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Lo stato del cinema italiano oggi C’è nostalgia del passato. Ma…

dicembre 1, 2008 di Redazione 

Ampia ed approfondita analisi del nostro cinema oggi in questo bellissimo articolo di Valentina Di Nino. Cosa funziona e cosa no. Il problema della mancanza di quello spessore sociale che quando ritorna porta al successo i nostri film. I fasti del neorealismo prima e della commedia all’italiana poi sono forse per il momento irripetibili, ma abbiamo grandi talenti. E…

Nella foto, Toni Servillo interpreta Giulio Andreotti ne “Il Divo” di Paolo Sorrentino

di VALENTINA DI NINO

“Le pellicole italiane che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia”. Così si espresse Quentin Tarantino in un’intervista a un settimanale italiano nel maggio del 2007, sollevando un gran polverone. Il regista, notoriamente grande fan e cultore del cinema nostrano, soprattutto di genere, lancio’ l’allarme e riaprì un dibattito mai del tutto spento sul suo stato di salute.
Nel marzo dell’anno scorso, invece, fu il “Guardian”, nell’ambito di una bella inchiesta che comparava “lo stato delle cose” in Spagna e quello in Italia, a fare un’analisi impietosa dello stato della cinematografia italica, intitolando il servizio “Life is not so beautiful”… La cosa che maggiormente si rimproverava ai nostri cineasti in questo pezzo e anche nella presa di posizione di Tarantino, era una certa tendenza a ripiegarsi su se’ stessi e sulle loro minuscole realtà contraddicendo uno degli elementi che in passato fece la fortuna del nostro cinema: il respiro sociale. E, oltre a questo, la sua capacità creativa. La forza del cinema italiano è stata sempre la sua originalità, la forza di rottura, la capacità di creare generi a se’ stanti anche rifacendosi a modelli già esistenti che pero’, rivisti nell’ ottica della creatività nazionale, divenivano “all’italiana”.
Se è vero che l’ industria cinematografica diventa una realtà produttiva importante in Italia già negli anni a cavallo tra le due guerre, quando il regime fascista, attentissimo ai nascenti mezzi di comunicazione di massa, si accorge che “il cinema è l’arma piu’ forte” e quindi sovvenziona le produzioni e sostiene il cosidetto filone “dei telefoni bianchi”, perchè si parli di cinema italiano fuori dalla nostra frontiera, come creatore di una vera e propria scuola, bisognerà aspettare la nascita del “Neorealismo”, movimento intriso proprio di quell’impegno civile ed attenzione al sociale che fino ad allora era rimasto estraneo alle pellicole nazionali. Il Neorealismo racconta con lucidità le storie quotidiane di un paese uscito prostrato da un conflitto devastante ma in cui già riemerge, tra le macerie, una vitalità creativa e un orgoglio che porterà poi ai successi della ricostruzione. Le battaglie quotidiane per la sopravvvivenza, l’esperienza resistenziale, la necessità e l’arte di arrangiarsi, sono questi i temi raccontati da registi di enorme sensibilità quali De Sica, Rossellini, Germi, Visconti, il primo Antonioni, Lattuada, una generazione di autori che si ritrova per scelta e necessità (visto che gli studi di Cinecittà erano in quegli anni occupati da sfollati) a girare per le strade, a far recitare attori non professionisti, a cercare di descrivere una realtà così ricca di suggestione e così dura come quella dell’ Italia del dopoguerra.
Il Neorealismo influenzo’ in modo fondamentale diversi movimenti estetici successivi, anche all’estero, come la “Nouvelle Vague” francese o il Kammerspiel tedesco fino ad arrivare ai giorni nostri con il Dogma95 lanciato da Von Trier. Molti dei film italiani di quella stagione vengono citati e studiati tutt’oggi; un regista apparentemente lontano dai valori e dalle storie del neorealismo come Spike Lee, ha ammesso di essersi ispirato a quei film per il suo discusso “Miracolo a Sant’Anna”, costringendo tutto il cast a “studiare” le pellicole italiane di quel periodo. Le scene, le tematiche, i protagonisti, l’ estetica scarna e diretta, la tensione morale che stava dietro ad ogni fotogramma hanno reso quelle pellicole un modello per molte cinematografie.
E se il neorealismo racconto’ con sincerità le difficoltà della ricostruzione, piu’ tardi, sarà un altro genere che farà scuola nel mondo, la commedia all’ italiana, che descriverà meglio le nuove inquietudini dell’Italia del boom e anche in questo caso il cinema italiano conoscerà una stagione di grande fortuna e si proporrà come modello originale.
La commedia, genere antichissimo, viene reinventato da un gruppo di talentuosi autori (registi e sceneggiatori) che dirigono una delle generazioni migliori di attori italiani. Dietro la macchina da presa ci sono Scola, Monicelli, Dino Risi, Comencini e davanti Gassman, Sordi, Mastroianni, Tognazzi, Manfredi. Anche questa volta il cinema italiano impressionerà per la sua profondità nell’osservare e codificare la realtà del paese mettendo a nudo cinicamente i limiti e le contraddizioni del nuovo benessere. E’ la capacità di proporre un risvolto amaro e riflessivo dietro ogni risata che rende la commedia uno strumento di indagine sociale. Spazzate via le macerie dalle strade, ricostruito quello che c’era da ricostruire, la nuova commedia racconta l’Italia sbruffona (come il protagonista de “Il Sorpasso”, commedia che piu’ amara non si puo’) che si butta nei consumi per dimenticare gli orrori della guerra e il dramma della fame di pochi anni prima. Non è piu’ il popolo con le sue fatiche quotidiane il protagonista delle storie, sotto esame è la nuova borghesia che si allarga a macchia d’olio con il crescere del benessere generalizzato. E gli ambienti non sono piu’ le strade o le campagne, sono gli appartamenti borghesi, i ristoranti, le località di vacanza. Anche di questa grande stagione è rintracciabile l’eco fino ai giorni nostri sia in produzioni nazionali sia in produzioni straniere. E’ del 2000 un tentativo poco riuscito di remake hollywoodiano dei “Soliti ignoti”, “Wellcome to Collingwood” e si pensi a quanto l’umorismo nero e un certo cinismo siano stati elementi fondamentali di un altro filone imitatissimo della cinematografia italiana, quello degli “Spaghetti Western”: i film di Sergio Leone non sarebbero rimasti nella memoria collettiva senza quel ghigno pungente che accompagna molti loro fotogrammi. E anche in questo caso ci troviamo di fronte a generi originali italiani, tradotti ed esportati in tutto il mondo e ne sa qualcosa proprio Tarantino la cui produzione cinematografica è un continuo di citazioni del cinema italiano di genere.
Questa originalità creativa coniugata a una grande sensibilità sociale e all’intuito necessario ad interpretare e anticipare i sentimenti collettivi, dice Tarantino, dice il “Guardian”, dicono molti altri, il cinema italiano oggi non lo ha piu’.
In realtà questo giudizio appare ingeneroso. E’ vero che il cinema italiano non ha piu’ avuto negli ultimi anni una forza creativa tale da imporre una propria impronta del tutto originale anche sui mercati esteri ma segnali di risveglio ce ne sono certamente stati. Si pensi al caso “Gomorra”, un film asciutto e diretto che rispolvera in molti aspetti canoni neorealistici: dalla scelta del tema di stringente attualità al ricorso ad attori non professionisti. La pellicola, ispirata al best-seller di Saviano è stata scelta per rappresentare l’ Italia agli Oscar e in questi mesi ha già ottenuto un grande successo di pubblico, anche a livello internazionale. E di film italiani attenti al mondo e alla socialità contemporanea, quest’anno e negli anni precedenti ne sono usciti diversi. Si pensi ai riconoscimenti internazionali del tutto insaspettati per un film come “Mio fratello è figlio unico” che raccontando una storia tutta italiana di amore famigliare e lotte politiche negli anni ’70 portava alla ribalta un talento purissimo come quello di Elio Germano guidato da un regista acuto come Daniele Luchetti. Il film che racconta dell’amore/odio tra i due fratelli di Latina è riuscito a scaldare il cuore di un gigante come la Warner bros che ha distribuito con buon successo la pellicola nel mondo. La stessa Warner si è interessata recentemente al lavoro di Nanni Moretti digitalizzandone i film piu’ importanti e continua a sondare le potenzialità dei nuovi autori italiani se è vero che si è incaricata di distribuire, per ora in sole 100 copie, un piccolo gioiello come “Si puo’ fare” di Giulio Manfredonia, presentato in chiusura al festival di Roma, che ha la forza corrosiva e ironica di una vera commedia all’italiana nel raccontare il tentativo di reinserimento nella società civile di un gruppo di malati mentali all’indomani del varo della legge 180. Ma di cinema italiano che ha incassato ed ha interessato pubblico e critica bisogna parlare anche nel caso della “Ragazza del lago” un intrigante noir trionfatore ai David di Donatello e nel caso del “Divo” di Paolo Sorrentino discusso film ispirato alla figura di Giulio Andreotti, entrambe le pellicole benedette dalla presenza dell’enorme talento di Toni Servillo e, a proposito di attori, non si puo’ dimenticare la recente Coppa Volpi a un protagonista eclettico del nostro cinema come Silvio Orlando che, con la sua dolente interpretazione ne “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati, ha sbaragliato la concorrenza venendo preferito dalla giuria a un Mickey Rourke in una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Molti talenti nuovi ma già affermati vengono sempre piu’ spesso notati da autori stranieri, si pensi al cast “italiano” della Passione di Mel Gibson, o alla collaborazione di Favino con Spike Lee, o alle esperienze all’ estero di volti come Stefano Accorsi, Valentina Cervi, Valeria Bruni Tedeschi. Tutti segnali che inducono all’ottimismo per quanto riguarda l’apertura del cinema italiano che continua comunque ad essere sostenuto dall’interesse del pubblico. Secondo l’Istat, il cinema rimane infatti in cima agli interessi degli italiani e nelle preferenze, se si escludono i “blockbuster”, gli italiani scelgono film nostrani, non necessariamente disimpegnati: i numeri di quest’anno ci dicono che al cinema si vanno a vedere i Vanzina ma anche Gomorra.
Fondamentale è il discorso che riguarda il cinema italiano come prodotto esportabile e tale discorso riguarda sì i contenuti e l’estetica ma anche criteri commerciali: “Con quasi 120 milioni di spettatori a disposizione – secondo Severino Salvemini, ordinario di organizzazione aziendale alla Bocconi di Milano, considerato un ‘guru’ dell’economia dello spettacolo – il cinema italiano si sta avviando verso un oggettivo irrobustimento della sua dimensione industriale nonostante il perdurante carattere di industria artigianale vista la grande frammentazione delle società di produzione”. Da molte parti si sottolinea come ad irrobustire la dimensione industriale del cinema italiano contribuirebbe in modo decisivo la creazione di un vero e proprio star system. I protagonisti del nuovo cinema nazionale che sforna in continuazione talenti riconosciuti (lunghissima la lista di attori bravi e giovani affermatisi in questi anni: Elio Germano, Favino, Accorsi, Valentina Cervi, Claudio Santamaria, Pasotti, Maya Sansa, Luigi Cascio, Mastandrea, Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca tanto per citarne alcuni), vengono rimproverati per non avere ancora un impatto mediatico che possa fare da traino all’industria italiana dei film. Oltre a questo c’è l’annosa questione dei fondi per la cultura che in Italia non sono mai una priorità. Il cinema, come le altre forme di espressione artistica, soffre di una mancanza atavica di mezzi materiali che permettano agli autori di creare senza troppi condizionamenti esterni che influenzano negativamente non solo la forma delle opere filmiche ma anche i loro stessi contenuti. E’ di questo malcontento che si fa portavoce il “Comitato dei 100 autori” formato esclusivamente da addetti ai lavori che portano avanti le loro istanze partendo dalla richiesta di un maggior sostegno pubblico e affermano la necessità dell’ autonomia creativa. C’è poi la questione della visibilità del cinema italiano. Abbiamo detto come negli ultimi anni film italiani di qualità siano stati notati dalle major e portati da queste in giro per il mondo con buon successo. Ma si tratta ancora di eventi se non eccezionali di certo marginali. Il cinema italiano si vende meno di quanto potrebbe perchè è poco visibile. A questo proposito ha fatto sensazione la scelta del direttore artistico del Festival di Torino, Nanni Moretti di lasciare fuori dalla kermesse le pellicole italiane. Nessuna di quelle presentate è stata ritenuta all’altezza. Di contro una manifestazione giovane ma che ha già ha saputo attirare a sè l’ attenzione dei media come il Festival di Roma ha voluto dedicare quest’anno come l’ anno scorso grande spazio alla produzione nazionale. E queste sono scelte di “politica artistica” che influenzano senz’altro il successivo riscontro dei film al botteghino e la loro commerciabilità.
Si potrebbe quindi rispondere a Tarantino che la situazione del nostro cinema non è tragica come lui la dipinge. Rivivere stagioni come quelle degli anni ’50-’60-’70 sarà impossibile ma autori e attori di talento in Italia ce ne sono ancora, il problema è che manca un “sistema cinema italiano”, una rete che coniughi creatività ed organizzazione e che sia tale da imporre all’attenzione internazionale le nuove interessanti opere italiane.

Valentina Di Nino

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