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Scatta il Torino Film Festival di Moretti. Ve lo presentiamo nei dettagli

novembre 21, 2008 di Redazione 

Ventiseiesima edizione della rassegna torinese. Seconda diretta dal regista di Caro diario. C’è l’ultimo film di Kim Ki-duk, Dream. Anteprime del lungometraggio diretto da Madonna e, soprattutto, dell’atteso W (su George W. Bush) di Oliver Stone. Retrospettive su Polanski (la foto è tratta da una scena del suo capolavoro horror Rosemary’s Baby), Melville e sul periodo di rilancio del cinema britannico, che sfornò molti registi di valore tra i quali Kean Loach, uniti non tanto da un fil rouge artistico quanto compattati dal nemico comune di allora: la signora Thatcher. Ci presenta il Festival, Attilio Palmieri.

di Attilio PALMIERI

Scatterà venerdì pomeriggio il via alla ventiseiesima edizione del Torino Film Festival, la seconda sotto la direzione di Nanni Moretti. Lo scorso anno fu un esordio clamoroso, con un grande successo di pubblico, ma anche di critica, sia per quanto riguarda i film in concorso, sia per quanto concerne le altre sezioni ed in particolare le anteprime che presentavano nel loro elenco La promessa dell’assassino di David Cronenberg (apprezzatissimo dalla critica di tutto il mondo), My Blueberry Nights di Wong Kar-wai (ennesima opera d’arte di un poeta dell’immagine) ed in particolare Once (vincitore dell’Oscar per la miglior canzone con Falling Slowly). Le retrospettive, che proponevano le filmografie integrali di Wim Wenders (presente a numerose proiezioni) e John Cassavetes, suscitarono grande ammirazione e partecipazione.
Anche quest’anno il programma si presenta molto bene. Come sempre una delle sezioni più intriganti del festival è il Concorso Internazionale, non soltanto per l’altissima qualità media delle pellicole presenti (tra cui non figura nessun film italiano), ma anche perché le medesime sono tutte opere prime, o al massimo opere seconde, di giovani autori di ogni parte del mondo che in molti casi hanno difficoltà a trovare spazio e notorietà e che trovano nel festival torinese una prestigiosa vetrina. La sezione Fuori Concorso è molto ricca e variegata e comprende le migliori opere d’autore e di genere del cinema internazionale, più le anteprime presenti alla manifestazione. In particolare ci sarà l’ultimo film del regista coreano Kim Ki-duk (Ferro 3, La smaritana), Dream; l’anteprima italiana del primo film da regista di Madonna, Filth and Wisdom; l’ultimo film di Andrzej Wajda, Katyn, che racconta la famosa strage compiuta dall’esercito sovietico che nel 1940 massacrò oltre 20.000 cittadini polacchi, accadimento per molti anni attribuito ai nazisti; ma soprattutto l’anteprima italiana dell’attesissimo film di Oliver Stone, W, dedicato alla vita dell’ormai uscente presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush. L’agognata proiezione coinciderà con la cerimonia d’apertura del festival e per l’occasione sarà scomodata la sala del Teatro Regio per via della sua cospicua capienza di 1.200 posti e del prestigioso evento. Le altre due sezioni competitive sono Italiana.corti e Italiana.doc alle quali è affiancata una sezione non competitiva dedicata ai documentari internazionali.
Da non sottovalutare sono le sezioni La Zona, incentrata sulla ricerca di nuovi linguaggi e modalità espressive e Lo stato delle cose, spazio importante per il cinema politico, che riguarda sia la politica in senso stretto – mai come quest’anno non potevano mancare film sul 1968 – sia la politica in senso lato, come fusione di gruppi, movimento di masse e disagio sociali.
Un’altra grande novità portata da Nanni Moretti al Torino Film Festival è la sezione (al suo secondo anno) L’amore degli inizi: cinque autori italiani (tra cui quest’anno Paolo Virzì e Marco Tullio Giordana) verranno a presentare la loro opera prima dopo un colloquio con Moretti e il pubblico.
Le retrospettive: da sempre la politica del Torino Film Festival sulle retrospettive è stata all’insegna della riscoperta, della cattura dal “porto sepolto” della storia del cinema di autori, poetiche, visioni, linguaggi, che per lunghi anni sono andati perduti, che sono poco conosciuti o dei quali non è stata ancora fatta una retrospettiva in Italia. L’anno scorso ci fu l’occasione di avere la presenza di Wenders del quale in Italia non si organizzavano retrospettive da anni, ma soprattutto si scelse di riportare alla luce l’opera omnia di Cassavetes, autore-cardine della storia del cinema americano e protagonista assoluto del passaggio di quest’ultimo dalla classicità alla modernità.
Quest’anno le retrospettive sono ben tre: quella dedicata a Roman Polanski, apolide per eccellenza, nato a Parigi ma cresciuto in Polonia, protagonista del cinema americano, ma molto attivo anche in Francia, Italia ed Inghilterra. La filmografia del regista di Oliver Twist è incredibilmente eterogenea sia dal punto di vista delle tematiche, sia da quello dei linguaggi: si va dal primo grandissimo capolavoro, Il coltello nell’acqua, alla trilogia horror composta da Repulsion, Rosemary’s Baby e L’inquilino del terzo piano, dall’adattamento shakespeariano Macbeth al capolavoro della New Hollywood, Chinatown, fino a Il pianista, film imprescindibile quando si parla di Shoah.
C’è poi la retrospettiva dedicata ad un grande maestro francese, da molti dimenticato, da moltissimi sconosciuto, e tutt’ora poco studiato: Jean-Pierre Melville. L’ultima retrospettiva fatta in Italia sull’autore francese risale agli anni ottanta, periodo da cui il cineasta è come caduto nel dimenticatoio; il Torino Film Festival vuole con quest’omaggio ridare a Melville quello che è di Melville, ridare lustro all’opera di un autore unico nel suo genere, che si configura a metà tra il cinema classico francese, e il cinema della Nouvelle Vague, francese per antonomasia ma grande fan del cinema americano classico, noir in particolare.
La terza ed ultima retrospettiva non è dedicata ad uno specifico autore, ma ad un gruppo di autori, ad un insieme di film che sono stati girati nel Regno Unito tra gli anni settanta e ottanta, si intitola British Renaissance, in quanto parla di un preciso periodo, una vera e propria isola felice del cinema britannico, in cui esordirono tutti i più grandi autori di quel cinema, da Ken Loach a Stephen Frears, da Terrence Davies ai Monty Python. Questi registi non erano legati, a differenza di quelli delle varie Nouvelle Vague, da una poetica comune, da un fil rouge che legava le loro opere, ma erano tutti ugualmente ispirati, spinti da motivazioni diverse ma uniti da un epoca e da un nemico comune: Margaret Thatcher.

Attilio Palmieri

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