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“Changeling”, ultimo Eastwood al cinema Classico dal grande autore di Hollywood

novembre 19, 2008 di Redazione 

L’ennesimo grande film del regista de Gli spietati. La vicenda (realmente accaduta) di una madre alla quale viene riportato un bambino che non è il figlio scomparso, ma che la polizia pretende invece sia riconosciuto come tale. Racconto a metà tra storia e Storia, che “puzza di classico da ogni frame”, ideale quinto film dopo i capolavori di Eastwood degli ultimi anni. Come ci spiega, in questa recensione, Attilio Palmieri.

Nella foto, Eastwood e Angelina Jolie protagonista del film

di Attilio PALMIERI

Changeling (USA 2008) di Clint Eastwood con Angelina Jolie e John Malkovic

Dopo aver sbalordito tutti raccontando e mostrando tutte le dinamiche e le forme della vendetta in quel noir allucinato che era Mystic River (che fu a tutti gli effetti derubato dell’oscar da Il Signore degli Anelli: Il ritorno del Re); dopo aver messo il punto di chiusura al filone dei film sui padri e sul rapporto con la morte, raggiungendone l’apogeo, con Million Dollar Baby (questa volta i riconoscimenti meritati sono arrivati); dopo aver cambiato il modo di fare film bellici attuando una vera e propria rivoluzione copernicana al genere, con il dittico Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima, film che mostrano lo stesso evento, la battaglia tra americani e giapponesi sull’isola di Iwo Jima, dal punto di vista degli americani (il primo) e dal punto di vista dei giapponesi (il secondo), costruendo un campo e controcampo storico e psicologico che mai era stato realizzato nella storia del cinema; dopo questi quattro film, tutti, o quasi, si aspettavano un caduta, una flessione, seppure leggera riguardo al film successivo. Così non è stato. La freschezza unita all’esperienza artistica ed estetica di Eastwood ha fatto sì che da Changeling uscisse un altro lavoro magistrale che per certi versi, dopo il suddetto quartetto di opere, si può configurare come il naturale quinto film.

L’ultima opera del regista de Gli spietati è l’interpolazione spontanea di due linee narrative e due percorsi enunciativi differenti, ma nemmeno poi troppo. I primi due film parlavano dell’America, di una vicenda drammatica che coinvolgeva persone, corpi nel nero della realtà americana sommersa da un’ evidenza superficiale, retorica e posticcia, gli altri due parlavano di Storia, storie di uomini che incontrano altri uomini, storie di corpi. Changeling sta perfettamente a metà, parla di una storia personale, all’interno della Storia d’America, sempre molto presente, con le sue date, i suoi luoghi, i suoi costumi, le sue scenografie, che determinano tutto ciò che accade.
Nella Los Angeles a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 è ambientata infatti la storia (vera) di Christine Collins, madre di un figlio di nove anni Walter, il quale un giorno, rimasto solo in casa per via di uno straordinario lavorativo della madre, viene rapito misteriosamente. Christine si batte in tutti i modi per la ricerca di suo figlio e quando la polizia trova un bambino simile alla sua descrizione la obbliga ad accettarlo come proprio per chiudere in fretta la questione, ma la donna non si arrenderà.
La struttura narrativa del film è composta sostanzialmente di due parti abbastanza simmetriche: nella prima viene presentato il personaggio principale – interpretato da una folgorante Angelina Jolie – vengono connotati la sua vita, il suo ambiente e il mondo in cui vive con un’attenzione particolare per la scenografia – firmata da James J. Murakami (Letters from Iwo Jima) – e i costumi – firmati da Deborah Hopper (Mystic River, Million Dollar Baby) -, viene impostata e sviluppata la vicenda, fino al vero e proprio dramma di una donna sola, incompresa e costretta alla follia dal sistema. Una discesa agli inferi che la porta fino al manicomio, luogo chiuso e opprimente, microcosmo di repressione e omologazione.
Da qui si passa alla seconda parte del film, passaggio contrassegnato anche da un simbolico e fondamentale mutamento spaziale: dal luogo della disperazione e dell’oppressione (il manicomio) si passa, in modo abbastanza brusco, ad un luogo completamente antitetico, il deserto, luogo non urbano, spazio paradigmatico della scoperta, della ricerca, della conquista, che in questo caso si traduce in conquista della verità da parte di un nuovo eroe. Un poliziotto che non si adatta al cinismo del sistema e che fa da perfetto doppio del capo della polizia, esemplare nella sua disumanità. Il film prende una piega diversa toccando più volte il genere processuale di matrice premingeriana, senza mai lasciare però la vicenda (melo)drammatica.
Un lavoro in cui, come detto, la storia è profondamente legata alla Storia, un periodo in cui il proibizionismo era dilagante ed il gangsterismo si diffondeva a macchia d’olio e contemporaneamente lo Stato era una realtà altra dalla società civile, lontano dalla gente ed interessato unicamente ai propri interessi, alla propria apparenza epidermica, alla propria immagine ufficiale. La maggiore forma di aggregazione sociale erano le chiese protestanti, con i loro pastori (come quello interpretato da un intenso John Malkovich), sempre molto vicini alla realtà quotidiana, ai problemi della gente, a ricoprire e a riempire quel vuoto lasciato scoperto dallo Stato. Uno Stato che non c’è, una polizia a cui non importa la sostanza ma la forma, che usa metodi biechi e violenti per ottenere ciò che vuole, il manicomio come prigione, la tortura come chiave di volta per ottenere la propria verità.
In questo modo, mai esplicito, così da non spezzare in nessun modo l’illusione di continuità e il coinvolgimento narrativo della storia, Eastwood parla indirettamente dell’America contemporanea, dell’America di Bush, del sistema repressivo della polizia, dell’uso della tortura come vettore per raggiungere una dichiarazione/confessione/verità precostituita, parla di Guantanamo, la quale vede nel manicomio una sua perfetta ed originale modulazione.
Changeling è un film che, grazie alla sua fotografia e soprattutto ad una regia che ha raggiunto una consapevolezza estetica ai limiti del sublime, puzza di classico da ogni frame, puzza della grande Hollywood Classica, della “Dream Factory”, con quelle ombre di veneziane molto noir e quelle luci magiche che rendono i contorni luminosi e luccicanti, frutto della straordinaria fotografia di Tom Stern (Million Dollar Baby, Lettere da Iwo Jima). Ma non è la sola cosa che rende questo lavoro di Eastwood un film “Classico”; Changeling vive di una profonda intertestualità, collabora, parla e discute con se stesso, è cinema che distilla altro cinema e sforna il capolavoro: troviamo qui la governante del manicomio che è esteticamente e caratterialmente la stessa di quella di Qualcuno volò sul nido del cuculo; la compagna di Christine in manicomio ha lo stesso atteggiamento ribelle e indomabile del personaggio interpretato da Jack Nicholson nel suddetto film; anche qui, come del film di Forman, la tortura ha una funzione repressiva e per questo curativa; infine la Jolie irichiama per buona parte del film il personaggio che le valse l’oscar nel 2000 per Ragazze interrotte, premio che non si vede come possa sfuggirle quest’anno.

Attilio Palmieri

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