Top

Recensione di W., il film di Stone su George W. Bush. In anteprima nazionale a Torino FF

novembre 24, 2008 di Redazione 

Storia realistica che vuole mettere in luce l’alienazione del presidente Usa da un mondo che non è il suo, al quale “è stato costretto a partecipare”. Risultato non eccezionale, del quale ci parla il nostro critico cinematografico, Attilio Palmieri.

di Attilio PALMIERI

W. (USA2008) di Oliver Stone con Josh Brolin, Richard Dreyfuss e Jeffrey Wright

Per l’inaugurazione della ventiseiesima edizione del Torino Film Festival si è deciso di fare le cose in grande: serata di gala, abiti da sera, teatro Regio. Quando Nanni Moretti, dopo aver presentato tutti quelli che hanno collaborato alla manifestazione, chiama Roman Polanski (ospite speciale della serata) tutti i 1200 spettatori presenti in sala si alzano in una standing ovation che dura diversi minuti, fino a quando il direttore invita sul palco Oliver Stone, vero protagonista della serata, a dire qualcosa sul film che di lì a qualche minuto il pubblico vedrà in anteprima nazionale. Le parole del regista sono forse le cose migliori della serata: esordisce con un paio di battute dicendo che il film è tratto da una storia vera e che ci sono alcune affinità con il nostro paese, ma aggiunge che nonostante ciò è stato necessario un lungo lavoro di investigazione perché la maggior parte delle notizie e del materiale erano stati appositamente nascosti o cancellati. Ma veniamo al film.
Le prime due scene segnano il timbro dell’opera, indicano la strada sulla quale il regista ha voluto porre i binari drammatici verso lo sviluppo di un personaggio così contraddittorio. Si apre con una sequenza onirica: gli occhi del Presidente, poi la macchina da presa si allontana e lo scopriamo vestito da giocatore di baseball in uno stadio che esulta e invoca fortemente il suo nome, uno stadio però vuoto, dove lui si immagina incoronato come un grande campione del suo sport preferito. Stacco. Bush Presidente nella sala ovale della Casa Bianca che discute con i massimi esponenti del governo statunitense sulla eventuale guerra in Iraq, sulle eventuali armi di distruzione di massa del paese da bombardare ed altri temi di politica estera, un uomo in evidente difficoltà, preda di un disagio manifestato alla perfezione dall’interpretazione di Josh Brolin, incredibilmente somigliante nelle movenze e nella voce. Sta tutta qui la contraddizione del Bush adulto, l’alienazione in un mondo al quale non appartiene, dal quale si sente oppresso e a cui è stato costretto a partecipare, un sentimento unito alla nostalgia per un mondo completamente diverso, un universo immaginario in cui si vive di baseball, hamburger e patatine.
Così come in Nixon, Stone cerca di spiegare i comportamenti dell’uomo Bush andando a scavare nel suo passato, in cerca dei traumi e delle esperienze che lo hanno portato a divenire Presidente. Lo vediamo per la prima volta giovanissimo, alle prese con l’alcolismo, scapestrato, nullafacente, comportamento che è la naturale conseguenza di un’infanzia vissuta sotto l’ombra del fratello Jeb – migliore di lui in tutto – e sotto la pressione di soddisfare le aspettative del padre, grande petroliere e in seguito Presidente degli Stati Uniti. Una delle cose più belle del film è la caratterizzazione dei personaggi, tutti estremamente riconoscibili e credibili, da Condoleezza Rice, a Tony Blair e soprattutto un grande Richard Dreyfuss che interpreta alla grande Dick Cheney, rendendo come meglio non si poteva la capacità del vicepresidente di influenzare il suo diretto superiore. Infine c’è da sottolineare quella che è forse la figura più complessa del film dopo il protagonista, ossia Colin Powell, interpretato da Jeffrey Wright, personaggio problematico e quasi mai allineato con le posizioni imperialiste del duo Bush/Cheney, ma costretto a fare buon viso a cattivo gioco nella maggior parte dei casi.
Se nel film dedicato a Richard Nixon Oliver Stone decideva di indagare le scelte politiche del Presidente e andare a fondo nelle loro spiegazioni partendo da una riscoperta dell’uomo, in un film tutto incentrato e focalizzato sulla figura del protagonista la cui soggettività filtra tutto ciò che accade, in W. Invece l’autore decide di mostrare cos’è e cos’è stato l’uomo George W. Bush attraverso l’esposizione della sua faccia, del suo corpo, delle sua abitudini, al pubblico e ai personaggi. Questo cambio di prospettiva si rivela in fin dei conti un fallimento. La narrazione e la descrizione rimangono sempre molto superficiali, alcuni turning point della sceneggiatura sembrano un po’ troppo forzati e lo spessore del film non riesce mai ad elevarsi al di sopra dell’intrattenimento.
JFK e Nixon erano storie frutto dei rovelli architettonici di Stone, da molti criticati (in particolare JFK) per l’eccessiva confusione, la gigantesca matassa da dipanare, definita da molti l’incubo di Stone o la paranoia dello stesso. W. tutto questo non ce l’ha. C’è una storia molo più realistica e verosimile e forse per questo molto più noiosa. Una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti della quale non si capiscono bene i collegamenti narrativi tra le esperienze di Bush ragazzo e quello adulto, procedimenti un po’ forzati collegati, ad esperienze mai giustificate fino in fondo. La questione della religione ad esempio: Bush da giovane conduceva una vita sregolata e irresponsabile, poi con dall’incontro col parroco Padre Billy Graham si converte repentinamente alla religione, arrivando a dire addirittura che la sua candidatura è stata voluta da Dio. Questo è un nodo che il film non riesce a sciogliere e che tratta con eccassiva superficialità. Un lavoro sicuramente deludente che conferma la fase decisamente calante della carriera di Oliver Stone che dopo i grandissimi lungometraggi degli inizi (Platoon, Talk Radio) negli ultimi anni sembra aver perso quella vena caustica e mordace che lo aveva contraddistinto.

Attilio Palmieri

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom