Top

“Il mio nome è Rosso” di Pamuk “Saggio” sulla scrittura. L’analisi

novembre 27, 2008 di Redazione 

Fabrizio Aurilia interpreta critica- mente il più celebre romanzo del premio Nobel per la letteratura del ’06. Ci porta a conoscerne il senso di “dichiarazione” sulla scrittura del suo autore, che ci viene così “svelato”.

Il mio nome è Rosso: Orhan Pamuk maestro di scrittura

di Fabrizio AURILIA

Il mio nome è Rosso, del 1998, è il più celebre ed importante romanzo di Orhan Pamuk, intellettuale turco, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2006. Pamuk è uno scrittore laico e democratico, un fine pensatore, coltissimo, appassionato di teologia e filosofia, di storia ed arte. Pamuk è anche un fiero oppositore del governo turco: questa opposizione nasce da un’esigenza dialettica che lo scrittore non riconosce nella Turchia di oggi. Il punto di partenza è riconoscere che la Turchia deve svolgere il ruolo che ha svolto nei secoli: quello di “ponte” tra le storie dell’Oriente e quelle dell’Occidente. Ed in particolare la sua città, Istanbul, dovrebbe costituire un polo d’attrazione e contaminazione di identità, di culture, di personalità.
Ma ridurre tutte le specificità dell’autore a quella di mediatore culturale, sarebbe rubricarlo a poco più che un diplomatico della letteratura; si cadrebbe nella trappola di voler vedere per forza in un testo di finzione, una verità aderente alla vita.
A mio avviso Il mio nome è Rosso rappresenta, sia strutturalmente che poeticamente, l’idea di letteratura e di scrittura del suo autore. Controversa appare la definizione di postmoderno che spesso lo accompagna; altrettanto ambiguo sarebbe parlare di una narrativa di prospettiva storica: in questa sede, per cercare di ovviare alle gabbie che costituiscono il genere, sarà opportuno concentrarsi su “cosa dice il testo”, quali sono i problemi che pone nel rapporto autore-narratore-lettore.

Nella Istanbul del 1591, scossa dalla penetrazione sempre più invasiva della cultura occidentale e dall’integralismo religioso di predicatori iconoclasti, Nero, un giovane innamorato di Sekure, la bella figlia di Zio Effendi, un maestro miniaturista, viene incaricato di scoprire il responsabile di una serie di delitti. Le indagini si svolgono tra i membri del laboratorio del Sultano, coinvolgendo principalmente i tre migliori miniaturisti: Farfalla, Oliva e Cicogna. Nero è molto motivato a scovare l’assassino, poiché solo in questo modo potrà consumare il matrimonio con Sekure. Tra i vari personaggi particolare importanza ricopre il capo dei miniaturisti, Maestro Osman, portavoce della posizione più conservatrice, per cui la miniatura deve rappresentare ciò che vede Allah, senza rispettare i canoni della visuale umana, ad esempio la prospettiva o il colore, conferendo ad ogni cosa la stessa importanza e la stessa grandezza sul disegno, in quanto creatura e figura del divino. Per Maestro Osman lo stile del miniaturista non deve riconoscersi nel disegno. A questa concezione si contrappone Zio Effendi, più aperto invece all’influenza dello stile europeo e “naturalista”, che poneva al centro del disegno il punto di vista dell’uomo, dando così grande importanza allo stile del disegnatore. Il libro è diviso in brevi capitoli, in cui i vari personaggi narrano, in prima persona, una parte della vicenda.
Se è vero che la componente della ricerca dell’assassino è uno dei piani narrativi del romanzo, questa appare svuotata di senso, qualora non considerassimo il fulcro del testo: cos’è la miniatura se non un’allegoria della scrittura?
La tensione dialettica del romanzo si concentra tra questi due poli: la rappresentazione della realtà com’è (da un punto di vista, quello dello scrittore), e la realtà rappresentata secondo un codice dettato dal mezzo (per la miniatura è il “codice persiano”, per la letteratura il codice è la scrittura di finzione). In questo confronto Pamuk, autore del testo, ci entra giocando con finezza, attraverso il problema dello Stile, connesso strettamente col Punto di Vista. Egli sembra chiedersi se il linguaggio letterario possieda uno stile proprio, che lo definisca in quanto diverso dagli altri linguaggi, o se questo stile sia semplicemente dato dal punto di vista dei vari narratori all’interno del testo. In poche parole: Farfalla, Cicogna, Oliva, i tre miniaturisti che tanto anelano ad essere riconoscibili, ad avere uno stile, non sono forse, parte di uno stesso discorso?
Il loro possedere uno stile non è sinonimo di personalità autorale, ma semplice scarto minimo rispetto ad una norma già codificata. Così dice Maestro Osman quando sostiene che i grandi miniaturisti del passato erano riconoscibili da un segno che la tradizione ha tramandato come norma.
I narratori che si alternano nel libro sono portatori di un punto di vista diverso: questo è chiaro, ed è anche quello che Pamuk ci invita a credere. Salvo poi spiazzare il lettore, quando Sekure racconta il finale, e ci viene svelato che il narratore è unico (il figlio di Sekure, Orhan), il quale ha mentito, e ha cambiato il punto di vista semplicemente inventandosi che il disegno di un cane, un colore, il disegno di un albero, una moneta, siano in grado di parlare dando al lettore una visione del mondo: ognuno alla ricerca di uno stile. Allora tutto si offusca, si opacizza. La sfida di Pamuk è mettere in gioco tutta la filiera della comunicazione: autore, narratore, stile, punto di vista, lettore.
Nero è quel personaggio un po’ pavido e fessacchiotto, innamorato pazzo di Sekure? Sekure è davvero così bella e intelligente? Ovviamente non è importante saperlo o no.
Pamuk gioca con i punti di vista, con i narratori, con una rappresentazione via via fallace o parziale della realtà, ingannando continuamente il suo lettore ideale, costruendo finte attese, per dimostrare che autore, narratore, stile, punto di vista e rappresentazione, non sono altro che minime variazioni di uno stesso discorso.
L’intenzione, che è quella di possedere uno stile, appare, forse, a Pamuk un’illusione. Come la miniatura non doveva avere firma, così nella scrittura l’unica discriminante dev’essere quella del messaggio poetico. Orhan, il figlio di Sekure, narra una storia di intrighi, di amore, di morte, raffigurando un mondo di grande violenza, fatto di superstizioni e maldicenze, impossessandosi dei punti di vista dei personaggi. Il romanzo è corale fino a prova contraria, ovvero fino alle ultime righe dell’ultima pagina, quando il lettore si accorge che il progetto di Pamuk (costruire un romanzo a più voci) è un finto scopo: poiché il narratore è unico, e, per sua stessa ammissione, ambiguo. Allora il lettore di Pamuk, il suo lettore ideale, dovrà chiedersi: ma che storia ho letto? Di cosa parla il romanzo?
La risposta potrebbe essere che il romanzo parla di miniatura, cioè di scrittura. Se i fatti raccontati sono inattendibili, benché sullo sfondo di un contesto storico ben delineato, l’unica cosa importante da considerare è la scrittura.
“Il mio nome è Rosso” sembra essere un saggio sulle possibilità del discorso di fiction.
Come dice Maestro Osman, infatti, lo stile non è altro che il ricordo sopito e riaffiorato di un particolare già esistente. Ma questa non è una mascherata definizione di romanzo postmoderno, in cui ogni cosa che è già stata scritta viene recuperata alla bisogna? Maestro Osman-Pamuk ci invita a considerare che la minIatura-scrittura di finzione, rappresenta se stessa, con l’aiuto di sottotesti.
In ultima analisi l’opera di Pamuk sembra confutare tutta la catena della comunicazione letteraria, attraverso la discussione sullo stile, sul punto di vista e sul lettore, il quale viene messo in scacco dal finale, in cui si svela il narratore unico interno al testo.
La scoperta dell’assassino ha quindi poca importanza di fronte ad un’altra rivelazione: quella dei meccanismi del romanzo, della visione dello scheletro oltre la carne.

Fabrizio Aurilia

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom