matrimonio che sancisce la sconfitta della schiavitù, per una rappresentazione dell’America palesemente obamiana figlia di una cultura meritocratica, allegra e artistica. La musica è forse l’anello di congiunzione più grande, sempre presente, composta da bande ed orchestre molto diverse tra loro e che donano all’inquadratura ancora più entropia, ancora più caos, ancora più vita.

Attilio Palmieri

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