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Oltre la giustizia, la crisi politica e culturale del Partito Democratico

dicembre 12, 2008 di Redazione 

Cerchiamo di capire quali sono le ragioni delle difficoltà e del crollo di consensi del partito di Veltroni. Analisi di medio-lungo periodo sui problemi dei Democratici. Con un occhio particolare alla questione del nord.

Nella foto, Veltroni sullo sfondo di D’Alema

di Luca LENA

E’ quasi un paradosso, eppure, per il PD di Walter Veltroni non sembra terapeutico sentir discutere del partito su giornali e tv. Almeno in questi giorni in cui la politica si sta surriscaldando, il legame diretto tra presenzialità pubblica e accrescimento dei consensi pare sgretolarsi tra le incomprensioni del centrosinistra. Sicuramente la diatriba sulla vigilanza Rai non ha aiutato il PD ad impostare una struttura granitica da opporre agli sbalzi d’umore della maggioranza, sempre più impelagata a gestire un riformismo attenuato dalla crisi finanziaria. Né i “pizzini” di Latorre hanno migliorato l’immagine politica del partito, per non parlare dei recenti scandali che stanno danneggiando la reputazione dell’amministrazione fiorentina e napoletana.
Tuttavia le vicissitudini quotidiane, per quanto poco edificanti vista la cagionevole salute politica del paese, sorgono come efelidi in un apparato già in decomposizione. L’eziologia di un indebolimento organico non può circoscriversi dunque nelle estemporanee crisi autodistruttive della sinistra, bensì nella scarsa capacità di pervasione popolare che prende origine da una crisi politica e culturale dell’attuale opposizione.
Dal punto di vista politico è di fondamentale importanza il problema della leadership, poiché è ciò su cui si fonda la reale differenza con il governo Berlusconi. L’immagine che viene fuori del Partito Democratico è quella di un gigante dalle troppe teste che tenta di affacciarsi dal pertugio, ma che finisce col rimanere all’ombra per la smania propositiva dei suoi adepti. Non che la leadership di Veltroni sia prettamente di facciata – così come invece lascia intendere la maggioranza -, ma è ovvio che una guida di partito non possa essere punzecchiata alle spalle da rancori mai irrisolti radicati all’epoca delle primarie. Ed è soprattutto su questo aspetto che il 19 dicembre, durante la direzione di partito, Veltroni discuterà con i membri del PD, per verificare la propria maggioranza all’interno del gruppo. E’ probabile che la carica di leader non venga intaccata, visto che anche D’Alema ha recentemente ribadito il proprio appoggio all’ex sindaco di Roma. E’ovvio, però, che la questione della guida non possa risolversi nei numeri di una votazione interna, ma debba rappresentare la trasparente omogeneità di atteggiamenti politici da parte di tutti gli appartenenti al partito. E in questo senso la firma al manifesto del PSE da parte di Fassino ha caricato di ulteriori pesi le spalle di Veltroni, il quale raccoglie gli smacchi interni con l’onesta eleganza di chi mantiene la leadership per non stravolgere un partito ancora in crescita e non del tutto maturo. In questa fase interlocutoria – che si protrae dalla sconfitta elettorale -, le presenze più forti di partito stanno cercando di sondare il terreno, nel verificare se vi sia spazio e tempo sufficiente per offrire un’alternativa plausibile alla leadership attuale. Ma tra le nebbie irrisolte di sinistra si finisce col precludere a Veltroni una libera e incontrastata gestione politica. Non vi è confine, infatti, tra le dichiarazioni del leader e quelle dei più alti dirigenti di partito, in quanto ogni frase finisce con l’essere messa in discussione da altre voci interne, causando un caos mediatico che lede l’immagine dell’intera opposizione. La data del 19 dicembre finisce per rappresentare una tappa, anch’essa temporanea, perfino nel caso in cui Veltroni venisse riconfermato. Infatti, all’inizio del 2009 ci saranno le elezioni europee – altro banco di prova per analizzare la consistenza del partito -, che rappresenteranno il definitivo esame per il leader del PD e del suo partito. Ma la sensazione più evidente è che nel frattempo l’opposizione troverà il modo di condizionare se stessa nell’attesa del giudizio definitivo. E’ quest’aria di inconsistenza che ammorba la stabilità dell’opposizione e finisce per offuscare le difficoltà della maggioranza.
E qui entra in gioco un altro aspetto essenziale: la capacità comunicativa, che nel centrosinistra ha spesso sovrapposto voci altisonanti ma incoerenti tra loro, commiste ad un’incapacità di fornire risposte concrete e dirette alle richieste della gente. Quella sorta di sobrietà dialettica, tanto propugnata da Veltroni, ha finito per essere sottomessa al timbro monocorde di Berlusconi, trasformando l’obiettività raziocinante del PD in passività indifferente e incapacità d’azione.

Dal punto di vista culturale, invece, la questione si fa un po’ più complicata. La recente crisi di consensi e spaccature interne ha costretto il PD a guardarsi in faccia, per discutere di questioni che riguardano la stessa identità di partito. In una politica moderna che vede sbiadire le ideologie e lascia sempre più campo ai bisogni locali, il metodo più efficace è quello che si discosta dalle astrattezze teoriche e che più si avvicina alle concrete esigenze territoriali. E questo è ciò che ha capito prima di tutti la Lega Nord, che fonda la propria politica sulla rappresentanza delle piccole imprese, le quali offrono consensi al partito di Bossi in maniera trasversale su tutto il territorio. E’ anche su questa scia che è uscita in questi giorni la notizia di un possibile partito del nord del PD. Un’idea, avanzata dal sindaco di Venezia Cacciari e da quello torinese Chiamparino, che non trova i consensi di Veltroni e D’Alema, quest’ultimo più interessato ad una struttura federale. In ogni caso sembra in cantiere una rivoluzione “filosofica” che rincorra gli ultimi successi elettorali della Lega. Ciò nonostante, lo sforzo del PD di raggiungere una piena consapevolezza politica, assume i connotati di un pericoloso “nomadismo” d’intenti; in pressante crisi d’identità, infatti, il PD si trova ad inseguire l’ombra della leadership “monarchica” del PDL senza possedere la stessa autorità al vertice e, allo stesso modo, strizza l’occhio alla distensione territoriale della Lega senza avere soggetti sociali precisi con cui confrontarsi.
Quella che può essere definita una crisi culturale potrebbe divenire una spasmodica ricerca di consensi che rischia di deformare la struttura originaria del partito. Una complessità strutturale che induce ad una frammentazione geografica finirebbe, infatti, per disperdere l’omogeneità di gruppo che, almeno in parte, si è riusciti a sostenere anche dopo la sconfitta elettorale. E’ qui che risiede la difficoltà maggiore del PD: mantenere un equilibrio nello smarcarsi dalle recenti battute d’arresto e dalle imperfezioni congenite, senza perdere la dignità e il rispetto per chi ha visto, e vede tuttora, un futuro con il partito di Veltroni.
Si intravede, dunque, nei propositi del Partito Democratico, una soluzione pragmatica ad una crisi di cultura. Abbandonate le propensioni di piazza si punta a costruire un’immagine duttile e plasmabile a seconda delle esigenze storico-politiche del paese. Quello che però non dovrebbe mancare in un polo di qualsiasi democrazia fedele al bipartitismo è il rispetto delle posizioni e dell’unità di visioni che chiarifichino le istanze dubitative degli elettori. Quello che ancora oggi il PD paga a causa degli errori atavici del centrosinistra non deve divenire un cumulo di cenere da dimenticare, ma la direzione da ricalcare per rimediare agli sbagli del passato.

Luca Lena

Commenti

2 Responses to “Oltre la giustizia, la crisi politica e culturale del Partito Democratico”

  1. elis1r on dicembre 22nd, 2008 11.45

    Quello che considero l’aspetto più negativo dell’operato di questa sinistra è il modo di intendere il concetto di opposizione politica: la critica distruttiva del Governo non è fare opposizione, e, nei rari casi in cui c’è effettivamente una controproposta alle iniziative della destra passa in secondo piano a vantaggio del solito, sterile concetto “abbasso Berlusconi”.
    Ovvio che poi l’elettorato percepisce come leader, gente tipo Di Pietro.Veltroni ha ampiamente dimostrato di non essere in grado di guidare questa malconcia sinistra, checché lui ne dica (vedi ad esempio qui). Piuttosto, uno che mi sembra stia facendo fruttare il proprio mandato è Zingaretti, eletto alla Provincia di Roma: io lo vedrei bene al posto di Veltroni, perché, da quello che il suo operato (coerente!!) lascia presagire, potrebbe conferire al PD un’identità e dei valori.

  2. Antonio on dicembre 22nd, 2008 12.43

    La critica che viene rivolta di più dalla gente di sinistra a Veltroni e al Pd è proprio la mancanza di un’opposizione netta, che contrasti duramente il governo. Quindi non sono d’accordissimo con te. In generale invece certo, ci vogliono le controproposte, e comunque la proposta di una piattaforma alternativa; e però bisogna anche capire che l’obiettivo di una parte è realizzare le sue idee, e a quel fine deve andare in maggioranza nel Paese, e per farlo deve anche “demolire” le proposte dell’altro: sappiamo infatti che la popolazione, in larga parte, fatica a giudicare sulla base solo delle proposte e ha bisogno anche di qualche indicazione più “chiara”, più diretta, o comunque va suggestionata. Dal punto di vista della politica naturalmente. Ed è esattamente ciò che fa abitualmente Berlusconi, e con lui i falchi della destra. Insomma, non siamo ipocriti e capiamo che per fare politica ci vuole un connubio tra comunicazione e politica tout cour. Tanto più che, appunto, è proprio ciò che fa la destra (per la quale c’è, a dire il vero, molta più comunicazione che politica). E considerato anche che Veltroni invece fa proprio il contrario!, predilige la politica alla comunicazione. E’ “giusto” di per sè, ma in questo modo favorisce Berlusconi e quindi sfavorisce la realizzazione delle proprie idee, che ovviamente sono considerate giuste dalla sinistra; e quindi, forse, non è giusto in assoluto.

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