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Teatro, “‘Ccelera!”: la cultura dell’altrove (dalla fabbrica). L’ambizione di una vita veloce

novembre 23, 2008 di Redazione 

Da un incubo al sogno. Che ci può, però, schiacciare sotto i cumuli del presente. Dopo il pezzo su Animenere, la nuova recensione di Federico Betta riguarda questa messa in scena del ballerino Maurizio Camilli, che richiama il protagonista ad un realismo dolce, che contrasti con la vita sempre alla ricerca dell’altrove vissuta premendo sull’acceleratore. Ma lasciamo che sia Betta a raccontarci, portandoci nella poesia di questo testo.

di Federico BETTA

‘CCelera!

scritto e interpretato da Maurizio Camilli
disegno luci Stefano Mazzanti
una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG/balletto civile
con il sostegno di OPERAESTATE Festival Veneto

Un ballerino, la fabbrica e Gilles Villeneuve.

Alla stampa si presenta con un epigrafico detto di Villeneuve: “Io corro per vincere, si capisce. Ma prima ancora che per vincere, corro per correre. Il più forte possibile.” E la tensione ad andare oltre, a schiacciare sull’acceleratore, a ‘ccelerar (come ripete il dialetto veneto, vena pulsante di tutto il testo), si sente. Si prova.
Ma quello che veramente si vive, nelle evoluzioni del ballerino Maurizio Camilli, autore e interprete unico del testo, è la vita di traverso, quella vita un po’ “spericolata” alla Vasco Rossi e un po’ disintegrata, come l’uscita di curva che ha dato la morte a Villeneuve.
Tutto lo spettacolo è la vibrazione di un corpo sempre in equilibrio precario, sempre a rischio di schiantarsi, un susseguirsi di saltelli e scivolate, tra l’imitazione delle derapate del mitico Gilles e i movimenti ossessivi della fabbrica taylorista, che incastra l’aspirante pilota nel profondo nord-est.
Vincitore della seconda edizione del Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti”, che lo ha sostenuto con seimila euro di aiuto alla produzione, Camilli ha composto uno spettacolo rabbioso. Aggredisce la povertà dei sogni del giovane protagonista dall’interno, come li avesse vissuti in prima persona, senza la ferocia di chi accusa, ma con la comprensione di chi mostra per capire, e per reagire. La rabbia di chi ha visto amici lottare dal lunedì al venerdì, sfruttati dalle richieste esose dei dirigenti di fabbrica, che impongono gli straordinari e poi il cottimo e poi le notti e poi il sabato, sempre dietro alla pressa o al tornio o alla macchina, che se non fai veloce ti schiaccia.
Ma il protagonista, senza nome e senza città, è veloce e accetta tutto, perché anche in fabbrica è come sulle strade, di notte, nelle corse per sentire l’adrenalina che scoppia nel cervello. Sì, è uguale: velocità e precisione. E lo spettro di Gilles a proteggermi, a spingermi ancora avanti, a fare di più per avere di più. In una spirale pronta a risucchiarti. Pronta a logorarti nella quotidianità o a bruciarti nello schianto.
Eh, sì! Perché, prima o poi, l’incidente arriva. Non si può mica evitare per sempre. E lui è lì, il nostro folletto che saltella sotto la luna. È lì ad aspettarlo l’incidente, tra un’ubriacatura e una sgasata, una notte in discoteca e un testacoda. Pronto a dare tutto. Come Gilles.
Nello spazio vuoto, intriso di canzoni ricantate per il veneto dalle aspirazioni di successo, nelle luci essenziali che incorniciano il balletto civile di Camilli, c’è spazio anche per la poesia. Quel folletto cantante, infatti, si mette il cappello a bombetta in brevi parentesi da Pierrot Lunaire, anima malinconica e triste che trascina un vecchio triciclo di legno, una piccola Ferrari rossa, immensa come la slitta di Quarto potere.
Uno spettacolo da vedere e rivedere, tant’è critico verso una cultura che aspira a un altrove, lasciandosi schiacciare dal presente. Un balletto civile che porta in scena parola e musica, danza e silenzio. Un attore bello nel suo fisico atletico e fragile, sotto la luna delle corse abusive. Un protagonista che sa cosa vuole e come ottenerlo. Che parla a tutti noi, coi suoi sogni lontani. Protetti dai nostri miti costruiti per farci forza, che ci accompagnano come la sagoma di Gilles. Sempre in scena, sempre con noi, pronti ad abbracciarci e a spingerci più lontano. E a dirici, ancora una volta: ‘ccelera!

Federico Betta

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